30 settembre 2014

le 100 risposte ai fratelli separati di buona volontà

E' giunta l'ora che l'unico battesimo e la comune responsabilità - radicata nell'obbedienza a Cristo - debbono spingerci a fare tutto il possibile e con urgenza perchè sia eliminato lo scandalo delle divisioni.

Il mondo oggi ha più che mai bisogno di Cristo, ma stenta a riconoscerlo nei volti diversi e contrastanti nei quali gli viene presentato.

LE CENTO DOMANDE, che i Protestanti presentano a noi cattolici, hanno avuto già da secoli esaurienti risposte, ma - riverniciate a nuovo - vengono di continuo ripresentate. Sembrano formulate apposta per confondere le idee e trarre in inganno: mettono infatti sullo stesso piano affermazioni dogmatiche - che tutti ovviamente dobbiamo credere - e semplici disposizioni magisteriali riformabili, norme pratiche (pastorali, liturgiche, canoniche) e opinioni teologiche di singoli, ipotesi e pie credenze popolari.Tutto - se non coincide con le loro concezioni religiose - è bollato dai Protestanti di eresia, mentre sappiamo che questa si ha solo nel caso di aperto e pervicace rifiuto di una verità rivelata e proposta' come tale ai fedeli. (Il pastore Stefano Testa pone in calce del citato opuscolo una lunga Lista delle eresie e delle invenzioni umane adottate e perpetuate dalla Chiesa Cattolica romana nel corso di 1600 anni)
Ci si chiede di rispondere a queste Cento domande con la Bibbia (che per essi è l'unica fonte rivelata valida), cosa che noi ben volentieri facciamo per motivi di dialogo pur sapendo che questa posizione é in realtà insostenibile: la S.Scrittura non contiene - tra l'altro- il canone di se stessa, per il quale necessariamente si deve ricorrere alla Tradizione. E mentre noi Cattolici attingiamo le nostre certezze di fede - e a maggior ragione le norme pratiche - non dalla sola Bibbia e mai in contrasto con essa, gli Evangelici pretendono di ricavare dalla sola Bibbia - non senza cadere talvolta nel ridicolo - anche comportamenti del tutto contingenti.

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28 settembre 2014

Papa Francesco e Benedetto XVI incontrano i nonni: "Abbandono è eutanasia nascosta"

Città del Vaticano 28 settembre 2014  - In occasione dell'incontro con i nonni il Papa e il papa emerito Benedetto XVI sono insieme in piazza San Pietro. Benedetto XVI è giunto in piazza alle 9,22, e papa Francesco lo ha accompagnato a sedersi e ha atteso che si sedesse. Poco dopo, con il saluto del presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, è incominciato l'incontro, dopo il quale il Papa celebrerà la messa.

Mons. Paglia ha definito Benedetto XVI "primo nonno tra tutti i nonni", ha ricordato che spesso la vecchiaia è vissuta come un naufragio e la fragilità come una condanna, e ha ricordato come Anna Magnani fosse orgogliosa delle sue rughe, che, diceva, "me sono guadagnata una per una". Ha quindi rivolto un saluto al Papa, Mubarak, 74 anni, profugo dal Kurdistan iracheno, in piazza con la moglie Aneesa, 68 anni. Mubarak ha ricordato e le sofferenze del suo popolo, e il fatto che Aneesa e lui sono sposati da 51 anni, hanno dieci figli e 12 nipoti.

Sono 30mila gli anziani in piazza San Pietro dove si svolge la Feasta dei nonni promossa dal Pontificio Consiglio per la Famiglia. Numerosi e importanti gli artisti che hanno aderito e mentre dal Sagrato della Basilica Vaticana arrivava a piedi Bergoglio si stava esibendo Andrea Bocelli che aveva appena intonato "Con te partiro'". Il Papa, accompagnato dal prefetto della Casa Pontificia, Georg Gaenswein, è andato subito a salutare il predecessore, che aveva compiuto poco prima lo stesso percorso accompagnato da un cerimoniere pontificio, per prendere posto con lui nei primi posti a destra, prima dei cardinali. Insieme hanno ascoltato anche Massimo Ranieri che ha cantato per gli anziani "Ti voglio bene assai" e Claudio Baglioni che ha eseguito "Strada facendo".

PAPA FRANCESCO: ABBANDONO E' EUTANASIA NASCOSTA - "La violenza sugli anziani è disumana, come quella sui bambini". Così Papa Francesco in piazza San Pietro per l'incontro coi nonni del mondo. "Ma dio non vi abbandona", ha aggiunto Bergoglio, "continuerete a essere memoria del vostro popolo, e anche per noi, per la grande famiglia della Chiesa". "Beate quelle famiglie che hanno i nonni vicini. Il nonno - ha aggiunto - è padre due volte e la nonna è madre due volte, nei paesi dove c'erano persecuzioni, in Europa, e penso all'Albania dove sono andato domenica, sono stati proprio i nonni a portare i bambini a battezzarsi. Bravi: sono stati bravi nelle persecuzioni e hanno salvato la fede".

"Ringrazio della presenza del Papa emerito Benedetto XVI, ho detto tante volte che mi piaceva tanto che lui abitasse qui in Vaticano perché era come avere il nonno saggio a casa".

"Ben vengano le case per gli anziani, purchè siano davvero case, e non prigioni. E siano per gli anziani, e non per gli interessi di qualcun altro. Non ci devono essere istituti dove gli anziani vivano dimenticati".

"Ringrazio specialmente per la presenza del Papa Emerito Benedetto XVI; ho detto tante volte che mi piaceva tanto che lui abitasse in Vaticano, perché era come avere il nonno saggio in casa".

L'abbandono degli anziani è "eutanasia nascosta", un "effetto della cultura dello scarto che fa molto male a questo mondo. Si scartano i bambini, si scartano i giovani", e "si scartano gli anziani".

"Una delle cose più belle della nostra vita di famiglia è carezzare un bambino e lasciarsi carezzare da un nonno e da una nonna". Lo ha detto il Papa ricordando che i nonni sono "come alberi vivi, che anche nella vecchiaia non smettono di portare frutto". Il Papa ha sottolineato che "gli anziani, i nonni, hanno una capacità per capire le situazioni più difficili, una grande capacità e quando pregano per queste situazioni, la loro preghiera è forte".

IL PAPA DONA VANGELI CON I CARATTERI GRANDI - Al termine della Messa celebrata sul sagrato della Basilica Vaticana, Papa Francesco ha consegnato il libro dei Vangeli stampato in caratteri grandi ad alcune persone anziane.





1/13 Papa Francesco e il papa emerito Benedetto XVI (Reuters) 

2/13 Papa Francesco e il papa emerito Benedetto XVI (Reuters) 

3/13 Papa Francesco e il papa emerito Benedetto XVI (Reuters) 

4/13 Papa Francesco e il papa emerito Benedetto XVI (Reuters) 

5/13 Papa Francesco e il papa emerito Benedetto XVI (Reuters) 

6/13 Papa Francesco e il papa emerito Benedetto XVI (Ap/Lapresse)

 7/13 Papa Francesco e il papa emerito Benedetto XVI (Reuters)

8/13 Il papa emerito Benedetto XVI (AFP)

 9/13 Il papa emerito Benedetto XVI (AFP)

 10/13 Il papa emerito Benedetto XVI (AFP)

 11/13 Il papa emerito Benedetto XVI (AFP)

 12/13 Il papa emerito Benedetto XVI (AFP)

 13/13 Il papa emerito Francesco (AFP)



Baglioni, Bocelli e Ranieri cantano per il papa



1/4 Claudio Baglioni canta in piazza San Pietro (Ansa)

2/4 Massimo Ranieri (Ansa)

3/4 Andrea Boccelli (Ansa)

 4/4 Andrea Boccelli (Ansa)



Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni

Benedetto XVI risponde con una lettera ad Andrea Tornielli: il nostro vaticanista gli aveva inviato alcune domande a proposito di presunte pressioni e complotti che avrebbero provocato le dimissioni



«Non c'è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino» e le «speculazioni» in proposito sono «semplicemente assurde». Joseph Ratzinger non è stato costretto a dimettersi, non l'ha fatto a seguito di pressioni o complotti: la sua rinuncia è valida e oggi nella Chiesa non esiste alcuna «diarchia», nessun doppio governo. C'è un Papa regnante nel pieno delle sue funzioni, Francesco, e un emerito che ha come «unico e ultimo scopo» delle sue giornate quello di pregare per il suo successore.

Dal monastero «Mater Ecclesiae» dentro le mura vaticane, il Papa emerito Benedetto XVI ha preso carta e penna per stroncare le interpretazioni sul suo storico gesto di un anno fa, rilanciate da diversi media e sul web in occasione del primo anniversario della rinuncia. Lo ha fatto rispondendo personalmente a una lettera con alcune domande che gli avevamo inviato nei giorni scorsi, dopo aver letto alcuni commenti sulla stampa italiana e internazionale riguardanti le sue dimissioni. In modo sintetico ma precisissimo, Ratzinger ha risposto, smentendo i presunti retroscena segreti della rinuncia e invitando a non caricare di significati impropri alcune scelte da lui compiute, come quella di mantenere l'abito bianco anche dopo aver lasciato il ministero di vescovo di Roma.

Come si ricorderà, con un clamoroso e inatteso annuncio, l'11 febbraio 2013 Benedetto XVI comunicava ai cardinali riuniti in concistoro la sua libera decisione di dimettersi «ingravescente aetate», per motivi di età: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Annunciava anche che la sede apostolica sarebbe stata vacante a partire dalla sera del 28 febbraio: i cardinali si sarebbero riuniti per procedere con l'elezione del successore. Nei giorni successivi, Ratzinger faceva sapere che avrebbe mantenuto il nome di Benedetto XVI (che compare anche in calce alla fine della lettera), che si sarebbe definito d'ora in avanti «Papa emerito» (come risulta anche dall'intestazione a stampa della stessa lettera) e avrebbe continuato a indossare l'abito bianco, anche se semplificato rispetto a quello del Pontefice, vale a dire senza la mantelletta (chiamata «pellegrina») e senza la fascia.

Nel corso dell'ultima udienza del mercoledì, il 27 febbraio 2013, in una piazza San Pietro inondata di sole e gremita di fedeli, Benedetto XVI aveva detto: «In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

E aveva aggiunto che il suo ritirarsi, «nascosto al mondo», non significava «ritornare nel privato». «La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero - aveva detto - non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di San Pietro». Proprio queste parole circa il suo voler restare «nel recinto di San Pietro» hanno fatto ipotizzare ad alcuni che la rinuncia non sia stata davvero libera e dunque valida, quasi che Ratzinger si fosse voluto ritagliare un ruolo di «Papa ombra», cioè quanto di più lontano dalla sua sensibilità si possa immaginare.

Dopo l'elezione di Francesco, le novità del suo papato, la scossa che sta portando alla Chiesa con la sua parola e la sua testimonianza personale, era fisiologico che alcuni - com'è sempre peraltro accaduto in occasione di un cambio di pontificato - lo contrapponessero al predecessore. Una contrapposizione che lo stesso Benedetto XVI ha sempre rifiutato. Nelle ultime settimane, con l'avvicinarsi del primo anniversario della rinuncia, c'è chi è andato oltre, ipotizzando persino l'invalidità delle dimissioni di Benedetto e dunque un suo ruolo ancora attivo e istituzionale accanto al Papa regnante.

Lo scorso 16 febbraio, chi scrive ha inviato al Papa emerito un messaggio con alcune specifiche domande in merito a queste interpretazioni. Due giorni dopo è arrivata la risposta. «Non c’è il minimo dubbio - scrive Ratzinger nella missiva - circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde». Del resto, che la possibilità di dimettersi fosse tenuta in considerazione da molto tempo era ben noto alle persone più vicine a Ratzinger, e da lui stesso confermata nel libro intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald («Luce del mondo», 2010): «Se un Papa si rende conto con chiarezza che non è più capace, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l'obbligo, di dimettersi».

È stato inevitabile, un anno fa, dopo l'annuncio - mai un Papa in duemila anni di storia della Chiesa aveva rinunciato per anzianità - collegare questo clamoroso gesto al clima mefitico di Vatileaks, dei complotti nella Curia romana. Tutto il pontificato di Benedetto XVI è stato una via Crucis, e in particolare gli ultimi anni: prima a motivo dello scandalo della pedofilia, da lui coraggiosamente affrontato senza incolpare le lobby o i «nemici esterni» della Chiesa, ma piuttosto la «persecuzione», il male che viene dal di dentro della Chiesa stessa. E poi a motivo della fuga di documenti prelevati dalla scrivania papale dal maggiordomo Paolo Gabriele. La rinuncia è stata dunque collegata a questi contesti. Ma Benedetto XVI aveva spiegato, sempre nel libro-intervista con Seewald, che non si lascia la nave mentre il mare è in tempesta. Per questo prima di annunciare le dimissioni, decisione presa da tempo e confidata ai più stretti collaboratori con mesi d'anticipo, Ratzinger ha atteso che la vicenda Vatileaks, il processo a Gabriele e l'inchiesta affidata ai tre cardinali si fossero conclusi. Soltanto dopo ha lasciato.

Nella lettera che ci ha inviato, il Papa emerito risponde anche alle domande sul significato dell'abito bianco e del nome papale. «Il mantenimento dell’abito bianco e del nome Benedetto - ci ha scritto - è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c’erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l’abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza il minimo fondamento».

Una chiara e quanto mai significativa testimonianza di questa affermazione, Benedetto XVI l'ha data sabato scorso, nel giorno del concistoro al quale era stato invitato da Francesco. Ratzinger non ha voluto un posto appartato e speciale, si è seduto in una sedia uguale a quella dei cardinali, in un angolo, nella fila dei porporati vescovi. Quando Francesco all'inizio e poi alla fine della cerimonia gli si è avvicinato per salutarlo e abbracciarlo, Benedetto si è tolto dal capo lo zucchetto per riverenza, e anche per attestare pubblicamente che il Papa è uno solo.

Nelle scorse settimane il teologo svizzero Hans Küng aveva citato alcune parole contenute in una lettera ricevuta da Benedetto XVI e riguardanti Francesco. Parole ancora una volta inequivocabili: «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera». Qualcuno, sul web, ha provato a mettere in dubbio l'autenticità della citazione o comunque ne ha paventato un uso strumentale. Anche di questo abbiamo chiesto conferma al Papa emerito: «Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui», ha precisato in modo lapidario. Prima di concludere con la speranza di aver risposto «in modo chiaro e sufficiente» alle domande che gli avevamo posto.

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/benedetto-xvi-benedict-xvi-benedicto-xvi-32340/

Dal Dan Brown made in Italy contro Papa Francesco...



La lettera del Papa emerito a Tornielli (senza l'indirizzo del destinatario, volutamente nascosto dalla redazione di Vatican Insider 


http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/benedetto-xvi-benedict-xvi-benedicto-xvi-32340/

27 settembre 2014

Diversi "cattolici" ne sono rimasti intossicati da questo fumo....

«da qualche fessura sia entrato il fumo di satana nel tempio di Dio». C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce.

Paolo VI - Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo 
Giovedì, 29 giugno 1972

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629_it.html


24 settembre 2014

Galileo Galilei torturato? messo al rogo?

Così Crede il 97% degli studenti europei e il 30% di questi crede che sia stato arso vivo su di un rogo


"Eppur si muove": storia di un falso

di Vittorio Messori

Stando a un'inchiesta dei Consiglio d'Europa tra gli studenti di scienze in tutti i Paesi della Comunità, quasi il 30 per cento è convinto che Galileo Galilei sia stato arso vivo dalla Chiesa sul rogo. La quasi totalità (il 97 per cento) è comunque convinta che sia stato sottoposto a tortura. Coloro - non molti, in verità - che sono in grado di dire qualcosa di più sullo scienziato pisano, ricordano, come frase "sicuramente storica", un suo "Eppur si muove!", fieramente lanciato in faccia, dopo la lettura della sentenza, agli inquisitori convinti di fermare il moto della Terra con gli anatemi teologici. Quegli studenti sarebbero sorpresi se qualcuno dicesse loro che siamo, qui, nella fortunata situazione di poter datare esattamente almeno quest'ultimo falso: la "frase storica" fu inventata a Londra, nel 1757, da quel brillante quanto spesso inattendibile giornalista che fu Giuseppe Baretti.
 
Il 22 giugno del 1633, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva tenuto dai domenicani, udita la sentenza, il Galileo "vero" (non quello del mito) sembra mormorasse un ringraziamento per i dieci cardinali - tre dei quali avevano votato perché fosse prosciolto - per la mitezza della pena. Anche perché era consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il tribunale, cercando per di più di prendere in giro quei giudici - tra i quali c'erano uomini di scienza non inferiore alla sua - assicurando che, nel libro contestatogli (e che era uscito con una approvazione ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in realtà sostenuto il contrario di quanto si poteva credere. Di più: nei quattro giorni di discussione, ad appoggio della sua certezza che la Terra girasse attorno al Sole aveva portato un solo argomento. Ed era sbagliato. Sosteneva, infatti, che le maree erano dovute allo "scuotimento" delle acque provocato dal moto terrestre. Tesi risibile, alla quale i suoi giudici-colleghi ne opponevano un'altra che Galileo giudicava "da imbecilli": era, invece, quella giusta. L'alzarsi e l'abbassarsi dell'acqua dei mari, cioè, è dovuta all'attrazione della Luna. Come dicevano, appunto, quegli inquisitori insultati sprezzantemente dal Pisano.
 
Altri argomenti sperimentali, verificabili, sulla centralità del Sole e sul moto terrestre, oltre a questa ragione fasulla, Galileo non seppe portare. Né c'è da stupirsi: il Sant'Uffizio non si opponeva affatto all'evidenza scientifica in nome di un oscurantismo teologico. La prima prova sperimentale, indubitabile, della rotazione della Terra è del 1748, oltre un secolo dopo. E per vederla quella rotazione, bisognerà aspettare il 1851, con quel pendolo di Foucault caro a Umberto Eco. In quel 1633 del processo a Galileo, sistema tolemaico (Sole e pianeti ruotano attorno alla Terra) e sistema copernicano difeso dal Galilei (Terra e pianeti ruotano attorno al Sole) non erano che due ipotesi quasi in parità, su cui scommettere senza prove decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano pacificamente per il "novatore" Copernico, condannato invece da Lutero.
Del resto, Galileo non solo sbagliava tirando in campo le maree, ma già era incorso in un altro grave infortunio scientifico quando, nel 1618, erano apparse in cielo delle comete. Per certi apriorismi legati appunto alla sua "scommessa" copernicana, si era ostinato a dire che si trattava solo di illusioni ottiche e aveva duramente attaccato gli astronomi gesuiti della Specola romana che invece - e giustamente - sostenevano che quelle comete erano oggetti celesti reali. Si sarebbe visto poi che sbagliava ancora, sostenendo il moto della Terra e la fissità assoluta del Sole, mentre in realtà anche questo è in movimento e ruota attorno al centro della Galassia.
 
Niente frasi "titaniche" (il troppo celebre "Eppur si muove!") comunque, se non nelle menzogne degli illuministi e poi dei marxisti - vedasi Bertolt Brecht - che crearono a tavolino un "caso" che faceva (e fa ancora) molto comodo per una propaganda volta a dimostrare l'incompatibilità tra scienza e fede.
 
La condanna: continuare il suo lavoro
Torture? carceri dell'Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli studenti europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo non fece un solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna violenza fisica. Anzi, convocato a Roma per il processo, si sistemò (a spese e cura della Santa Sede), in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la sentenza, fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da lì, il "condannato" si trasferì come ospite nel palazzo dell'arcivescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, si sistemò nella sua confortevole villa di Arcetri, dal nome significativo "Il gioiello".
 
Non perdette né la stima né l'amicizia di vescovi e scienziati, spesso religiosi. Non gli era mai stato impedito di continuare il suo lavoro e ne approfittò difatti, continuando gli studi e pubblicando un libro - Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze - che è il suo capolavoro scientifico. Né gli era stato vietato di ricevere visite, così che i migliori colleghi d'Europa passarono a discutere con lui. Presto gli era stato tolto anche il divieto di muoversi come voleva dalla sua villa. Gli rimase un solo obbligo: quello di recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali. Questa "pena", in realtà, era anch'essa scaduta dopo tre anni, ma fu continuata liberamente da un credente come lui, da un uomo che per gran parte della sua vita era stato il beniamino dei Papi stessi; e che, ben lungi dall'ergersi come difensore della ragione contro l'oscurantismo clericale, come vuole la leggenda posteriore, poté scrivere con verità alla fine della vita: "In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa".
 
Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell'indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era l'8 gennaio 1642, nove anni dopo la "condanna" e dopo 78 di vita. Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!".
 
I suoi guai, del resto, più che da parte "clericale" gli erano sempre venuti dai "laici": dai suoi colleghi universitari, cioè, che per invidia o per conservatorismo, brandendo Aristotele più che la Bibbia, fecero di tutto per toglierlo di mezzo e ridurlo al silenzio. La difesa gli venne dalla Chiesa, l'offesa dall'Università.
 
In occasione della recente visita del papa a Pisa, un illustre scienziato, su un cosiddetto "grande" quotidiano, ha deplorato che Giovanni Paolo II "non abbia fatto ulteriore, doverosa ammenda dell'inumano trattamento usato dalla Chiesa contro Galileo". Se, per gli studenti del sondaggio da cui siamo partiti, si deve parlare di ignoranza, per studiosi di questa levatura il sospetto è la malafede. Quella stessa malafede, del resto, che continua dai tempi di Voltaire e che tanti complessi di colpa ha creato in cattolici disinformati. Eppure, non solo le cose non andarono per niente come vuole la secolare propaganda; ma proprio oggi ci sono nuovi motivi per riflettere sulle non ignobili ragioni della Chiesa. Il "caso" è troppo importante, per non parlarne ancora.
La sua vita privata fu tenuta fuori dal processo

 
Il Galilei - alla pari, del resto, di un altro cattolico fervente come Cristoforo Colombo - convisse apertamente more uxorio con una donna che non volle sposare, ma dalla quale ebbe un figlio maschio e due femmine. Lasciata Padova per ritornare in Toscana, dove gli era stata promessa maggior possibilità di far carriera, abbandonò in modo spiccio (da qualcuno, anzi, sospettato di brutalità) la fedele compagna, la veneziana Marina Gamba, togliendole anche tutti i figli. "Provvisoriamente, mise le figliuole in casa del cognato, ma doveva pensare a una loro sistemazione definitiva: cosa non facile perché, data la nascita illegittima, non era probabile un futuro matrimonio. Galileo pensò allora di monacarle. Senonché le leggi ecclesiastiche non permettevano che fanciulle così giovani facessero i voti, e allora Galileo si raccomandò ad alti prelati per poterle fare entrare egualmente in convento: così, nel 1613, le due fanciulle - una di 13 e l'altra di 12 anni - entravano nel monastero di San Matteo d'Arcetri e dopo poco vestirono l'abito. Virginia, che prese il nome di suor Maria Celeste, riuscì a portare cristianamente la sua croce, visse con profonda pietà e in attiva carità verso le sue consorelle. Livia, divenuta suor Arcangela, soccombette invece al peso della violenza subita e visse nevrastenica e malaticcia" (Sofia Vanni Rovighi). Sul piano personale, dunque, sarebbe stato vulnerabile. "Sarebbe", diciamo, perché, grazie a Dio, quella Chiesa che pure lo convocò davanti al Sant'Uffizio, quella Chiesa accusata di un moralismo spietato, si guardò bene dal cadere nella facile meschineria di mescolare il piano privato, le scelte personali del grande scienziato, con il piano delle sue idee, le sole che fossero in discussione. "Nessun ecclesiastico gli rinfaccerà mai la sua situazione familiare. Ben diversa sarebbe stata la sua sorte nella Ginevra di Calvino, dove i "concubini" come lui venivano decapitati" (Rino Canimilleri).
 
E' un'osservazione che apre uno spiraglio su una situazione poco conosciuta. Ha scritto Georges Bené, uno dei maggiori conoscitori di questa vicenda: "Da due secoli, Galileo e il suo caso interessano, più che come fine, come mezzo polemico contro la Chiesa cattolica e contro il suo "oscurantismo" che avrebbe bloccato la ricerca scientifica". Lo stesso Joseph Lortz, cattolico rigoroso e certo ancora lontano da quello spirito di autoflagellazione di tanta attuale storiografia clericale, autore di uno dei più diffusi manuali di storia della Chiesa, cita, condividendola, l'affermazione di un altro studioso, il Dessauer: "Il nuovo mondo sorge essenzialmente al di fuori della Chiesa cattolica perché questa, con Galileo, ha cacciato gli scienziati".
 
Questo non risponde affatto alla verità. Il temporaneo divieto (che giunge peraltro, lo vedremo meglio, dopo una lunga simpatia) di insegnare pubblicamente la teoria eliocentrica copernicana, è un fatto del tutto isolato: né prima né dopo la Chiesa scenderà mai (ripetiamo: mai) in campo per intralciare in qualche modo la ricerca scientifica, portata avanti tra l'altro quasi sempre da membri di ordini religiosi. Lo stesso Galileo è convocato solo per non avere rispettato i patti: l'approvazione ecclesiastica per il libro "incriminato", i Dialoghi sopra i massimi sistemi, gli era stata concessa purché trasformasse in ipotesi (come del resto esigevano le stesse ancora incerte conoscenze scientifiche del tempo) la teoria copernicana che egli invece dava ormai come sicura. Il che non era ancora. Promise di adeguarsi: non solo non lo fece, dando alle stampe il manoscritto così com'era, ma addirittura mise in bocca allo sciocco dei Dialoghi, dal nome esemplare di Simplicio, i consigli di moderazione datigli dal papa che pur gli era amico e lo ammirava.
 
Galileo, quando è convocato per scolparsi, si sta occupando di molti altri progetti di ricerca, non solo di quello sul movimento della Terra o del Sole. Era giunto quasi ai settant'anni avendo avuto onori e aiuti da parte di tutti gli ambienti religiosi, a parte un platonico ammonimento del 1616, ma non diretto a lui personalmente; subito dopo la condanna potrà riprendere in pieno le ricerche, attorniato da giovani discepoli che formeranno una scuola. E potrà condensare il meglio della sua vita di studio negli anni che gli restano, in quei Discorsi sopra due nuove scienze che è il vertice del suo pensiero scientifico.
 
Del resto, proprio nell'astronomia e proprio a partire da quegli anni la Specola Vaticana - ancor oggi in attività, fondata e sempre diretta da gesuiti - consolida la sua fama di istituto scientifico tra i più prestigiosi e rigorosi nel mondo. Tanto che, quando gli italiani giungono a Roma, nel 1870, si affrettano a fare un'eccezione al loro programma di cacciare i religiosi, quelli della Compagnia di Gesù innanzitutto.
 
Il governo dell'Italia anticlericale e massonica fa votare così dal Parlamento una legge speciale per mantenere come direttore a vita dell'Osservatorio già papale il padre Angelo Secchi, uno dei maggiori studiosi del secolo, tra i fondatori dell'astrofisica, uomo la cui fama è talmente universale che petizioni giungono da tutto il mondo civile per ammonire i responsabili della "nuova Italia" che non intralcino un lavoro giudicato prezioso per tutti.
 
Se la scienza sembra emigrare, a partire dal Seicento, prima nel Nord Europa e poi oltre Atlantico - fuori, cioè, dall'orbita di regioni cattoliche - le cause sono legate al diverso corso assunto dalla scienza stessa. Innanzitutto, i nuovi, costosi strumenti (dei quali proprio Galileo è tra i pionieri) esigono fondi e laboratori che solo i Paesi economicamente sulla cresta dell'onda possono permettersi, non certo l'Italia occupata dagli stranieri o la Spagna in declino, rovinata dal suo stesso trionfo.
 
La scienza moderna, poi, a differenza di quella antica, si lega direttamente alla tecnologia, cioè alla sua utilizzazione diretta e concreta. Gli antichi coltivavano gli studi scientifici per se stessi, per gusto della conoscenza gratuita, pura. I greci, ad esempio, conoscevano le possibilità del vapore di trasformarsi in energia ma, se non adattarono a macchina da lavoro quella conoscenza, è perché non avrebbero considerato degno di un uomo libero, di un "filosofo" come era anche lo scienziato, darsi a simili attività "utilitarie". (Un atteggiamento che contrassegna del resto tutte le società tradizionali: i cinesi, che da tempi antichissimi fabbricavano la polvere nera, non la trasformarono mai in polvere da sparo per cannoni e fucili, come fecero poi gli europei del Rinascimento, ma l'impiegarono solo per fini estetici, per fare festa con i fuochi artificiali. E gli antichi egizi riservavano le loro straordinarie tecniche edilizie solo a templi e tombe, non per edifici "profani").
 
E' chiaro che, da quando la scienza si mette al servizio della tecnologia, essa può svilupparsi soprattutto tra popoli, come quelli nordici, che conoscono una primissima rivoluzione industriale; che hanno - come gli olandesi o gli inglesi - grandi flotte da costruire e da utilizzare; che abbisognano di equipaggiamento moderno per gli eserciti, di infrastrutture territoriali, e così via. Mentre, cioè, prima, la scienza era legata solo all'intelligenza, alla cultura, alla filosofia, all'arte stessa, a partire dall'epoca moderna è legata al commercio, all'industria, alla guerra. Al denaro, insomma.
Intolleranza protestante
 
Che questa - e non la pretesa "persecuzione cattolica" di cui, l'abbiamo visto, parlano anche storici cattolici - sia la causa della relativa inferiorità scientifica dei popoli restati legati a Roma, lo dimostra anche l'intolleranza protestante di cui quasi mai si parla e che è invece massiccia e precoce. Copernico, da cui tutto inizia (e nel cui nome Galileo sarebbe stato "perseguitato") è un cattolicissimo polacco. Anzi, è addirittura un canonico che installa il suo rudimentale osservatorio su un torrione della cattedrale di Frauenburg. L'opera fondamentale che pubblica nel 1543 - La rotazione dei corpi celesti - è dedicata al papa Paolo III, anch'egli, tra l'altro, appassionato astronomo. L'imprimatur è concesso da un cardinale proveniente da quei domenicani nel cui monastero romano Galileo ascolterà la condanna.
 
Il libro del canonico polacco ha però una singolarità: la prefazione è di un protestante che prende le distanze da Copernico, precisando che si tratta solo di ipotesi, preoccupato com'è di possibili conseguenze per la Scrittura. Il primo allarme non è dunque di parte cattolica: anzi, sino al dramma finale di Galileo, si succedono ben undici papi che non solo non disapprovano la teoria "eliocentrica" copernicana, ma spesso l'incoraggiano. Lo scienziato pisano stesso è trionfalmente accolto a Roma e fatto membro dell'Accademia pontificia anche dopo le sue prime opere favorevoli al sistema eliocentrico.
 
Ecco, invece, la reazione testuale di Lutero alle prime notizie sulle tesi di Copernico: "La gente presta orecchio a un astrologo improvvisato che cerca in tutti i modi di dimostrare che è la Terra a girare e non il Cielo. Chi vuol far sfoggio di intelligenza deve inventare qualcosa e spacciarlo come giusto. Questo Copernico, nella sua follia, vuol buttare all'aria tutti i princìpi dell'astronomia". E Melantone, il maggior collaboratore teologico di fra Martino, uomo in genere piuttosto equilibrato, qui si mostra inflessibile: "Simili fantasie da noi non saranno tollerate".
 
Non si trattava di minacce a vuoto: il protestante Keplero, fautore del sistema copernicano, per sfuggire ai suoi correligionari che lo giudicano blasfemo perché parteggia per una teoria creduta contraria alla Bibbia, deve scappare dalla Germania e rifugiarsi a Praga, dopo essere stato espulso dal collegio teologico di Tubinga. Ed è significativo quanto ignorato (come, del resto, sono ignorate troppe cose in questa vicenda) che giunga al "copernicano" e riformato Keplero un invito per insegnare proprio nei territori pontifici, nella prestigiosissima università di Bologna.
 
Sempre Lutero ripeté più volte: "Si porrebbe fuori del cristianesimo chi affermasse che la Terra ha più di seimila anni". Questo "letteralismo", questo "fondamentalismo" che tratta la Bibbia come una sorta di Corano (non soggetta, dunque a interpretazione) contrassegna tutta la storia del protestantesimo ed è del resto ancora in pieno vigore, difeso com'è dall'ala in grande espansione - negli Usa e altrove - di Chiese e nuove religioni che si rifanno alla Riforma.
 
A proposito di università (e di "oscurantismo"): ci sarà pure una ragione se, all'inizio del Seicento, proprio quando Galileo è sulla quarantina, nel pieno del vigore della ricerca, di università - questa tipica creazione del Medio Evo cattolico - ce ne sono 108 in Europa, alcune altre nelle Americhe spagnole e portoghesi e nessuna nei territori non cristiani. E ci sarà pure una ragione se le opere matematiche e geometriche degli antichi (prima fra tutte quelle di Euclide) che costituirono la base fondamentale per lo sviluppo della scienza moderna, giunsero a noi soltanto perché ricopiate dai monaci benedettini e, appena inventata la tipografia, stampate sempre a cura di religiosi. Qualcuno ha addirittura rilevato che, proprio in quell'inizio del Seicento, è un Grande Inquisitore di Spagna che fonda a Salamanca la facoltà di scienze naturali dove si insegna con favore la teoria copernicana...
 
Storia complessa, come si vede. Ben più complessa di come abitualmente ce la raccontino. Bisognerà parlarne ancora.
 
La saggezza della Chiesa
Qualcuno ha fatto notare un paradosso: è infatti più volte successo che la Chiesa sia stata giudicata attardata, non al passo con i tempi. Ma il prosieguo della storia ha finito col dimostrare che, se sembrava anacronistica, è perché aveva avuto ragione troppo presto.
 
É successo, ad esempio, con la diffidenza per il mito entusiastico della "modernità", e del conseguente "progresso", per tutto il XIX secolo e per buona parte del XX. Adesso, uno storico come Émile Poulat può dire: "Pio IX e gli altri papi "reazionari" erano in ritardo sul loro tempo ma sono divenuti dei profeti per il nostro. Avevano forse torto per il loro oggi e il loro domani: ma avevano visto giusto per il loro dopodomani, che è poi questo nostro tempo postmoderno che scopre l'altro volto, quello oscuro, della modernità e del progresso".
 
É successo, per fare un altro esempio, con Pio XI e Pio XII, le cui condanne del comunismo ateo erano sino a ieri sprezzate come "conservatrici", "superate", mentre ora quelle cose le dicono gli stessi comunisti pentiti (quando hanno sufficiente onestà per riconoscerlo) e rivelano che quegli "attardati" di papi avevano una vista che nessun altro ebbe così acuta. Sta succedendo, per fare un altro esempio, con Paolo VI, il cui documento che appare e apparirà sempre più profetico è anche quello che fu considerato il più "reazionario": l'Humanae Vitae.
 
Oggi siamo forse in grado di scorgere che il paradosso si è verificato anche per quel "caso Galileo" che ci ha tenuti impegnati per i due frammenti precedenti.
 
Certo, ci si sbagliò nel mescolare Bibbia e nascente scienza sperimentale. Ma facile è giudicare con il senno di poi: come si è visto, i protestanti furono qui assai meno lucidi; anzi, assai più intolleranti dei cattolici. E certo che in terra luterana o calvinista Galileo sarebbe finito non in villa, ospite di gerarchi ecclesiastici, ma sul patibolo.
 
Dai tempi dell'antichità classica sino ad allora, in tutto l'Occidente, la filosofia comprendeva tutto lo scibile umano, scienze naturali comprese: oggi ci è agevole distinguere, ma a quei tempi non era affatto così; la distinzione cominciava a farsi strada tra lacerazioni ed errori.
 
D'altro canto, Galileo suscitava qualche sospetto perché aveva già mostrato di sbagliare (sulle comete, ad esempio) e proprio su quel suo prediletto piano sperimentale; non aveva prove a favore di Copernico, la sola che portava era del tutto erronea. Un santo e un dotto della levatura di Roberto Bellarmino si diceva pronto - e con lui un'altra figura di altissima statura come il cardinale Baronio - a dare alla Scrittura (la cui lettera sembrava più in sintonia col tradizionale sistema tolemaico) un senso metaforico, almeno nelle espressioni che apparivano messe in crisi dalle nuove ipotesi astronomiche; ma soltanto se i copernicani fossero stati in grado di dare prove scientifiche irrefutabili. E quelle prove non vennero se non un secolo dopo.
Una reazione doverosa dal punto di vista scientifico

 
Uno studioso come Georges Bené pensa addirittura che il ritiro deciso dal Sant'Uffizio del libro di Galileo fosse non solo legittimo ma doveroso, e proprio sul piano scientifico: "Un po' come il rifiuto di un articolo inesatto e senza prove da parte della direzione di una moderna rivista scientifica". D'altro canto, lo stesso Galileo mostrò come, malgrado alcuni giusti princìpi da lui intuiti, il rapporto scienza-fede non fosse chiaro neppure per lui. Non era sua, ma del cardinal Baronio (e questo riconferma l'apertura degli ambienti ecclesiastici) la formula celebre: "L'intento dello Spirito Santo, nell'ispirare la Bibbia, era insegnarci come si va al Cielo, non come va il cielo".
 
Ma tra le cose che abitualmente si tacciono è la sua contraddizione, l'essersi anch'egli impelagato nel "concordismo biblico": davanti al celebre versetto di Giosuè che ferma il Sole non ipotizzava per niente un linguaggio metaforico, restava anch'egli sul vecchio piano della lettura letterale, sostenendo che Copernico poteva dare a quella "fermata" una migliore spiegazione che Tolomeo. Mettendosi sullo stesso piano dei suoi giudici, Galileo conferma quanto fosse ancora incerta la distinzione tra il piano teologico e filosofico e quello della scienza sperimentale.
 
Ma è forse altrove che la Chiesa apparve per secoli arretrata, perché era talmente in anticipo sui tempi che soltanto ora cominciamo a intuirlo. In effetti - al di là degli errori in cui possono essere caduti quei dieci giudici, tutti prestigiosi scienziati e teologi, nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, e forse al di là di quanto essi stessi coscientemente avvertivano - giudicando una certa baldanza (se non arroganza) di Galileo, stabilirono una volta per sempre che la scienza non era né poteva divenire una nuova religione; che non si lavorava per il bene dell'uomo e neppure per la Verità, creando nuovi dogmi basati sulla "Ragione" al posto di quelli basati sulla Rivelazione. "La condanna temporanea (donec corrigatur, fino a quando non sia corretta, diceva la formula) della dottrina eliocentrica, che dai suoi paladini era presentata come verità assoluta, salvaguardava il principio fondamentale che le teorie scientifiche esprimono verità ipotetiche,vere ex suppositione, per ipotesi e non in modo assoluto". Così uno storico d'oggi. Dopo oltre tre secoli di quella infatuazione scientifica, di quel terrorismo razionalista che ben conosciamo, c'è voluto un pensatore come Karl Popper per ricordarci che inquisitori e Galileo erano, malgrado le apparenze, sullo stesso piano. Entrambi, infatti, accettavano per fede dei presupposti fondamentali sulla cui base costruivano i loro sistemi. Gli inquisitori accettavano come autorità indiscutibili (anche sul piano delle scienze naturali) la Bibbia e la Tradizione nel loro senso più letterale. Ma anche Galileo e, dopo di lui, tutta la serie infinita degli scientisti, dei razionalisti, degli illuministi, dei positivisti - accettava in modo indiscusso, come nuova Rivelazione, l'autorità del ragionare umano e dell'esperienza dei nostri sensi.
 
Ma chi ha detto (e la domanda è di un laico agnostico come Popper) - se non un'altra specie di fideismo - che ragione ed esperienza, che testa e sensi ci comunichino il "vero"? Come provare che non si tratta di illusioni, così come molti considerano illusioni le convinzioni su cui si basa la fede religiosa? Soltanto adesso, dopo tanta venerazione e soggezione, diveniamo consapevoli che anche le cosiddette "verità scientifiche" non sono affatto "verità" indiscutibili a priori, ma sempre e solo ipotesi provvisorie, anche se ben fondate (e la storia in effetti è lì a mostrare come ragione ed esperienza non abbiano preservato gli scienziati da infinite, clamorose cantonate, malgrado la conclamata "oggettività e infallibilità della Scienza").
 
Questi non sono arzigogoli apologetici, sono dati ben fondati sui documenti: sino a quando Copernico e tutti i copernicani (numerosi, lo abbiamo visto, anche tra i cardinali, magari tra i papi stessi) restarono sul piano delle ipotesi, nessuno ebbe da ridire, il Sant'Uffizio si guardò bene dal bloccare una libera discussione sui dati sperimentali che via via venivano messi in campo.
 
Contro lo scientismo, in anticipo sui tempi
L'irrigidimento avviene soltanto quando dall'ipotesi si vuol passare al dogma, quando si sospetta che il nuovo metodo sperimentale in realtà tenda a diventare religione, quello "scientismo" in cui in effetti degenererà. "In fondo, la Chiesa non gli chiedeva altro che questo: tempo, tempo per maturare, per riflettere quando, per bocca dei suoi teologi più illuminati, come il santo cardinale Bellarmino, domandava al Galilei di difendere la dottrina copernicana ma solo come ipotesi e quando, nel 1616, metteva all'Indice il De revolutionibus di Copernico solo donec corrigatur, e cioè finché non si fosse data forma ipotetica ai passi che affermavano il moto della Terra in forma assoluta. Questo consigliava Bellarmino: raccogliete i materiali per la vostra scienza sperimentale senza preoccuparvi, voi, se e come possa organizzarsi nel corpus aristotelico. Siate scienziati, non vogliate fare i teologi!" (Agostino Gemelli).
 
Galileo non fu condannato per le cose che diceva; fu condannato per come le diceva. Le diceva, cioè, con un'intolleranza fideistica, da missionario del nuovo Verbo che spesso superava quella dei suoi antagonisti, pur considerati "intolleranti" per definizione. La stima per lo scienziato e l'affetto per l'uomo non impediscono di rilevare quei due aspetti della sua personalità che il cardinale Paul Poupard ha definito come "arroganza e vanità spesso assai vive". Nel contraddittorio, il Pisano aveva di fronte a sé astronomi come quei gesuiti del Collegio Romano dai quali tanto aveva imparato, dai quali tanti onori aveva ricevuto e che la ricerca recente ha mostrato nel loro valore di grandi, moderni scienziati anch'essi "sperimentali".
 
Poiché non aveva prove oggettive, è solo in base a una specie di nuovo dogmatismo, di una nuova religione della Scienza che poteva scagliare contro quei colleghi espressioni come quelle che usò nelle lettere private: chi non accettava subito e tutto il sistema copernicano era (testualmente) "un imbecille con la testa tra le nuvole", uno "appena degno di essere chiamato uomo", "una macchia sull'onore del genere umano", uno "rimasto alla fanciullaggine"; e via insultando. In fondo, la presunzione di essere infallibile sembra più dalla sua parte che da quella dell'autorità ecclesiastica.
 
Non si dimentichi, poi, che, precorrendo anche in questo la tentazione tipica dell'intellettuale moderno, fu quella sua "vanità", quel gusto di popolarità che lo portò a mettere in piazza, davanti a tutti (con sprezzo, tra l'altro della fede dei semplici), dibattiti che proprio perché non chiariti dovevano ancora svolgersi, e a lungo, tra dotti. Da qui, tra l'altro, il suo rifiuto del latino: "Galileo scriveva in volgare per scavalcare volutamente i teologi e gli altri scienziati e indirizzarsi all'uomo comune. Ma portare questioni così delicate e ancora dubbie immediatamente a livello popolare era scorretto o, almeno, era una grave leggerezza" (Rino Cammilleri).
 
Di recente, l'"erede" degli inquisitori, il Prefetto dell'ex Sant'Uffizio, cardinale Ratzinger, ha raccontato di una giornalista tedesca - una firma famosa di un periodico laicissimo, espressione di una cultura "progressista" - che gli chiese un colloquio proprio sul riesame del caso-Galileo. Naturalmente, il cardinale si aspettava le solite geremiadi sull'oscurantismo e dogmatismo cattolici. Invece, era il contrario: quella giornalista voleva sapere "perché la Chiesa non avesse fermato Galileo, non gli avesse impedito di continuare un lavoro che è all'origine del terrorismo degli scienziati, dell'autoritarismo dei nuovi inquisitori: i tecnologi, gli esperti...". Ratzinger aggiungeva di non essersi troppo stupito: semplicemente quella redattrice era una persona aggiornata, era passata dal culto tutto "moderno" della Scienza alla consapevolezza "postmoderna" che scienziato non può essere sinonimo di sacerdote di una nuova fede totalitaria.
 
Un titano del libero pensiero?
Sulla strumentalizzazione propagandistica che è stata fatta di Galileo, trasformato - da uomo con umanissimi limiti, come tutti, quale era - in un titano del libero pensiero, in un profeta senza macchia e senza paura, ha scritto cose non trascurabili la filosofa cattolica (uno dei pochi nomi femminili di questa disciplina) Sofia Vanni Rovighi. Sentiamo:
 
"Non è storicamente esatto vedere in Galileo un martire della verità, che alla verità sacrifica tutto, che non si contamina con nessun altro interesse, che non adopera nessun mezzo extra-teorico per farla trionfare, e dall'altra parte uomini che per la verità non hanno alcun interesse, che mirano al potere, che adoperano solo il potere per trionfare su Galileo. In realtà ci sono invece due parti, Galileo e i suoi avversari, l'una e l'altra convinte della verità della loro opinione, l'una e l'altra in buona fede ma che adoperano l'una e l'altra anche mezzi extra-teorici per far trionfare la tesi che ritengono vera. Né bisogna dimenticare che, nel 1616, l'autorità ecclesiastica fu particolarmente benevola con Galileo e non lo nominò neppure nel decreto di condanna e nel 1633, sebbene sembrasse procedere con severità, gli concesse ogni possibile agevolazione materiale. Secondo il diritto di allora, prima, durante e, se condannato, dopo la procedura, Galileo avrebbe dovuto essere in carcerato; e invece non solo in carcere non fu neanche per un'ora, non solo non subì alcun maltrattamento, ma fu alloggiato e trattato con ogni conforto".
 
Ma continua la Vanni Rovighi, quasi con particolare sensibilità femminile verso le povere figlie del grande scienziato: "Non è poi equo operare con due pesi e due misure e parlare di delitto contro lo spirito quando si allude alla condanna di Galileo, ma non battere ciglio quando si narra della monacazione forzata che egli impose alle sue due figliuole giovinette, facendo di tutto per eludere le savie leggi ecclesiastiche che tutelavano la dignità e libertà personale delle giovani avviate alla vita religiosa, col fissare un limite minimo di età per i voti. Si osserverà che quell'azione di Galileo va giudicata tenendo presente l'epoca storica, che Galileo cercò di rimediare, di farsi perdonare quella violenza, usando gran e bontà soprattutto verso Virginia, divenuta suor Maria Celeste; e noi troviamo giustissime queste considerazioni, ma domandiamo che egual metro di comprensione storica e psicologica venga usato anche quando si giudicano gli avversari di Galileo".
 
Prosegue la studiosa: "Occorrerà anche tenere presente questo: quando si condanna severamente l'autorità che giudicò Galileo ci si mette da un punto di vista morale (da un punto di vista intellettuale, infatti, è pacifico che ci fu errore nei giudici; ma l'errore non è delitto e non si dimentichi mai che ciò non riguarda affatto la fede: sia il giudizio del 1616 che quello del 1633 sono decreti di una Congregazione romana approvati dal papa in forma communi e come tali non cadono sotto la categoria delle affermazioni nelle quali la Chiesa è infallibile; si tratta di decreti di uomini di Chiesa, non certo di dogmi della Chiesa). Se ci si pone, dunque, a un punto di vista morale, non bisogna confondere questo valore con il successo. Tanto vale il tormento dello spirito del grande Galileo quanto il tormento dello spirito sconvolto della povera suor Arcangela, monacata a forza dal padre a 12 anni. E se poi si osserva che - diamine! - Galileo è Galileo, mentre suor Arcangela non è che un'oscura donnetta, per concludere almeno implicitamente che tormentare l'uno è colpa ben più grave che tormentare l'altra, ci si lascia affascinare dal potere e dal successo. Ma da questo punto di vista non ha più senso parlare di spirito: né per stigmatizzare i delitti compiuti contro di esso né per esaltarne le vittorie".

Il Culto dei Santi

I fratelli cattolici, si accertano della verità biblica e cristiana, prima di farsi confondere le idee? 

E i fratelli non cattolici, prima di ficcarsi nella testa tanti pregiudizi, hanno interrogato rettamente e onestamente la S. Scrittura o persone competenti (la Chiesa di Dio) in merito alle loro opinioni religiose?



23 settembre 2014

Papa Francesco bacia la mano a dei giudei-massoni?

No, bacia la mano ad uno dei superstisti dei campi di concentramento nazisti.

Ciò non toglie che dei pseudocattolici sono rimasti ugualmente indignati per tale bacio a dei superstiti dei campi di concentramento e piangono quindi sulle "rovine materiali del Papato romano"

Pseudocattolici..... cristiani senza Cristo

http://www.ilsecoloxix.it/p/multimedia/mondo/2014/05/26/ARMCLxQ-francesco_olocausto_sopravvissuti.shtml


21 settembre 2014

La Madonna contestata: ma da chi?

Neanche Lutero la contestava, gli odierni settari si!

1) "E’ una credenza dolce e pia che l’infusione dell’anima di Maria fu effettuata senza peccato originale, cosicché nella stessa infusione della sua anima ella fu anche purificata dal peccato originale e adornata di doni di Dio, ricevendo un’anima pura infusa da Dio; perciò dal primo momento che ella cominciò a vivere, ella fu libera da ogni peccato".
(Sermone ‘Sul giorno della concezione della Madre di Dio’, 1527. M.Lutero)

2) "Ella è piena di grazia, viene dichiarata essere completamente senza peccato – qualcosa di estremamente grande. Perché la grazia di Dio la riempie di ogni cosa buona e la rende priva di ogni male"
(Libro di Preghiera Personale (‘Piccolo’), 1522. M.Lutero)

3) "Cristo … fu il solo Figlio di Maria, e la Vergine Maria non ebbe altri figli oltre a Lui … Io sono incline ad essere d’accordo con quelli che dichiarano che ‘fratelli’ veramente significa ‘cugini’ qua, perché la Sacra Scrittura e gli Ebrei chiamano i cugini sempre fratelli"
(Sermoni su Giovanni, cap. 1-4 [1539]. M.Lutero)

4) "La dolce madre di Dio mi conceda lo Spirito, affinché io possa spiegare con sufficiente efficacia questo suo canto, per consentire a Vostra Grazia, e a noi tutti, di trarne una conoscenza che ci conduca alla salvezza e a una vita lodevole, in modo da poter celebrare e cantare questo eterno Magnificat nella vita eterna."
(Commento al Magnificat. 1521. M.Lutero)


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Bufale in libertà

Fare sempre attenzione a quanto vi viene proposto di leggere, gli spacciatori di citazioni false, e non solo di quelle attribuite ai Padri della Chiesa, imperversano in rete e in modo particolare in facebook


19 settembre 2014

Bufale news: gira la notizia secondo la quale Papa Francesco Avrebbe “protetto” un arcivescovo indagato per pedofilia.


"Józef Wesołowski, arcivescovo polacco, ha costretto alcuni bambini al sesso orale. Le autorità polacche hanno emesso un mandato di cattura internazionale. Ma sapete che cosa ha risposto il Vaticano?
“Il nostro confratello Wesolowski gode di immunità diplomatica e, in ogni caso, la Santa Sede non autorizza l’estradizione.”
GRAZIE FRANCESCO!
"


LA PARTE VERA RIGUARDA SOLO LE ACCUSE A JÓZEF WESOŁOWSKI: il caso risale al 2013 ed è partito da un’indagine condotta nella Repubblica Dominicana, dove lo stesso nunzio ha esercitato. Le accuse risultano al momento fondate, e Józef Wesołowski è sotto processo canonico.

La stessa Santa Sede ha anche promesso di adottare la “tolleranza zero” nei suoi confronti. È vero, non sarà estradato, perché è la legge vaticana a non prevedere l’estradizione; ciò non toglie che è stato comunque “sottoposto a giudizio” per il “reato di tortura e di pedofilia”.

LA CONDANNA IN PRIMO GRADO È STATA EMESSA IL 27 GIUGNO DI QUEST’ANNO (2014).

AVETE CAPITO BENE: WESOŁOWSKI È STATO CONDANNATO, ED È ORA LAICO E DIMISSIONARIO. 

Al momento in cui scrivo, il processo risulta ancora in corso. Ci auguriamo che la Giustizia faccia il suo corso, com’è ovvio.

PER QUANTO CONCERNE “L’IMMUNITÀ DIPLOMATICA” (SIC!) DEDUCIBILI DALLE PRESUNTE PAROLE DI PAPA FRANCESCO, LA VERITÀ È TUTT’ALTRA: 
La “libertà di movimento” da lui “goduta” era solo relativa; era comunque in attesa che la Congregazione per la dottrina della fede procedesse a verificare il fondamento delle accuse mosse a suo carico.

ORA NON GODE PIÙ DI QUESTO PRIVILEGIO, IN QUANTO LAICIZZATO.

Posta così, l’immagine serve solo ad alimentare il livore anticlericale già strisciante in Italia. Non cascateci, cari lettori: la disinformazione è un parassita che si nutre del vostro rancore, anche quando è giusto e motivato. Chi diffonde ancora questa immagine non ha voglia di documentarsi realmente su quanto accaduto.

http://www.bufale.net/home/disinformazione-papa-francesco-protegge-jozef-wesolowski/

17 settembre 2014

Continua la campagna "Adotta un cristiano di Mosul". Già raccolti oltre 350mila euro



di Bernardo Cervellera

Roma (AsiaNews) - A un mese dall'inizio della campagna "Adotta un cristiano di Mosul", AsiaNews ha già inviato in Iraq una prima tranche dei fondi ricevuti fino al 31 agosto: 279.219,96 euro.

Con le donazioni giunte in questi primi giorni di settembre anche dalla Fondazione Pime Onlus - e che verranno inviate entro un mese - la campagna ha raccolto finora oltre 350mila euro.

Tutte queste donazioni vengono consegnate - secondo l'indicazione del patriarca di Baghdad Mar Louis Sako - al Comitato dei vescovi del Kurdistan che stanno affrontando l'emergenza di nutrire, alloggiare, vestire, consolare oltre 150mila profughi cristiani, yazidi, turkmeni, sciiti e sunniti, fuggiti da Mosul, Qaraqosh e da altre zone del Nord Iraq conquistate dalla violenza dello Stato islamico.

La campagna "Adotta un cristiano di Mosul" è nata dal desiderio di partecipare almeno un minimo al dolore dei nostri fratelli e sorelle cacciati da Mosul come degli infami a causa della loro fede, costretti a scegliere fra la conversione all'islam, la sottomissione, la fuga o la morte. Essa è divenuta un modo per rispondere in concreto e subito al loro bisogno, invece di accontentarsi di imprecare contro "i musulmani", contro l'Onu, gli Stati Arabi, l'Europa, gli Stati Uniti "che non fanno niente".

La campagna è stata anche un modo di seguire papa Francesco che ha continuato a lanciare messaggi alla comunità internazionale  per  "proteggere quanti sono interessati o minacciati dalla violenza e per assicurare gli aiuti necessari, soprattutto quelli più urgenti, a così tanti sfollati, la cui sorte dipende dalla solidarietà altrui".

Da subito, il patriarca e i vescovi irakeni, ci hanno aiutato a comprendere che in gioco vi è l'esistenza dei cristiani, ma con loro anche l'esistenza dello stesso Iraq come Paese multietnico, e di un Medio oriente dove siano garantiti il dialogo e il rispetto per ogni etnia e religione. Per questo, essi stessi, usano gli aiuti per sostenere non solo i cristiani, ma tutti i profughi bisognosi di cibo, di vestiti e di alloggio, aiutando tutti loro a restare nel loro Paese e a resistere alla tentazione dell'emigrazione.

In tal modo i vescovi dell'Iraq e noi con loro, domandiamo alla comunità internazionale non dei visti per l'estero (facile modo di scaricarsi la coscienza), ma il ripristino della giustizia e della sicurezza per la popolazione del Nord Iraq, fermando e neutralizzando gli aggressori dello Stato islamico.

Di solito, le guerre si fanno in agosto per sfuggire all'attenzione dei media. La nostra campagna, lanciata in agosto, in un periodo tradizionale di vacanza, spensieratezza e distrazione, ha trovato una risposta che stupisce anzitutto noi stessi.

Alla campagna hanno partecipato donatori da tutti i continenti: Italia (l'80%), Corea del Sud, Stati Uniti, Malta, Gran Bretagna, Spagna, Canada, Hong Kong, Vietnam, Nuova Zelanda, Malaysia, Repubblica Ceca, Australia, Polonia, Brasile, Messico, Russia, Argentina, Germania, Svizzera, Danimarca, Irlanda, Belgio, Ungheria, Colombia, Lussemburgo.

Al nostro appello hanno risposto laici, sacerdoti, religiosi e religiose; missionari; singoli, coppie o famiglie; bambini, che hanno voluto donare i propri risparmi; studi di professionisti, ristoranti, fondazioni culturali; diocesi e parrocchie che hanno dedicato una raccolta fondi ai "fratelli iracheni". Si va da un minimo di uno-due euro a un massimo di 5mila. Alcuni hanno scelto di adottare "un cristiano di Mosul" su base mensile, e hanno già effettuato un secondo versamento per le necessità di settembre. Altri hanno intitolato il loro contributo a una persona cara scomparsa.

Fra i messaggi che più ci hanno commosso vi è quello di un nonno che ha spedito due euro, frutto dei piccoli sacrifici della sua nipotina e quello di una donna, senza lavoro e malata, che pur essendo indigente, ha voluto versare 5 euro, la somma necessaria ad acquistare il cibo per un giorno a un profugo irakeno.

Una signora anziana, commentando il suo dono, ci ha detto: "Il piccolo sacrificio che facciamo non è nulla a confronto delle sofferenze che questi nostri fratelli e sorelle stanno vivendo. Per questo occorre non solo donare, ma anche pregare".

Una così ampia generosità vissuta in un periodo di crisi economica mostra che la solidarietà è ancora viva.

In una società che si sazia di parole, che producono immobilità e scetticismo, questi gesti di responsabilità e rischio personale affermano che il mondo può cambiare, anzi sta già cambiando.

Grazie dal profondo del cuore a tutti voi che avete aderito a questa campagna e a tutti voi che continuate a sostenere i nostri fratelli e sorelle perseguitati. Il vostro contributo porta una goccia di speranza a chi soffre, ma anche a chi dona.



Per le modalità di adesione alla campagna  "Adotta un cristiano di Mosul", CLICCA QUI.

il predicatore che costringe i fedeli a mangiare l’erba

Un predicatore di Garankuwa in Sudafrica, Lesego Daniel, costringe i suoi fedeli a mangiare l’erba del prato. Secondo l’uomo ed il suo gruppo religioso questo atto porterebbe alla guarigione da moltissime malattie. La panacea di ogni male? No. Solo un’altra delle cose strane che posso essere accostate alla fede esagerata.
Di predicatori al mondo ve ne sono tanti. Di sette altrettanto. Ma una che spingesse a mangiare l’erba del prato davvero mancava alla nostra conoscenza. C”è uno studente in legge che sostiene di essere guarito dal mal di gola che la attanagliava da più di un anno. Ed una donna che racconta di essere riuscita a camminare dopo un ictus, nuovamente, solo dopo aver mangiato l’erba del campo davanti la loro chiesa. E’ spettacolare ciò che la mente può fare, vero? E non finisce qui.

La parte più bella forse è quella in cui le persone cadono in un sonno profondo su ordine del pastore dopo essersi cibati dell’erba del prato e si risvegliano solo con un determinato cenno dell’uomo. E sebbene sia attualmente scioccante che questo pastore abbia tale seguito, va detto che non tutti i suoi fedeli reagiscono bene a tanta “grazia divina” erogata tramite fili d’erba. Molti di loro che con sentimento mistico si avvicinano al “sacro pasto” infatti, finiscono il loro atto di fede dando di stomaco nei bagni ed in qualsiasi secchio disponibile.
Qualcuno di loro si ferma dal continuare con questo rituale che, appare ovvio, frutta solo pubblicità e denaro al pastore? Sembrerebbe proprio di no.



16 settembre 2014

Enrico VIII ed Elisabetta I, sanguinari, reprimono il popolo cattolico inglese

Per tre secoli, in Inghilterra, la tragedia della Riforma protestante di Enrico VIII nel 1534 ha portato persecuzioni violentissime verso i cattolici inglesi che sono stati costretti nelle catacombe fino al 1829 quando le leggi penali inglesi contro i cattolici vennero abrogate anche se le angherie e le discriminazioni sociali sono continuate e solo nel 1850 la Chiesa Cattolica potè ricostituire una Gerarchia. Pensiamo all'esodo di massa degli Irlandesi, cattolici, verso gli Stati Uniti.

Enrico VIII (1491-1547) ed Elisabetta I (1533-1603) hanno raggirando progressivamente il popolo inglese, tra i più fedeli alla Chiesa Cattolica, portandola al protestantesimo.

Enrico VIII inizialmente ricevette da papa Leone X il titolo di "Difensor Fidei" per essere un fiero oppositore alle eresie di Lutero, in particolare difensore della sacramentalità del matrimonio, tanto che anche attualmente appare l'acronimo "DEF. FID." sulle monete inglesi. Enrico VIII, poi, ha incentrato lo scisma con il Papa basandosi sulla sua lussuria - divorziare dalla moglie Caterina d'Aragona che non riusciva avere eredi maschi per imporre al popolo l'amante Anna Bolena con l'approvazione obbligata di Dio dal Papa che non arrivò - e sulla sua cupidigia - incamerare i beni della Chiesa Cattolica. Enrico VIII, istigato dai suoi consiglieri segretamente protestanti come Thomas Cromwell (1485-1540), per raggiunge l'obiettivo primario della sua lussuria, stacca la chiesa inglese dalla Chiesa di Roma nel 1534; prima con l'atto di sucessione, dopo aver sposato Anna Bolena, e poi con l'atto di supremazia. Il divorzio viene concesso ad Enrico VIII da un personaggio tra i più ipocriti della Storia, Thomas Cranmer l'arcivescovo di Canterbury nonchè amico di Anna Bolena, prima giura fedeltà al Papa ma subito dopo nel 1533 proclama il divorzio. Bisogna ricordare che in quel tempo la Chiesa Cattolica attraversava una crisi perchè i Vescovi venivano nominati dal potere politico; pertanto fu facile per Enrico VIII comprarsene alcuni. Cranmer odia la Santa Messa e nega erroneamente la dottrina della transustanziazione, della presenza reale di Gesù e l’offerta sacrificale del Salvatore fatta dal sacerdote per la salvezza del mondo. Proprio in questi anni abbiamo i PRIMI MARTIRI CATTOLICI che hanno avuto il coraggio di opporsi ad Enrico VIII: Padre Filcock e padre Barkworth, il Cardinal Giovanni Fischer e Tommaso Moro, il Gran Cancelliere del regno, che pagarono con il supremo sacrificio di sé il loro rifiuto alla “supremazia” imposta dal re. Dal 1534, fino al 1681, i martiri cattolici inglesi sotto Enrico VIII, la sanguinaria Elisabetta I e i suoi sucessori, furono innumerevoli. Cromwell aveva promesso ad Enrico VIII che l'avrebbe reso il sovrano più ricco d'Europa, depredando o rubando i beni della Chiesa Cattolica, esattamente come fecero gli altri re protestanti d'Europa. Nel 1536-37 Enrico VIII incamerò i beni della Chiesa iniziando dai monasteri più piccoli ma il popolo specialmente nel NORD, il più fedele al Papa, fece una enorme ribellione che ebbe come risultato il far vacillare il trono di Enrico VIII e di strappargli la promessa di rivedere le sue posizioni verso il Papa. Ma Enrico VIII con un tranello fece catturare e decapitare tutti i capi della rivoluzioni democratica pro-Papa e li mandò al patibolo facendoli squartare sul patibolo da vivi. Quindi Enrico VIII, terminata la durissima repressione anticattolica, si annesse anche le abbazie maggiori con il falso pretesto che avessero parteggiato per i ribelli. Viene istituito un apposito tribubale, "La Corte degli Aumenti", per gestire tutti i terreni rubati alla Chiesa Cattolica ed annessi alla Corona inglese che poi venivano venduti ai figli minori di nobili o borghesi molti ricchi. Le abbazie vengono trasformate in palazzi e si crea una classe gentilizia anticattolica che sapendo che i beni erano stati sottratti alla Chiesa, non volendoli lasciare, è spietatamente anticattolica. Così questa arrampante classe gentilizia protestante inglese soppianta la vecchia classe gentilizia cattolica. Infatti per lo più i nobili inglesi, come il popolo, era cattolico; questo processo di ricambio si conclude nel 1600.

Enrico VIII aveva coscienza di non essere apprezzato dal popolo inglese nelle sue vergognose malefatte ed orchestra una vergognosa campagna stampa di diffamazione della Chiesa Cattolica, tanto che i maggior diffamatori della Chiesa Cattolica sono tutt'ora della pubblicistica anglosassone. Enrico VIII fa scrivere, paga e assolda personaggi, teologi e uomini di lettere per presentare il Papa e la Chiesa di Roma come mostruosi e nemici dell'Inglilterra coinvolgendo tantissimi soldi e denari nella più grande campagna di diffamazione e fasificazione della storia a danno della Chiesa di Roma.

Da questo momento l'Inghilterra e il mondo anglosassone protestante diventano nel mondo la VOCE DELLA DIFFAMAZIONE DELLA CHIESA CATTOLICA NEL MONDO. L'inghilterra cercherà di vincere DIFFAMANDO LA CHIESA e il MONDO CATTOLICO, pensiamo a come diffama i conquistadores gli spagnoli nascondendo per diversi secoli la pulizia etnica degli indiani nel nuovo mondo. Visto che nella corona inglese il POTERE TEMPORALE e RELIGIOSO coincidono, quando invece nella storia la loro separazioni era occassione per impedire degli arbitri del potere temporale, ebbene il POTERE TEMPORALE-RELIGIOSO INGLESE si permette ogni nefandezza, come lo stermio dei pellerossa messo a tacere prima nella coscienza e poi nella storia per tre secoli. Questo dimostra come la pubblicistica inglese sia sempre stata preventivamente anticattolica come ha recentemente dimostrato anche Rodney Stark, sociologo delle religioni.

Enrico VIII creò una CHIESA IBRIDA tra cattolicesimo e protestantesimo in cui era il capo supremo poi alla sua morte, visto la giovane età del figlio maschio re Edoardo VI, nove anni, si susseguirono i protettori protestanti come Cranmer che si mosse in modo subdolo e determinato verso l’eliminazione totale del Santo Sacrificio della Messa, pubblicando nel 1549 il primo "Book of common prayer", un testo ambiguo indirizzato a trasformare la Messa nella cena protestante, fatto che sarà evidentissimo con il secondo "Book of common prayer" nel 1552. Purtroppo la tristissima operazione era destinata in gran parte al successo. Con l’ascesa al trono di Elisabetta I, nel 1559, con l’Atto di Uniformità, fu proibita la Messa cattolica (detta “la Messa papista!”), e furono imposte agli Inglesi le eresie luterane e calviniste e venne proclamato che il Cattolicesimo era stato solo un coacervo di superstizioni e di invenzioni idolatriche. Intanto il POPOLO INGLESE rimasto PROFONDAMENTE CATTOLICO continuò a ribellarsi all'eresia protestante e le ribellioni vengono schiacciate in modo molto cruento. Alla sua morte Enrico VIII, malgrado le 6 mogli (Caterina d'Aragona, Anna Bolena, Jane Seymour madre di re Edoardo VI, Anna di Clèves, Caterina Howard, Caterina Parr), lascia una situazione molto CONFUSA: un figlio di 9 anni, troppo piccolo per governare, e due figlie da lui dichiarate illegittime Mary la Cattolica ed Elisabetta la Protestante. Che fine fanno le mogli di Enrico VIII? I bambini inglesi imparano una filastrocca che riguardo alle 6 mogli recita: "divorziata, decapitata, morta, divorziata, decapitata, sopravvissuta"; infatti Caterina fu ripudiata ma prima diede Mary ad Enrico VIII, Anna Bolena protestante madre di Elisabetta fu decapitata perchè si era messa contro Cromwell che fece credere al Re che la tradiva, Jane Seymour morì di parto dopo aver dato alla luce Edoardo VI, Anna di Clèves principessa protestante sposata per motivi politici fu ripudiata prima di consumare le nozze, Caterina di Howard ragazza giovane che tradendo Enrico VIII fu decapitata, Caterina Parr sopravvive ad Enrico VIII ed educa nella fede protestante Edoardo ed Elisabetta.
Edoardo VI, unico figlio maschio di Enrico VIII, muore e prima di morire viene coartato dai precettori protestanti di escludere dalla successione la cattolica Mary e di nominare la cugina protestante Jane Grey. Mary Tudor la Cattolica che avrebbe dovuto legittimamente accedere al trono viene contrastata da un colpo di stato dei protettori protestanti inglesi che insidiano abusivamente sul suo trono Lady Jane per 9 giorni. Mary la Cattolica, ingiustamente chiamata dai protestanti "Mary la sanguinaria", marciò su Londra e grazie al popolo cattolico inglese che l'acclama regina salì al trono, il 19 luglio 1553, senza fare una vittima! Perdonò tutti tranne il duca di Northumberland che andò al patibolo il 22 agosto 1553. Mary cercò di restaurare il cattolicesimo ma i cospiratori protestanti con a capo Elisabetta cercarono di assassinarla. Mary sventò la congiurà ma perdonò la sorellastra Elisabetta.

Elisabetta I, la regina vergine, dopo la morte per malattia di Mary sale al trono ma secondo i criteri del tempo Maria Stuart, regina cattolica di Scozia, aveva maggior diritto al trono d'Inghilterra ed inoltre Elisabetta non era appoggiata dal popolo. Elisabetta I, appoggiandosi allo scaltro consigliere William Cecil che gestisce gli affari più spinosi al posto della sovrana, salì al trono alla fine del 1558. Differentemente dai film di propaganda inglese che esalta Elisabetta I come lungimirante e tollerante ed umiliano la Spagna cattolica con la "leggenda nera", frutto della vergognosa propaganda anglosassone in chiave anticattolica, siamo lontani dalla verità. Intanto Elisabetta I quando salì al trono, un trono instabile perchè il protestantesimo ci mise 50 anni per imporsi non raramente con il sangue sulla popolazione cattolica inglese, e poi l'Inghilterra decise di rendersi nemica di tutte le potenze europee - Francia, Spagna, Roma - andando a provocarle. Elisabetta I opta per il protestantesimo per due ragione: 1)i protestanti la supportano contro la regina cattolica di Scozia, Maria Stuart che farà imprigionare; 2)simpatizza per i protestati.

La "cricca" inglese che salì al potere con lei era ANTIPAPALE e poi tutto il resto si poteva discutere; Elisabetta era più per una forma IBRIDA a differenza dei suoi consiglieri che tendevano al calvinismo. Comunque erano d'accordo nel istituire campagne di diffamazione contro la Chiesa Cattolica e perseguitare i sudditi cattolici che in quanto obbedienti al Papa - veniva detto - non potevano essere obbedienti alla regina e quindi vennero colpiti con il martirio sistematico da Elisabetta I la sanguinaria che li faceva squartare e ne inchiodava le membra calde agli stipiti delle case inglesi. Avvalendosi del miglior servizio segreto d'Europa con a capo lo spietato Sir Francis Walsingham, si infiltrarono nei seminari cattolici, crearono falsi documenti per buttare discredito sulla Chiesa Cattolica, assassinavano cattolici senza batter ciglio, ecc. In questo contesto Giordano Bruno è una spia assoldati dagli inglesi che mandò a morte molti cattolici.

L'eresia protestante ed anglicana è stata smontata dal Card John Henry Newman (1801-1890) che passando dall'anglicanesimo alla Verità della fede cattolica disse: "La lettura dei Padri della Chiesa mi hanno fatto cattolico!". Studiando i pensieri scristianizzanti del modernismo, della massoneria e del liberalismo disse: "Per più di ciquant'anni ho cercato di contrastare lo spirito del liberalismo nella religione ... è una trappola mortale ... il liberalismo in campo religioso è la dottrina per cui non c'è nessuna verità positiva nella religione ... e che un credo vale l'altro ... tutte le religioni vadano ugualmente tollerate perchè non sono un fatto oggettivo [soggettivismo e relativismo] ... la religione è un sentimento e si deve ignorarla tra le persone". Per Newman un credo non vale un'altro e il liberalismo è il cancro della Religione; per la Verità che è Cristo custodito dalla Sua unica Chiesa Cattolica vale la pena darsi totalmente!

In conclusione, la riforma luterana ha introdotto nella civiltà occidentale un virus pericolosissimo che è quello del soggettivismo secondo cui non si riconosce alcun principio oggettivo al di sopra di sè. Eliminando la dimensione comunitaria dell'entrare in relazione con il divino, nel "libero esame", si è distrutta la dimensione sociale e fatto credere l'uomo il centro dell'universo. Gli effetti devastanti della riforma si sono dispiegati "grazie" alla Gran Bretagna.

http://www.gris-imola.it/ultime_notizie/EnricoVIIIedElisabettaIsanguinaricontrolapopolazionecattolicainglese.php

15 settembre 2014

"Questo è il mio Corpo" .... "Questo è il mio Sangue"

"Ora, mentre essi mangiavano, avendo Egli preso del pane e detta una benedizione, lo spezzò e, dandolo ai discepoli disse: 'Prendete, mangiate: questo è il mio corpo. E avendo preso un calice, rese grazie, lo diede loro dicendo: "Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue della nuova alleanza, che è versato per molti in remissione dei peccati”.

LUTERO SCRIVE IN UNA LETTERA: "devo confessare che se qualcuno mi avesse potuto persuadere che nel sacramento non c'è nulla tranne pane e vino, costui mi avrebbe fatto un gran favore... ho sudato molto intorno a questo punto, ho cercato tutti i modi per districarmi... ma vedo che non c'è nessuna via di uscita; il testo evangelico è troppo chiaro e lampante".

Sarebbe forse difficile pensare che gli apostoli, ancora rozzi e scarsamente aperti alle cose soprannaturali - come rimasero fino al giorno della Pentecoste - immediatamente comprendessero e accettassero il mistero che il Cristo loro annunciava compiuto nel pane e nel vino in quella cena pasquale, se non supponessimo che Gesù ve li avesse da lungo tempo preparati. Quante volte, in maniera progressiva, Gesù avrà loro parlato del mistero eucaristico!


13 settembre 2014

Ma la Madonna appare a un'ora stabilita?

Negli ultimi tempi le apparizioni della Madonna si moltiplicano. Come comportarsi? Come vuole Dio che ci comportiamo di fronte a questi fenomeni?

La riflessione del vescovo Luciano Monari

Brescia.  Da un avviso parrocchiale: “Domenica alle ore 16.30 recita del Santo Rosario; seguirà la celebrazione della Messa. Alle ore 18.40 la veggente avrà l’apparizione della Madonna…”. Mi viene un sussulto: come? si può programmare anche giorno e ora dell’apparizione della Madonna? Immagino la Madonna che, assunta in cielo in corpo e anima, viene nella parrocchia x, nel momento in cui la veggente la invoca e mi sento un poco a disagio. Negli ultimi tempi le ‘apparizioni’ della Madonna si moltiplicano, tanto che si ha l’impressione di una strategia di rivelazione universale. Ai luoghi tradizionali (Lourdes, Fatima, La Salette…) se ne aggiungono molti nuovi, tanto che i vescovi fanno fatica a seguire tutto, a valutare la veridicità delle esperienze, a suggerire o scoraggiare l’afflusso dei pellegrini nell’uno o nell’altro luogo.

Incoraggiare potrebbe essere un invito alla superstizione, al gusto dello straordinario; scoraggiare potrebbe essere una mortificazione dello spirito religioso. Come comportarsi? Come vuole Dio che ci comportiamo di fronte a questi fenomeni? Si ricorre al criterio evangelico dei frutti: se i frutti sono buoni, vuol dire che è buono l’albero, e viceversa. Ma anche questo non è un criterio sicurissimo: bisognerebbe che i frutti fossero tutti di un tipo – o tutti buoni o tutti cattivi. E purtroppo, di solito, i frutti si trovano mescolati; ci sono molti che si convertono e ritrovano la fede, la voglia di pregare: frutti buoni; ci sono anche manifestazioni di fanatismo o interessi economici ambigui: frutti acerbi.

Partiamo da una domanda semplice: dove si trova il Signore Gesù risorto? E dove si trova sua madre, risorta dopo di Lui e a motivo di Lui? Naturalmente non si trovano in un luogo particolare del mondo; in questo caso, sarebbe definibile il loro ‘luogo’ con delle coordinate cartesiane. Non è così: il luogo del Signore risorto, quello che sarà il luogo di tutti i risorti con Lui è semplicemente Dio. Gesù risorto vive in Dio; Maria assunta vive in Dio; noi risorgeremo in Dio. Naturalmente, né io né chiunque altro può spiegare come sia fatto questo misterioso ‘luogo’ che è Dio stesso o come si possa ‘abitare’ in questo luogo; non possiamo perché non conosciamo Dio se non in modo parziale, attraverso l’analogia. Vengono in memoria le parole decisive del Concilio Lateranense IV secondo il quale il vero Dio è “immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile” e, di conseguenza, “tra il creatore e le creature non si può osservare una qualche somiglianza che non si debba osservare tra loro una dissomiglianza più grande".

Quando diciamo di Maria che ‘appare’ a qualcuno in un luogo e in un tempo particolare vogliamo dire in quel luogo e in quel tempo una persona (o un gruppo di persone) ha vissuto un’esperienza singolare e intensa della presenza di Maria; che ha ‘visto’ una forma umana riconoscibile come quella di Maria e udito parole umane la cui origine viene attribuita a Maria. Il fatto che altre persone, presenti nello stesso luogo e tempo, non facciano la medesima esperienza (non vedano la stessa forma e non sentano le stesse parole) significa che la percezione di Maria non è una percezione naturale (che ha origine cioè dai sensi e dal loro funzionamento usuale), ma, eventualmente, un dono speciale concesso a qualcuno per un motivo particolare di Dio. La forma, la natura, le caratteristiche di questa esperienza dipendono dal dono di Dio (che è libero) e dipendono dalla capacità ricettiva della persona stessa (che è comunque limitata). Posto questo, posso rivedere le immagini che mi erano venute in testa leggendo: alle ore 18,40 (colpisce la precisione!) apparirà la Madonna. Questo non vuol dire che la Madonna accorrerà in quel momento nella parrocchia di x lasciando il paradiso di Dio; e nemmeno che chi sfortunatamente in quel momento si trovasse lontano dalla parrocchia di x dovrebbe necessariamente rinunciare a incontrare la presenza di Maria perché Maria è ‘altrove’. Vuol dire invece che la veggente, che vive una devozione mariana particolarmente intensa e ha avuto doni di preghiera particolarmente vivaci, si porrà in quel momento in un atteggiamento di preghiera, nel contesto di una comunità che pregherà con lei; che questa preghiera potrà renderla ‘recettiva’ nei confronti della presenza soprannaturale di Maria (una presenza che, in qualche modo, c’è sempre quando un cristiano prega, ma che qualcuno, in un momento particolare, per grazia, può percepire con maggiore intensità e chiarezza); che addirittura, se Dio vorrà, in questa esperienza potrà accogliere un invito a un cammino di purificazione e di santificazione; che questa esperienza intensa potrà sollecitare altre persone presenti a fare anch’esse, nella preghiera, esperienza della vicinanza di Maria e, attraverso questa esperienza, esperienza dell’amore (anche) ‘materno’ di Dio stesso… Per questo assume grande rilevanza il giudizio sulla maturità, la fede, la sincerità, l’umiltà, il disinteresse dei ‘veggenti’.

In ogni modo vale anche per questa esperienza un principio della filosofia scolastica, secondo cui: “quicquid recipitur, ad modum recipientis recipitur”, e cioè: tutto ciò che viene ricevuto, viene ricevuto secondo la capacità e il modo di ricevere di colui che lo riceve. Il professore dice le medesime parole a una scolaresca intera, ma ciascuno degli ascoltatori riceverà i messaggi dell’insegnante secondo la sua capacità di ricevere (di capire, comprendere, afferrare). La ‘veggente’ parla e descrive la sua esperienza religiosa, sembra avere qualità buone di ‘ricezione’, altre persone sono portate ad aver fiducia in lei e accolgono come vere le sue parole, sono attirate a pregare a loro volta; ma, come per tutti, anche la ricezione della ‘veggente’ non è completa e perfetta e la sua esperienza non può diventare una regola che definisce l’esperienza religiosa degli altri. Ci potranno essere reazioni diverse: per alcuni pregare insieme alla veggente (o dove ha pregato la veggente) significherà fare un’esperienza particolarmente intensa, sentire un invito urgente alla fede, a una vita nuova e migliore; per altri quella esperienza rimarrà una semplice (che non significa banale!) esperienza di preghiera mariana. Bisogna però diventare attenti ai rischi che sono presenti in ogni esperienza religiosa di questo tipo: il primo è che la fede cristiana venga ridotta ai fenomeni straordinari mentre la vera misura della fede è l’obbedienza a Dio (“fare la volontà di Dio”) nel quotidiano; il secondo è che il gusto del miracoloso allontani dalla fatica di vivere la durezza del mondo per gustare la dolcezza dei mondi immaginari; il terzo è che nella figura di Maria vengano sottolineati elementi secondari e ci si allontani dall’essenziale: il suo ascolto della Parola di Dio, la sua fede obbediente, la sua maternità divina, la sua esemplarità nei confronti del mistero della Chiesa.

In concreto: se qualcuno trova in queste esperienze un arricchimento della fede, se ne serva con semplicità. Ma stia bene attento a verificare in se stesso gli effetti reali: sappia distinguere una reale crescita di maturità spirituale da un’emozione spirituale ambigua. È sempre possibile vivere processi di regressione nei quali diminuisce il senso di responsabilità delle proprie azioni: andare dietro a illusioni non è senza conseguenze negative sulla propria vita. Per un cristiano il criterio vero è Gesù Cristo: questa esperienza ti porta a conoscere meglio e ad amare di più Gesù Cristo? Ti spinge a una vita più evangelica, cioè più ricca di fede in Dio, di amore verso gli altri, di dominio di te stesso, di servizio umile…? O in questa esperienza sei portato a dimenticare Gesù Cristo, ad abbandonare la Messa, a considerare superflua la Chiesa? Cerchi forse una via di fuga facile dalla realtà troppo pesante? Se vuoi essere all’altezza della tua dignità di persona umana, devi porti questi interrogativi e devi rispondere con verità. Al contrario, se qualcuno non sente bisogno di queste esperienze o non trova in esse un nutrimento vero dalla sua vita spirituale, rimanga tranquillo; non si faccia scrupoli come se stesse rifiutando una grazia, ma non diventi nemmeno accusatore impietoso della fede (considerata infantile) degli altri.

Una cautela particolare debbono avere, però, i preti. Il motivo è che un prete appartiene strutturalmente a un presbiterio e quindi coinvolge il presbiterio intero nella sua predicazione e nel suo ministero pastorale. I fedeli hanno il diritto di ricevere dai preti un insegnamento e una prassi sacramentale che li inserisca correttamente e in pienezza nel mistero della Chiesa, niente di meno (quindi un prete non può ‘facilitare’ l’appartenenza alla Chiesa esonerando da comportamenti necessari) e niente di più (quindi un prete non può esigere niente di più di quanto esige la Chiesa). Per questo un prete deve stare attento che i suoi comportamenti non si configurino (e non possano essere interpretati) come un’approvazione indebita di fenomeni sui quali la Chiesa non ha ancora dato un giudizio; si renderebbe responsabile delle illusioni e delle conseguenti deformazioni spirituali delle persone.

Ho steso queste riflessioni senza riferirmi a casi particolari. Ho parlato quindi di ‘apparizioni’ in genere, prescindendo dai ‘messaggi’ che a volte sono legati a questi fenomeni. Sui messaggi bisognerebbe aggiungere altre riflessioni: che debbono essere uno stimolo a un’autentica vita di fede, di speranza e di carità; che debbono essere conformi con l’insegnamento del vangelo, con la fede della Chiesa, con la morale cristiana; se un messaggio si oppone alla fede (al Credo), il messaggio certo non viene da Dio. Soprattutto bisogna essere cauti quando si tratta di ‘profezie’ che anticiperebbero eventi (generalmente paurosi) del futuro. Nella maggior parte dei casi queste profezie sono fughe da un presente difficile da capire e da vivere, nascono da un risentimento inconsapevole nei confronti del mondo e della storia, distraggono le persone dalla responsabilità di vivere qui, oggi la volontà di Dio. Ma su tutto questo il giudizio ultimo appartiene al Papa e al collegio dei vescovi insieme con lui. A me e al presbiterio insieme con me il Signore chiede di vegliare perché il cammino dei credenti sia indirizzato correttamente verso una crescita di fede e non devii invece verso un desiderio non sano di cose straordinarie. I segni sono certamente preziosi, ma, in sé rimangono insufficienti (cf. Mt 7,22-23) e possono anche essere ambigui (cf. Mc 13,22); la fede nel Signore Gesù morto e risorto, l’amore verso il prossimo sono invece pienezza di bene e fondamento sicuro di speranza. A questo ci conducono la Parola di Dio e l’eucaristia che debbono essere la traccia centrale del nostro impegno di tutti i giorni.

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