4 aprile 2026

La morte di Vittorio Messori, il più grande apologeta dei nostri tempi


 È morto ieri sera nella sua casa di Desenzano sul Garda, il giornalista e scrittore che, con milioni di libri venduti in tutte le lingue, ha fatto crescere nella fede generazioni di cattolici. Ma il suo testamento vivente è una piccola chiesa costruita pezzo per pezzo nel terreno dell'abbazia di Maguzzano. È stato un grande amico e ispiratore della Bussola.

Fra pochi giorni avrebbe compiuto 85 anni, e invece ieri sera alle 21.10, al tramonto del Venerdì santo, il cuore di Vittorio Messori ha cessato di battere. Impossibile racchiudere in poche parole cosa abbia rappresentato Messori per la cultura cattolica, non solo italiana. Non per niente nella sua casa di Desenzano sul Garda le immagini delle copertine dei suoi libri, tradotti in decine di lingue, coprono diverse pareti.

Da quando pubblicò nel 1976 Ipotesi su Gesù, frutto di 12 anni di lavoro di indagine seguito alla sua fulminea conversione al cattolicesimo, Messori è diventato un punto di riferimento mondiale per la rinascita dell’apologetica: non una difesa d’ufficio della Chiesa, ma approfondimento serio e documentato delle ragioni della fede. Basterebbe leggere uno solo dei suoi libri per comprendere la serietà e l’amore alla Verità che lo muoveva. Non a caso il suo lavoro di ricerca personale ha riportato - e fatto crescere - alla fede tante persone.

Posso dire anche che senza di lui non ci sarebbe oggi la Bussola: non solo perché il suo stile è stato di esempio e stimolo per noi giornalisti cattolici della generazione successiva, ma perché ho potuto godere per diversi anni della sua amicizia fin dai tempi del mensile Il Timone, diretto da Gianpaolo Barra, di cui è stato il padre nobile. E da lì ha fortemente incoraggiato l’avventura della Bussola, offrendo anche per i primi anni la sua collaborazione, strappando del tempo prezioso ai suoi ultimi lavori concentrati soprattutto sulla figura di Maria e a quello che percepiva come il lavoro più importante del suo ultimo tratto di vita terrena: prepararsi alla morte, all’incontro con quel Cristo che tanto l’aveva affascinato.

In questo rientra certamente il grande impegno profuso per costruire la cappella della Madonna dell’Ulivo in mezzo agli ulivi che circondano l’abbazia benedettina di Maguzzano, che domina il Lago di Garda, oggi retta dai Poveri Servi della Divina Provvidenza, la comunità sacerdotale fondata da san Giovanni Calabria.

Nell’abbazia Messori aveva anche una stanza che era il suo ufficio personale dove ogni giorno si recava a lavorare e pregare. La Madonna dell’Ulivo è una chiesetta all’aperto, con dei muri che ricordano le architetture di Antoni Gaudì, costruita pezzo a pezzo mettendo insieme secondo un disegno che aveva bene in testa, oggetti sacri, antichi e moderni, che si fondono in un’opera armoniosa che esprime tutto l’amore a Cristo e alla Madonna di chi l’ha realizzata. Era una visita obbligata ogni volta che si andava a trovarlo ed era di un fascino irresistibile sentirlo spiegare ogni dettaglio di questa costruzione e l’origine e il motivo degli ultimi pezzi aggiunti.


Il mio rimpianto più grande è forse quello di non avere fatto in tempo a realizzare un video in cui Vittorio stesso spiegasse la chiesetta della Madonna dell’Ulivo, perché tutti potessero condividere il significato profondo di questa opera. Lo avrebbe voluto tanto anche sua moglie Rosanna Brichetti, ma purtroppo l’insorgere di problemi di salute e poi i problemi legati all’era del Covid, hanno reso impossibile il progetto. Evidentemente Dio aveva disposto altrimenti.
Resta però il fatto che se i suoi libri sono testimonianza della ragionevolezza della fede, seguendo la sua ricerca intellettuale, la chiesetta della Madonna dell’Ulivo rappresenta il culmine della sua esperienza spirituale, l’espressione carnale di un amore profondo: è il suo testamento vivente.

Ho nominato sua moglie Rosanna, non a caso. Tra pochi giorni, quel 16 aprile che è anche la data del compleanno di Vittorio nonché il giorno della nascita al cielo di Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes tanto amata da Messori, ricorrono i quattro anni dalla sua morte. È stato l’altro grande amore di Vittorio Messori, un matrimonio frutto di una storia unica, vagliata attraverso un cammino di sofferenza, ed esso stesso una testimonianza di fede. Proprio Rosanna lo ha voluto raccontare in un libro uscito nel 2018, Una fede in due – La mia vita con Vittorio. Ma era incontrandoli insieme, nella semplicità di una chiacchierata, che si percepiva quanto quel legame profondo in Dio fosse l’origine della libertà che vivevano e trasmettevano.

Indimenticabili quei pranzi fatti insieme – ovviamente dopo la visita a Maguzzano – loro due e io con mia moglie, sulle sponde del lago di Garda, in cui si parlava con semplicità della vita della Chiesa, del nostro lavoro e delle piccole e grandi cose della nostra vita quotidiana. Ciò che rendeva desiderabili e godibili questi momenti non era tanto ciò che si poteva imparare intellettualmente ma l’atmosfera che si viveva, che rendeva comprensibile l’esortazione di San Paolo ai Corinzi: «Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio».A futura memoria bisogna anche aggiungere che è proprio intorno a quei tavoli che è nata una collaborazione di Rosanna alla Bussola dedicata alla Madonna (articoli poi raccolti nel libro della Bussola De Maria numquam satis), e anche l’ispirazione per la Bussola mensile.

Sarebbe fin troppo scontato dire che la scomparsa di Vittorio Messori, dopo quella di sua moglie Rosanna Brichetti, lascia un grande vuoto nella cultura cattolica. In realtà la sua morte ci richiama al compito di proseguire, ognuno al suo posto, il lavoro da lui svolto nella scoperta appassionata giorno dopo giorno delle ragioni della fede.

LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIDIANA




VENERDÌ SANTO
«PASSIONE DEL SIGNORE»

VIA CRUCIS

COLOSSEO
ROMA, 3 APRILE 2026


 

MEDITAZIONI
con i testi di san Francesco d'Assisi
di
P. Francesco Patton, O.F.M.
già Custode di Terra Santa

 

Introduzione

La Via Dolorosa si snoda per le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme e ci fa ripercorrere il cammino di Gesù dal luogo della sua condanna fino a quello della sua crocifissione e della sua sepoltura, che è anche il luogo della sua risurrezione. 

Non è un percorso in mezzo a gente devota e silenziosa. Come al tempo di Gesù, ci troviamo a camminare in un ambiente caotico, disturbato e rumoroso, in mezzo a persone che condividono la fede in Lui, ma anche ad altri che deridono e insultano. Così è la vita di tutti i giorni.

La Via Crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale, dove il credente è continuamente sfidato e continuamente deve fare proprio il modo di procedere di Gesù. 

San Francesco d’Assisi, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, descrive la nostra vita cristiana prendendo in prestito le parole dall’apostolo Pietro: ci ricorda che siamo chiamati a «seguire le orme di Cristo, il quale chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori» (Rnb XXII, 2: FF 56; cfr 1Pt 2,21). Il Poverello ci esorta a fissare lo sguardo su Gesù: «Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce» (Amm VI: FF 155).

Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo perciò l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita: «Portate in offerta i vostri corpi e prendete sulle spalle la sua santa croce, e seguite sino alla fine i suoi santissimi comandamenti» (UffPass XV,13: FF 303).

 

I stazione

Gesù è condannato a morte

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,9-11)

[Pilato] entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (2 Lfed 28-29: FF 191)

Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore; infatti, il giudizio sarà senza misericordia per coloro che non hanno usato misericordia.

Nel tuo colloquio con Pilato, Signore Gesù, tu smascheri ogni umana presunzione di potere. Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento. Le tue parole al Prefetto romano non lasciano spazio all’ambiguità: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto» (Gv 19,11). 

Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla.

Anche ognuno di noi è chiamato a rispondere del potere che esercita nella vita di tutti i giorni. Tu, Gesù, gli dici: Fa’ buon uso del potere che ti è dato e ricordati che qualsiasi cosa tu faccia a un essere umano, specie se piccolo e fragile, lo fai a me. Ed è a me che dovrai risponderne un giorno.

Preghiamo dicendo: Ricordami, Gesù.

Che tu ti identifichi in ogni persona giudicata:

Ricordami, Gesù.

Che non devo lasciarmi guidare dai pregiudizi:

Ricordami, Gesù.

Che il vero potere è quello dell’amore:

Ricordami, Gesù.

Che la misericordia ha la meglio nel giudizio:

Ricordami, Gesù.

Che il bene va scelto anche quando costa:

Ricordami, Gesù.

 

II stazione

Gesù è caricato della croce

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,14-17)

Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Golgota.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Amm V, 7-8: FF 154)

Anche se tu fossi più bello e più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene, e in esse non ti puoi gloriare per niente; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.

La parola “croce” produce in noi una reazione di rifiuto, piuttosto che di desiderio. È più facile che nasca in noi la tentazione di fuggirla, piuttosto che l’anelito di abbracciarla. 

Gesù, sono certo che era così anche quando la croce te l’hanno caricata sulle spalle. Nel Getsemani, infatti, avevi chiesto al Padre di allontanare da te questo calice, pur volendo con tutto te stesso compiere la sua volontà. La croce era il supplizio più orrendo e doloroso, riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio.

Eppure, l’hai abbracciata e portata sulle tue spalle, e poi ti sei lasciato portare da lei. Non perché fosse bella o attraente, ma per amore nostro. Sollevando il suo carico pesante, sapevi che risollevavi noi dal peso del male che ci schiaccia e ti caricavi del peccato che rovina la nostra esistenza. Abbracciando la croce e caricandola sulle tue spalle, abbracciavi la nostra fragilità e ti facevi carico della nostra umanità. Prendevi su di te le nostre schiavitù, i nostri crimini e anche la nostra maledizione.

Liberaci, Gesù, dalla paura della croce. Dacci la grazia di seguirti per la tua stessa via e di non avere altra gloria se non nella tua croce.

Preghiamo dicendo: Liberaci, Signore.

Dal desiderio di gloria umana:

Liberaci, Signore.

Dalla tentazione di ignorare chi soffre:

Liberaci, Signore.

Dal preoccuparci solo di noi stessi:

Liberaci, Signore.

Dal timore di impegnarci nella fedeltà:

Liberaci, Signore.

Dalla paura e dal rifiuto della croce:

Liberaci, Signore.

 

III stazione

Gesù cade la prima volta

Dal Vangelo secondo Giovanni (12,24-25)

In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Amm XXII, 3: FF 172)

Beato il servo che non è veloce a scusarsi e umilmente sopporta la vergogna e la riprensione per un peccato, anche quando non ha commesso colpa.

La tua esistenza, Gesù, è stata un continuo abbassarsi e discendere. Pur essendo Dio, ti sei spogliato per farti uomo. Da ricco che eri ti sei fatto povero. E giunto al termine della tua missione, mentre portavi sulle spalle il peso dell’umanità intera, sei caduto sulle dure pietre della Via Dolorosa, la via che i condannati a morte percorrevano davanti alla gente di Gerusalemme, che accorreva come a uno spettacolo.

È l’anticipo di un abbassamento ancora più profondo: la discesa nel regno degli inferi, la caduta nel mistero della morte, dove tutti noi cadiamo al termine di questa vita terrena. La tua, però, è la caduta in terra del chicco di grano, che è disposto a morire per portare frutto.

Aiuta anche noi a scegliere di stare in basso, ai piedi degli altri, piuttosto che cercare di stare in alto e dominarli. Aiutaci ad apprendere la via dell’umiltà anche dall’esperienza delle nostre cadute e umiliazioni, e a saper sopportare in pace le offese e le ingiustizie subite. 

Fa’ che ti sentiamo vicino, proprio e soprattutto quando cadiamo, talmente vicino da accorgerci che sei tu a rialzarci e rimetterci in cammino. E fa’ che anche noi impariamo a fidarci della terra, come il chicco di grano, sapendo che la morte, grazie a te, è il grembo della vita eterna.

Preghiamo dicendo: Rialzaci, Gesù.

Quando cadiamo per la nostra fragilità:Rialzaci, Gesù.
Quando cadiamo perché qualcuno ci fa cadere:Rialzaci, Gesù.
Quando cadiamo per scelte sbagliate:Rialzaci, Gesù.
Quando cadiamo nella disperazione:Rialzaci, Gesù.
Quando cadiamo nel mistero della morte:Rialzaci, Gesù.

 

IV stazione

Gesù incontra sua Madre 

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,25-27)

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Rb VI, 8: FF 91)

Ciascuno manifesti all’altro con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?

È normale che la madre ci sia all’inizio della nostra esistenza. Non è normale che la madre ci stia accanto quando è l’ora di morire, perché vuol dire che la vita ci è stata strappata: da una malattia, da un incidente, dalla violenza, dalla disperazione. Maria, la donna dalla quale tu, Gesù, sei stato generato, ti è accanto anche nel tuo cammino verso il Calvario e sta con te sotto la croce. 

Tu le chiedi di generare ancora e di continuare ad essere madre del discepolo amato, di ognuno di noi, della Chiesa, di questa nuova umanità che sta nascendo proprio nell’ora in cui doni la vita e muori. Nell’ora più solenne della tua missione e prima di portare tutto a compimento, chiedi anzitutto a lei di accogliere ciascuno di noi; e solo dopo chiedi a noi di accogliere lei. Perché la Madre precede sempre. Alle nozze di Cana aveva preceduto perfino te.

O Maria, abbi uno sguardo di tenerezza per ciascuno di noi, ma soprattutto per le tante, troppe madri che ancora oggi, come te, vedono i propri figli arrestati, torturati, condannati, uccisi. Abbi uno sguardo di tenerezza per le madri che vengono svegliate nel cuore della notte da una notizia straziante, e per quelle che vegliano in ospedale un figlio che si sta spegnendo. E a noi dona un cuore materno, per comprendere e condividere la sofferenza altrui, e imparare, anche in questo modo, cosa vuol dire amare.

Preghiamo dicendo: Consola, o Madre.

Le madri che hanno perso i propri figli:Consola, o Madre.
Gli orfani, specie a causa delle guerre:Consola, o Madre.
I migranti, gli sfollati e i rifugiati:Consola, o Madre. 
Coloro che subiscono tortura e ingiusta pena:Consola, o Madre.
I disperati che hanno perso il senso della vita:Consola, o Madre.
Coloro che muoiono soli:Consola, o Madre.

 

V stazione

Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la croce

Dal Vangelo secondo Marco (15,21)

Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Amm XVIII,1: FF 167)

Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile.

Simone di Cirene non era un volontario. Non si prese volontariamente cura di te, Gesù, per darti una mano a portare la croce. Probabilmente sapeva a malapena chi eri. Eppure, aiutandoti a portare la croce, qualcosa dentro di lui è cambiato, al punto che trasmetterà ai suoi figli, Alessandro e Rufo, il significato profondo di quel cammino fatto assieme a te, e loro diventeranno testimoni della tua Pasqua nella prima comunità cristiana.

Anche oggi ci sono tante persone che scelgono di fare qualcosa di buono per gli altri in ogni parte del mondo. Ci sono migliaia di volontari che, in situazioni estreme, rischiano la vita per soccorrere chi ha bisogno di cibo, di istruzione, di cure mediche, di giustizia. Molti di loro non credono nemmeno in te, eppure – anche se inconsapevolmente – ti aiutano ancora a portare la croce e, mentre si prendono cura di altre persone in carne e ossa, stanno in realtà – ancora una volta – prendendosi cura di te.

Fa’ o Signore, che anche noi impariamo a offrire al nostro prossimo quel sostegno che vorremmo fosse offerto a noi, qualora ci trovassimo nella stessa situazione. Aiutaci a essere persone empatiche e compassionevoli, non a parole ma coi fatti e nella verità.

Preghiamo dicendo: Rendici attenti, Signore.

Alle persone che incontriamo:Rendici attenti, Signore.
Ai poveri, ai sofferenti e agli scartati:Rendici attenti, Signore.
A chi rimane solo e senza cura:Rendici attenti, Signore.
A chi rimane indietro e cade:Rendici attenti, Signore.
A chi non trova ascolto:Rendici attenti, Signore.

 

VI stazione

La Veronica asciuga il volto di Gesù

Dal Vangelo secondo Giovanni (12,20-21)

Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Pat 4: FF 269)

Venga il tuo regno: affinché tu regni in noi per mezzo della grazia e ci faccia giungere nel tuo regno, dove la visione di te è senza veli, l’amore di te è perfetto, la comunione con te è beata, il godimento di te senza fine.

Quello che i Salmi avevano cantato come «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3), ora ha invece i tratti del Servo sofferente profetizzato da Isaia, che «non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» (Is 53,2). 

Veronica è la custode della tua immagine, Gesù. Ha potuto ottenerla grazie a quel gesto di carità: asciugare il tuo volto coperto di sangue e di polvere. Veronica non ci trasmette la memoria di un’immagine in posa, ma quella dell’uomo dei dolori, che ci ha risanati per mezzo delle sue stesse piaghe.

Aiutaci, Gesù, a coltivare il desiderio di vedere il tuo volto. Donaci la grazia che hai concesso agli Apostoli di vederti luminoso e trasfigurato. Ma aiutaci soprattutto ad avere l’occhio attento di Veronica, che ti sa riconoscere anche nella tua bellezza sfigurata. E rendici capaci di asciugare, oggi, il tuo volto, ancora coperto di polvere e sangue, deturpato da ogni atto che calpesta la dignità di una qualsiasi persona umana.

Preghiamo dicendo: Aiutaci a riconoscerti, Gesù.

Quando il tuo volto è sfigurato:Aiutaci a riconoscerti, Gesù.
In ogni persona condannata dai pregiudizi:Aiutaci a riconoscerti, Gesù.
Nel povero privato della sua dignità:Aiutaci a riconoscerti, Gesù.
Nelle donne vittime di tratta e ridotte in schiavitù:Aiutaci a riconoscerti, Gesù.
Nei bambini ai quali è stata rubata l’infanzia e compromesso il futuro:Aiutaci a riconoscerti, Gesù.

 

VII stazione

Gesù cade per la seconda volta

Dal Vangelo secondo Giovanni (13,3-5)

Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Rnb V, 13-14: FF 20)

Nessun fratello faccia del male o dica del male a un altro; ma piuttosto, per la carità che viene dallo Spirito, di buon volere si servano e si obbediscano vicendevolmente.

Tutta la tua vita, Gesù, è stata un continuo chinarti e abbassarti. Quando hai lavato i piedi ai discepoli, nell’ultima cena, hai lasciato un esempio, un insegnamento e una profezia: l’esempio del servizio, l’insegnamento dell’amore fraterno e la profezia del donare la vita. Francesco d’Assisi era rimasto così profondamente colpito da questo tuo abbassarti che ha voluto raccomandare a noi di lavarci i piedi reciprocamente, cioè di essere sempre pronti al servizio dei propri fratelli. E ha voluto che questo stesso vangelo gli venisse letto la sera del 3 ottobre di otto secoli fa, poco prima di morire.

Nel tuo amarci fino alla fine, fino a dare la tua vita per noi, è già contenuta anche la profezia della tua risurrezione, perché un amore così grande è più forte della morte. Un amore così grande rivela il senso ultimo dell’amare: portarci nella vita stessa di Dio.

Quando cadi, Gesù, lo fai per rialzarci dalle nostre cadute. Quando cadi lo fai per risollevare chi è schiacciato a terra dall’ingiustizia, dalla menzogna, da ogni forma di sfruttamento e da ogni tipo di violenza, dalla miseria prodotta da un’economia finalizzata al profitto individuale anziché al bene comune. Quando cadi lo fai per rialzare anche me.

Preghiamo dicendo: Rialzaci, Signore.

Quando i nostri errori ci schiacciano:Rialzaci, Signore.
Quando il peso della responsabilità ci opprime:Rialzaci, Signore.
Quando cadiamo nella depressione:Rialzaci, Signore.
Quando veniamo meno alle nostre scelte:Rialzaci, Signore.
Quando veniamo risucchiati da una dipendenza:Rialzaci, Signore.

 

VIII stazione

Gesù incontra le donne di Gerusalemme

Dal Vangelo secondo Luca (23,27-31)

Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Pater 5: FF 270)

Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra: affinché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando te; con tutta l’anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, indirizzando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e i sensi dell’anima e del corpo in offerta di lode al tuo amore e non per altro; e affinché amiamo i nostri prossimi come noi stessi, attirando tutti secondo le nostre forze al tuo amore, godendo dei beni altrui come fossero nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando alcuna offesa a nessuno.

Le donne, Gesù, ti hanno sempre seguito e assistito, dall’inizio della tua predicazione. Ci sono anche adesso, anche sotto la croce. Dove c’è una sofferenza o un bisogno, le donne ci sono: negli ospedali e nelle case di riposo, nelle comunità terapeutiche e di accoglienza, nelle case-famiglia con i minori più fragili, negli avamposti più sperduti della missione ad aprire scuole e dispensari, nelle zone di guerra e di conflitto per soccorrere i feriti e consolare i sopravvissuti.

Le donne ti hanno preso sul serio; hanno preso sul serio anche queste tue parole dure: da secoli piangono su sé stesse e sui propri figli: portati via e incarcerati durante una manifestazione, deportati da politiche prive di compassione, naufragati in disperati viaggi della speranza, falcidiati nelle zone di guerra, annientati nei campi di sterminio.

Le donne continuano a piangere. Dona anche ad ognuno di noi, Signore, un cuore compassionevole, un cuore materno, e la capacità di sentire nostra la sofferenza altrui. Donaci ancora lacrime, Signore, per non dissolvere la nostra coscienza nelle nebbie dell’indifferenza e continuare a rimanere umani. 

Preghiamo dicendo: Donaci lacrime, Signore.

Per piangere sui disastri delle guerre:

Donaci lacrime, Signore.

Per piangere sui massacri e i genocidi:

Donaci lacrime, Signore.

Per piangere con le madri e con le mogli:

Donaci lacrime, Signore.

Per piangere sul cinismo dei prepotenti:

Donaci lacrime, Signore.

Per piangere sulla nostra indifferenza:

Donaci lacrime, Signore.

 

IX stazione

Gesù cade per la terza volta

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,6-7)

Disse Gesù [a Tommaso]: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Rnb XXIII, 3: FF 64)

Ti rendiamo grazie, perché come tu ci hai creato per mezzo del tuo Figlio, così per il santo tuo amore, con il quale ci hai amato, hai fatto nascere lo stesso vero Dio e vero uomo dalla gloriosa sempre vergine beatissima santa Maria, e per la croce, il sangue e la morte di lui ci hai voluto redimere dalla schiavitù.

Tu che «per noi sei nato lungo la via» (S. Francesco, UffPass XV,7: FF 303), adesso, per la terza volta cadi sulla via dolorosa che ti porta al Calvario. 

La tua triplice caduta ci ricorda che non esiste una nostra caduta nella quale tu non sia accanto a noi. Sì, perché tu sei accanto a noi in ogni nostra fragilità, e ci puoi e ci vuoi risollevare da ogni nostra caduta, perché vuoi che assieme a te ognuno di noi possa giungere al Padre e trovare la vita, quella vera, quella eterna, quella che niente e nessuno ci potrà più strappare.

Nel cammino sulle tue orme non importa quante volte cadiamo, importa solo che Tu ci sei accanto e sei disposto a risollevarci una volta ancora, innumerevoli volte, perché il tuo amore, il tuo perdono, la tua misericordia sono infinitamente più grandi della nostra fragilità.

Sostienici nella nostra incredulità e dacci la grazia di credere che ci puoi rialzare.

Preghiamo dicendo: Serviti di noi, Gesù.

Per rialzare tutti coloro che cadono:Serviti di noi, Gesù.
Per rialzare quelli che rimangono a terra:Serviti di noi, Gesù.
Per rialzare le persone più fragili:Serviti di noi, Gesù.
Per rialzare quelli che pensiamo “se la siano cercata”:Serviti di noi, Gesù.
Per rialzare coloro che sembrano irrecuperabili:Serviti di noi, Gesù.

 

X stazione

Gesù è spogliato delle vesti

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,23-24)

I soldati, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. E i soldati fecero così.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (LOrd, 28-29: FF 221)

Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché tutti e per intero vi accolga Colui che tutto a voi si offre.

Tu stesso, Gesù, avevi scelto di spogliarti della gloria divina per rivestire «la vera carne della nostra umanità e fragilità» (S. Francesco, 2 Lfed 4: FF 181). E adesso ti vengono strappati i vestiti di dosso, nel crudele tentativo di umiliarti e spogliarti anche della tua umana dignità. 

È un tentativo che si ripete continuamente anche ai nostri giorni. Lo praticano i regimi autoritari quando costringono i prigionieri a rimanere seminudi in una cella spoglia o in un cortile. Lo praticano i torturatori che non si limitano a strappare le vesti, ma strappano anche la pelle e le carni. Lo praticano coloro che autorizzano e utilizzano forme di perquisizione e controllo che non rispettano la dignità della persona. Lo praticano gli stupratori e gli abusatori, che trattano le vittime come cose. Lo pratica l’industria dello spettacolo, quando ostenta la nudità per guadagnare qualche spettatore in più. Lo pratica il mondo dell’informazione, quando denuda le persone davanti all’opinione pubblica. E talvolta lo facciamo anche noi, con la nostra curiosità che non rispetta né il pudore, né l’intimità, né la riservatezza degli altri.

Ricordaci, Signore, che ogni volta che non riconosciamo la dignità altrui si offusca la nostra, e ogni volta che approviamo o pratichiamo un comportamento disumano verso qualsiasi essere umano, siamo noi stessi a diventare meno umani. 

Preghiamo dicendo: Rivestici, Gesù.

Della tua infinita umiltà:Rivestici, Gesù.
Del rispetto per ogni essere umano:Rivestici, Gesù. 
Del sentimento della compassione:Rivestici, Gesù.
Di un rinnovato senso del pudore:Rivestici, Gesù.
Della forza per difendere la dignità di ogni persona:Rivestici, Gesù.

 

XI stazione

Gesù è inchiodato sulla croce

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,17-19)

Portando la croce, [Gesù] si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Golgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Cant 23-26: FF 263)

Laudato si’, mi’ Signore, / per quelli ke perdonano per lo Tuo amore / e sostengo infirmitate e tribulazione. / Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace, / ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Inchiodato sulla croce come un malfattore, ma con un titolo che rivela la tua regalità, o Gesù, tu ci mostri qual è l’autentico potere. Non quello di chi ritiene di poter disporre della vita altrui nel dare la morte, ma quello di chi realmente può vincere la morte dando la vita e può dare la vita anche accettando la morte. Tu manifesti che il potere autentico non è quello di chi usa la forza e la violenza per imporsi, ma quello di chi è capace di prendere su di sé il male dell’umanità, il nostro, il mio; e annullarlo con la potenza dell’amore che si manifesta nel perdono. Tu sei Re e regni dalla croce: non ti servi dell’apparente potenza degli eserciti, ma dell’apparente impotenza dell’amore, che si lascia inchiodare. Tu sei Re e la tua croce diventa l’asse attorno al quale ruotano la storia e l’intero universo, per non precipitare nell’inferno dell’incapacità di amare.

Tu, Re crocifisso, ci ricordi che, se vogliamo essere partecipi della tua regalità, dobbiamo anche noi imparare a perdonare per amore tuo e a sostenere in pace le difficoltà della vita, perché a vincere non è l’amore per la forza, ma la forza dell’amore.

Preghiamo dicendo: Insegnaci ad amare.

Quando subiamo un’ingiustizia:Insegnaci ad amare.
Quando desideriamo vendetta:Insegnaci ad amare.
Quando siamo tentati dalla violenza:Insegnaci ad amare.
Quando riteniamo impossibile il perdono:Insegnaci ad amare.
Quando ci sentiamo crocifissi:Insegnaci ad amare.

 

XII stazione

Gesù muore sulla croce

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,28-30)

Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (2Lfed 11-13: FF 184)

E la volontà del Padre suo fu questa, che il suo figlio benedetto e glorioso, che egli ci ha donato ed è nato per noi, offrisse se stesso, mediante il proprio sangue, come sacrificio e vittima sull’altare della croce, non per sé, poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, ma in espiazione dei nostri peccati, lasciando a noi l’esempio perché ne seguiamo le orme.

«È compiuto». Non vuol dire che è tutto finito, ma che il motivo per cui tu, Gesù, ti sei fatto uno di noi è stato portato al suo termine: hai adempiuto la missione che il Padre ti ha affidato e ora puoi tornare a Lui e portare noi con te. 

Da ora in poi sappiamo che lasciandoci attirare da te, alzando verso di te il nostro sguardo, ci troviamo davanti a Colui che ci riconcilia, che estingue il nostro “debito”, che ci introduce nel Santuario che è la vita stessa di Dio. Ci troviamo davanti a Colui che, realizzando il fine dell’incarnazione, dà a noi la possibilità di realizzare il senso profondo della nostra stessa vita: diventare figli di Dio, essere il capolavoro di Dio. 

Aiutaci, Signore, ad accogliere il dono dello Spirito Santo, che hai effuso su di noi già nell’ora della tua morte in croce, e fa’ che con te, anche noi, possiamo passare da questo mondo al Padre.

Preghiamo dicendo: Donaci il tuo Spirito, Signore.

Perché diventiamo nuove creature e viviamo in Dio:Donaci il tuo Spirito, Signore.
Perché sperimentiamo che il nostro debito è cancellato:Donaci il tuo Spirito, Signore.
Perché possiamo pregare “Abbà, Padre”:Donaci il tuo Spirito, Signore.
Perché accogliamo ogni persona come fratello e sorella:Donaci il tuo Spirito, Signore.
Perché scopriamo il senso ultimo della vita:Donaci il tuo Spirito, Signore.

 

XIII stazione

Gesù è deposto dalla croce

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,38-39)

Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Cant 27-31: FF 263)

Laudato si’, mi’ Signore, / per sora nostra Morte corporale, / da la quale nullu homo vivente po’ skappare: / guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; / beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati, / ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Gesù è appena morto, e la sua morte comincia già a dare i primi frutti. Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che erano discepoli di Gesù, ma di nascosto, perché avevano paura di esporsi, adesso trovano il coraggio di andare da Pilato a chiedere il suo corpo. Compiono così un gesto di umana pietà, quello di togliere dalla croce un condannato e seppellirlo con dignità e decoro. 

Non dovrebbero mai esserci cadaveri non restituiti e insepolti: non dovrebbero mai le madri, i parenti e gli amici dei condannati essere costretti a umiliarsi davanti all’autorità per vedersi restituire i resti martoriati di un proprio congiunto. Anche il corpo di un morto conserva la dignità della persona e non può essere vilipeso, o occultato, o distrutto, o non restituito, o sprovvisto di regolare sepoltura. Non solo il corpo della persona perbene, ma perfino il corpo di un criminale merita rispetto.

O Gesù, tu sei stato ingiustamente catturato, torturato, giudicato, condannato e ucciso, ma il tuo corpo è stato restituito e onorato; fa’ che il nostro tempo, che ha perso il rispetto per i vivi, mantenga almeno quello per i morti.

Preghiamo dicendo: Insegnaci la pietà.

Per sentire la sofferenza dei carcerati:Insegnaci la pietà.
Per essere solidali con i prigionieri politici:Insegnaci la pietà.
Per comprendere i familiari degli ostaggi:Insegnaci la pietà.
Per piangere i morti sotto le macerie:Insegnaci la pietà.
Per avere rispetto di tutti i defunti:Insegnaci la pietà.

 

XIV stazione

Gesù è deposto nel sepolcro

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,40-42)

[Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo] presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (2Lfed 61-62: FF 202)

A colui che tanto patì per noi, che tanti beni ha elargito e ci elargirà in futuro, a Dio, ogni creatura che è nei cieli, sulla terra, nel mare e negli abissi renda lode, gloria, onore e benedizione, poiché egli è la nostra virtù e la nostra fortezza, lui che solo è buono, solo altissimo, solo onnipotente, ammirabile, glorioso e solo è santo, degno di lode e benedetto per gli infiniti secoli dei secoli. Amen.

Tutto è iniziato in un giardino, l’Eden, che i progenitori ricevettero in dono e in custodia, e dal quale furono esiliati per non essersi fidati di Dio. Tutto ricomincia in un giardino, dove Gesù fu sepolto e dove risuscitò: luogo in cui la vecchia creazione fragile e mortale si trasforma in nuova creazione, che partecipa alla vita stessa di Dio. Questo luogo è la porta attraverso la quale Gesù è disceso agli inferi ed è l’ingresso del Paradiso, non più terrestre e temporaneo, ma celeste e definitivo. Questo è il luogo dell’ultimo gesto di pietà e delle ultime lacrime versate sul corpo del Cristo morto. È il luogo del primo incontro con Lui Risorto, ormai vivente per sempre, riconoscibile solo quando ci chiama per nome o ci apre gli occhi, e impossibile da trattenere. Il luogo in cui Maria di Magdala riceve il mandato di annunciare che la morte è vinta perché Gesù di Nazareth ora è risorto, è il Signore, è il Vivente che non può più morire.

Da allora anche noi veniamo sepolti – grazie al Battesimo – insieme a Gesù, in quel medesimo giardino, con la speranza certa che Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai nostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in noi (cfr Rm 8,11). Ti rendiamo grazie, Signore, perché hai dato fondamento certo alla nostra speranza di vita eterna.

Preghiamo dicendo: Vieni, Signore Gesù.

A camminare ancora con noi nel Giardino:Vieni, Signore Gesù.
Ad asciugare le lacrime dai nostri occhi:Vieni, Signore Gesù.
A donarci una speranza certa:Vieni, Signore Gesù.
A ribaltare la pietra che ci schiaccia il cuore:Vieni, Signore Gesù.
A farci intravedere il Paradiso:Vieni, Signore Gesù.

 

SANTO PADRE:

Invocazione conclusiva e benedizione

Al termine di questa Via Crucis, facciamo nostra la preghiera con la quale san Francesco ci invita a vivere la nostra vita come un cammino di progressivo coinvolgimento nella relazione di amore che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e per tua sola grazia, giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nella Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen (LOrd 50-52: FF 233).

Concludiamo con l’antica benedizione biblica (cfr Nm 6,24-26), con la quale san Francesco era solito benedire i frati e tutta la gente, al punto che è diventata la “sua” benedizione (cfr BfLFF 262).

Il Signore sia con voi. 
℟. E con il tuo spirito.

Il Signore vi benedica e vi custodisca.
℟. Amen.

Faccia risplendere per voi il suo volto e vi faccia grazia.
℟. Amen.

Rivolga a voi il suo volto e vi conceda la sua pace.
℟. Amen.

E la benedizione di Dio onnipotente,
Padre  e Figlio  e Spirito  Santo,
discenda su di voi e con voi rimanga sempre.
℟. Amen.

12 marzo 2026

«Ramadan in parrocchia? Non è carità. Ho detto no perché ipocrita» - IL CASO IN FRIULI

 Anche Avvenire sposa l'iniziativa di Staranzano, in provincia di Gorizia, dove il parroco ha dato agli islamici i locali parrocchiali per la preghiera del venerdì. Ma l'ex parroco spiega alla Bussola perché ha detto di no: «Questa non è carità, ma ipocrisia: quei locali servono per annunciare Cristo, la carità la facciamo nel modo giusto. Così i musulmani sono autorizzati a considerare quel luogo come loro».

Ramadan in parrocchia, anche Avvenire scende in campo. E lo fa con un articolo di un sacerdote della diocesi di Gorizia, che pretende di parlare a nome di tutti i sacerdoti, per giustificare l’utilizzo degli spazi della parrocchia da parte della locale comunità musulmana. Come? Con un malinteso senso di carità che mal si sposa con le parole di Gesù. Siamo a Staranzano, comune in provincia di Gorizia attiguo a Monfalcone. Ed è proprio a Monfalcone che inizia questa vicenda con la richiesta della nutrita comunità islamica di un luogo di culto per celebrare il Ramadan. Nella cittadina che ospita la Fincantieri, infatti, gli islamici non hanno un luogo di culto perché il Comune gliel’ha chiuso per irregolarità.

Così gli islamici hanno iniziato a bussare altrove e si sono rivolti nella vicina e più piccola Staranzano dove a raccogliere l’appello non è stato il sindaco, ma la locale parrocchia che ha messo a disposizione uno stabile chiamato “le stalle rosse” dove poter svolgere la preghiera del venerdì.

Il vescovo, amministratore pro tempore Carlo Roberto Maria Redaelli, in procinto di lasciare la Diocesi perché Papa Leone XIV lo ha nominato segretario del Dicastero del clero, ha benedetto l’iniziativa. Così da fine febbraio, da quando è iniziato il Ramadan, i locali della parrocchia ospitano la comunità islamica di Monfalcone.

Il prete in questione che ha scritto ad Avvenire, invece, si chiama don Matteo Marega e così argomenta la decisione: «Ospitare chi si trova nel bisogno di uno spazio per pregare non vuole essere un gesto di ingenuo buonismo o un cedimento al relativismo, ma è un atto pratico per testimoniare nei fatti la carità di Cristo che ci spinge a riconoscere nell’altro un fratello».

Frase che non risponde pienamente al concetto di carità così come espresso da Gesù, se non altro per il fatto che la prima carità è proprio quella dell’annuncio del Vangelo, cosa impensabile in questo contesto e in questa promiscuità religiosa che fa confondere i piani.

A confermarcelo alla Bussola è infatti un altro sacerdote, anche lui coinvolto nella faccenda. Don Francesco Fragiacomo (in foto), infatti, di Staranzano era stato parroco prima di dimettersi per una vicenda scomoda di capi scout omosessuali e uniti civilmente, di cui la Bussola si era occupata diffusamente. Ma anche lui, come parroco oggi della vicina San Canzian di Isonzo e di altre quattro parrocchie era stato interpellato il mese scorso per la possibilità dell’“ospitalità”, ma aveva detto no.

E alla Bussola ha spiegato perché.


«Distinguere per unire- ci spiega - è il famoso principio teologico e filosofico di Maritain, ma potremmo anche aggiungere distinguere per convertire, cioè condurre tutto alla verità e all’amore autentico. Distinguere infatti aiuta all’ordine, alla verità, alla chiarezza».

Ecco perché sull’uso delle strutture parrocchiali per la preghiera ad altri gruppi religiosi «l’argomento principale a favore da parte di Presbiteri ed anche Vescovi, è stato il principio della carità, come segno che contraddistingue il cristiano. Che la carità sia il segno del cristiano è verissimo, non serve ribadirlo e dimostrarlo».

Ma prestare luoghi di culto ad altre religioni può essere carità? «No – insiste -. I nostri centri Caritas accolgono da sempre, continuamente e senza remora e senza differenziazioni di religione, etnie e ceppo linguistico tutte le persone per i più disparati bisogni». Il don ci spiega infatti che spesso è la parrocchia a pagare le utenze, gli alimenti, e in alcuni casi gli affitti di molti bisognosi, molti dei quali musulmani, ma questa carità non va confusa con la malintesa carità di chi, confondendo i piani, finisce per fare il gioco dell’Islam.

«E devo dire che non ci sentiamo attualmente manchevoli a riguardo. Perché nella carità bisogna distinguere: concedere i nostri spazi per celebrazioni ad altre religioni è sbagliato perché le nostre chiese e le nostre strutture sono lì per un fine ben preciso: annunciare Cristo risorto come compito datoci direttamente da lui».

Così dal punto di vista pastorale e teologico, dare le strutture della Chiesa ad altri gruppi religiosi per le loro celebrazioni «non aiuta la causa della nostra tolleranza e carità perché bisogna entrare nella mentalità dell’interlocutore che abbiamo davanti. Per i musulmani il pregare in un luogo lo rende per loro sacro e in qualche modo loro proprietà».

LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

4 marzo 2026

Catechismo a zero, ma festeggia il Ramadan

 Zuppi piange per il catechismo a zero, ma festeggia il Ramadan

L'arcivescovo di Bologna si preoccupa per le zero iscrizioni al catechismo in tre parrocchie del centro e dà la colpa agli affitti alti, però va a festeggiare il pasto rituale del Ramadan con i musulmani. Se evangelizzare è diventato un inutile peso, perché lamentarsi, allora?


Ma di che si lamenta il vescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi? Nessuno a Bologna si iscrive più al catechismo nelle parrocchie del centro e lui si lancia in una lagna socio urbanistica. «Colpa delle politiche abitative», «delle città che si sono svuotate», «degli affitti alti», dice al Resto del Carlino che ha scoperto come su 9000 abitanti quest’anno nessuno si è iscritto al catechismo nella parrocchia di San Giuliano e della Santissima Trinità, zona Santo Stefano e di Santa Caterina in Strada Maggiore, centro centro.

Ma di che parla? Ora, se nessuno va più alla dottrina non è per colpa del sindaco Matteo Lepore, il quale di impegno per accentuare il declino bolognese ce ne mette parecchio. Qua piuttosto è un po’ il bue che dà del cornuto all’asino.

Perché, cara la nostra eminenza, se non ci sono bambini al catechismo non è colpa delle politiche abitative, ma è colpa della fede che è evaporata. E certo che se lei è il primo che la lascia evaporare, hai voglia a prendersela con le politiche urbanistiche del comune.

Non più tardi di due giorni fa, lei, eminenza, è accorso in piazza Lucio Dalla nientemeno che con il primo cittadino e con Romano Prodi, che a Bologna è come la mortadella, si mette un po’ con tutto, anche sui crostini, per partecipare all’Iftar. Anzi, allo street iftar la cena di rottura del digiuno del Ramadan che si è svolta alla Bolognina.

Lì, a giudicare dalle immagini, di bambini ce n’erano parecchi ed è probabile che molti di loro abitassero nei pressi di porta Ravegnana e San Giovanni in Monte; quindi, il problema semmai è duplice: che Bologna è stata presa d’assalto da chi col turbante vive pubblicamente la fede e questo per lei non è minimamente un problema.

Tanto da partecipare alla loro cena rituale di interruzione del Ramadan, la quale non è una cena conviviale qualsiasi come la nostra tortellata di San Giovanni, ma un momento legato al culto islamico. Un pasto dal valore spirituale che attiene alla fede islamica. Ridicolo che debba viverlo un sindaco con tanto di fascia tricolore, ancora più ridicolo che in nome del dialogo ci debba essere pure il vescovo della città, il quale è anche presidente della Conferenza episcopale italiana, tra l’altro.

Perché il messaggio che lei con la sua presenza lancia è il seguente: che in fondo non importa a quale credo appartieni, l’importante è stare insieme. Poi non lamentiamoci se nessuno si iscrive più al catechismo nelle parrocchie, perché evidentemente lei è il primo che di quel catechismo farebbe volentieri a meno. Del resto, parole come dottrina ed evangelizzazione sono forse centrali nella sua azione pastorale? E, con tutto il rispetto, le è mai sorto il dubbio che la fede cala proprio laddove viene spinta all’esasperazione questa malintesa forma di dialogo, che tralascia quelle che sono le forme dell’apostolato per incontrare le altre religioni?

In questi anni di permanenza bolognese e ormai sono parecchi, lei ha preferito partecipare più ai simposi del dialogo con le tutte le confessioni religiose, secondo il Sant'Egidio style, piuttosto che scendere sovente in processione con il Santissimo o le statue dei santi, piuttosto che far vibrare la devozione del sacro nelle strade. Oggi la presenza dei cattolici non occupa più le strade, come una volta, perché questo è considerato demodè e soprattutto un affronto agli altri, intesi come atei, agnostici o diversamente credenti. 

Oggi a Bologna “non si perde neanche un bambino”, a proposito di Lucio Dalla, è diventato “non si iscrive neanche un bambino”. Ma è colpa degli affiti?

Quindi si raccoglie quel che si semina e il raccolto a Bologna, a conti fatti, è anche questo. Una città che si è svenata per definirsi aperta, accogliente e moderna, che ha liquidato le profezie del suo predecessore, il cardinal Biffi, come vecchia retorica fassista e dove in centro non risuonano più i campanili.

Di fronte al dato sconsolante degli zero iscritti al catechismo ci si sarebbe aspettati per lo meno un’autocritica: abbiamo forse sbagliato qualcosa? C’è qualcosa nel modo in cui annunciamo il Vangelo che non ha funzionato? Invece, niente.

Troppo comodo dare la colpa alla società e al Comune se poi lei è il primo che invece di correre ai ripari, se ne va allegro dai musulmani a celebrare i loro riti, le loro usanze e i loro pasti senza curarsi che il suo primo compito è evangelizzare proprio i maomettani, ma sappiamo già che stiamo dicendo una bestemmia per lei. I genitori che non hanno iscritto i loro figli al catechismo forse avranno pure perso la fede, ma che esempio è stato dato loro? E quale testimonianza gli è stata offerta?

24 febbraio 2026

FRATELLI MUSULMANI - Il piano a lungo termine per l'islamizzazione dell'Europa

Troppo spesso si pensa che il fenomeno di radicalizzazione dei musulmani, specie quelli che poi compiono attentati, sia tutto occidentale e dovuto a fattori sociali ed economici. In realtà la radicalizzazione risponde a un piano di lungo periodo, gestito dalla Fratellanza Musulmana e foraggiato soprattutto dal Qatar.


E' da tempo che l'ondata di immigrati musulmani stimola il dibattito sull'immigrazione, un po' meno le politiche in fatto di sicurezza. E' stato acclarato che quand'anche l'emigrazione verso l'Europa dovesse cessare immediatamente e in modo permanente, la popolazione islamica nel Vecchio Continente passerebbe dal 4,9% al 7,4% entro il 2050. 
I musulmani sono più giovani di tredici anni della media europea e sono nettamente più fertili (un bambino in più per donna, in media). Il che fa di loro una popolazione giovane, forte e robusta, ma soprattutto radicata in un Occidente le cui radici si stanno seccando. Parlare di radicalismo vuol dire parlare anche delle reti e delle cellule affiliate a organizzazioni jihadiste su scala mondiale, come al-Qaeda, alimentata da una ideologica ricerca di un ordine mondiale politico islamico. L'opinione corrente vuole che il sostegno ai gruppi estremisti sia piuttosto blando tra i musulmani in Europa e, viceversa, che quest' ultimi non sono foraggiati dai cosiddetti gruppi estremisti. 
Le bombe di Madrid del 2004 hanno inaugurato ufficialmente l'Europa nuova patria di jihadisti, da allora, obiettivo di conquista dichiarato apertamente. Nella comune indifferenza, solo un anno dopo, con i fatti di Londra pianificati e realizzati da quattro musulmani e cittadini britannici di seconda generazione, l'obiettivo fu consacrato. Ma comunque nell'assenza di preoccupazione, quanto meno nella sostanza delle politiche. A chi poteva importare che in Europa solo tra il 2001 e il 2006 ci fossero ventotto reti jihadiste attive? I media hanno trasformato la crescente radicalizzazione in un fenomeno d'idiosincrasia tutto occidentale. "Alienati sociali" e "matti di ultima generazione", così ci hanno raccontato degli attentatori che hanno insanguinato le strade d'Europa. 
Ma la storia sta, come al solito, in un altro modo. Dietro questi individui che non sono sprovveduti né inconsapevoli dei loro gesti c'è un progetto tanto grande quanto ragionato e adeguatamente finanziato. C'è il Qatar, dove è l'islam wahhabita - nato in seno alla comunità sunnita - a dettare le regole, e ha puntato sui Fratelli Musulmani per esportare la religione di Maometto e conquistare l'Europa. S'è prestato a far da trampolino di lancio facendo giocare un importante ruolo dal progetto dei Fratelli Musulmani. Quest'ultimi hanno iniziato probabilmente nel 1961, quando Said Ramadan fonda il Centro Culturale Islamico a Ginevra. Qualche anno più tardi, nel 1969, è Youssef Al-Qaradawi - il più potente degli ideologi dei Fratelli Musulmani - a continuare il disegno: dall'Egitto si trasferisce in Qatar dove fonda la Facoltà di Legge Islamica all'Università del Qatar e diviene il cardine della formazione e della diffusione del progetto della Fratellanza in Medio Oriente, Nord Africa e Europa, specialmente nei primi anni '90. 
Nel 1996 viene fondato - sempre dal Qatar - il canale televisivo Al-Jazeera e Al-Qaradawi continua a mobilitare il sostegno per il progetto di diffondere le idee dei Fratelli Musulmani tra le comunità musulmane di lingua araba, attraverso il suo programma "Legge islamica e vita", che diventa uno degli strumenti più efficaci per la politica del Qatar in Europa. Nel frattempo la Fratellanza aveva fondato la Banca Al-Taqwa, alle Bahamas, nel 1988, per finanziare le proprie attività in tutto il mondo. E quando il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha accusato la banca e i suoi fondatori di finanziare Al-Qaeda, bloccandone i beni fino al 2010, il Qatar è intervenuto a riempire il vuoto, agendo come finanziatore delle organizzazioni della Fratellanza in Europa e all'estero.
Nel 2012, un uomo d'affari del Qatar ha donato una grossa somma di denaro alla Società Islamica della Francia Occidentale (Société Islamique Ouest France) per la costruzione della Moschea di Al-Salam a Nantes. Sempre nel 2012, la Qatari Charity Foundation ha fatto il suo ingresso nel sistema educativo in Francia, pagando 1,5 milioni di euro per acquistare un edificio che ospitasse la scuola Al-Razi a Lille. La prima scuola islamica che sforna "dotti" in Francia. Nel 2014, la Qatari Charity Foundation ha pagato 1,1 milioni di euro alla Lega dei musulmani belgi e la fondazione ha finanziato il primo centro islamico a Lussemburgo nel 2015. Ma non ci sono, ovviamente, solo Francia e Belgio nel mirino. Il disegno è radicato e ramificato in tutto il Vecchio Continente. 
Uno studio del 2017 sui richiedenti asilo prevalentemente afghani nella città austriaca di Graz ha dimostrato che costoro, per lo più uomini di età inferiore ai 30 anni, erano tutti non disposti a sostituire i loro valori islamici con quelli occidentali. La metà degli immigrati ha affermato che la religione svolge un ruolo più importante nella vita quotidiana in Europa di quanto non facesse nel loro paese d'origine, e il 51,6% degli intervistati ha affermato che la supremazia dell'islam rispetto alle altre religioni è indiscussa. D'altronde, la tendenza di molti musulmani a diventare più religiosi una volta arrivati in Europa è stata dichiaratamente esposta in una nuova serie di documentari, "False Identity", del giornalista di lingua araba Zvi Yehezkeli, che, sotto copertura è andato ad indagare sull'attività dei Fratelli Musulmani in Europa e Stati Uniti. In Germania, ha incontrato due giovani musulmani provenienti dalla Siria, aiutati da una "fantomatica organizzazione islamica britannica", e che gli hanno raccontato: "i Fratelli Musulmani sono attivi nell'aiutare i rifugiati a diventare devoti musulmani". A quel punto Yehezkeli ha chiesto loro quale fosse il loro sogno. "La visione è uno stato islamico, una società islamica", ha detto uno dei due. "I musulmani sognano il dominio della sharia, e la visione da qui a vent'anni è che la legge della sharia sia istituzionalizzata in Germania". E alla domanda se i tedeschi potrebbero resistere alla Dawa, hanno risposto, "non affronteremo con forza [l'Europa], ma lentamente ... Ci saranno scontri, ma lentamente gli scontri si placheranno, le persone accetteranno la realtà. Non c'è scampo, ogni cambiamento comporta scontri".
In questo "sogno" Qatar e Fratelli Musulmani giocano un ruolo determinante, mentre l'Europa finge di non vedere. La mancanza di identità religiosa nell'Occidente odierno ha lasciato un vuoto che l'islam sta riempendo senza trovare opposizione.


20 febbraio 2026

Siamo alla frutta, anzi anche oltre…

E poi ci mancava solo il vicepresidente della CEI che dicesse che la buona notizia di questa Quaresima non è la nostra conversione, è la conversione di Dio…



agensir

immagine ripresa dalla pagina Facebook di "Uniti nel dono" e relativo sito web della CEI