30 gennaio 2026

17 tipiche scuse per non andare a Messa (smontate!)



Quante volte nella vita ci siamo trovati a convincerci a non andare a Messa con qualche scusa: perché andarci se non capisco? Dove sta scritto che è obbligatorio? Sono stanco…

Queste affermazioni ci allontanano da una celebrazione senza pari nella nostra vita. Una partecipazione per essere il corpo della Chiesa e ricevere il grande dono della vita eterna che Dio ci ha dato attraverso la Passione di suo figlio. A Messa andiamo a incontrarci con Lui per continuare a partecipare a questo suo sacrificio e ringraziare per il dono infinito che Dio ci ha dato.

Citando le parole di papa Francesco, andare a Messa “ci fa già intuire cosa stiamo per vivere”. Andare a Messa è un anticipo della gloria che vivremo con Lui nella vita eterna.

“Cari amici, non ringrazieremo mai abbastanza il Signore per il dono che ci ha fatto con l’Eucaristia! E’ un dono tanto grande e per questo è tanto importante andare a Messa la domenica. Andare a Messa non solo per pregare, ma per ricevere la Comunione, questo pane che è il corpo di Gesù Cristo che ci salva, ci perdona, ci unisce al Padre. È bello fare questo! E tutte le domeniche andiamo a Messa, perché è il giorno proprio della risurrezione del Signore. Per questo la domenica è tanto importante per noi” (Papa Francesco, catechesi del 5 febbraio 2015). 

Per capire le scuse che accampiamo e comprendere un po’ meglio il senso di andare a Messa e il grande significato che ha, abbiamo preparato questa simpatica galleria che speriamo ci aiuterà a capire e a partecipare meglio alla Santa Messa.

1) La Chiesa è piena di ipocriti che si battono il petto ma fuori sono terribili…


E’ vero. Siamo peccatori, ma fate attenzione quando giudicate il prossimo, per non perdere di vista la trave che avete nell’occhio. Giudicare non aiuta nessuno, né cambia la situazione. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Non tiratela, è un consiglio, perché pecchereste di superbia. A Messa andiamo a cercare la misericordia di Dio. Per questo è normale trovarci tanti ipocriti, bugiardi, avari, lussuriosi, ecc. Se non siete uno di noi, non vi scomodate a passare. Papa Francesco, in un’udienza, è stato molto deciso al riguardo: “Se ognuno di noi non si sente bisognoso della Misericordia di Dio, non si sente peccatore, è meglio che non vada a Messa. Noi andiamo a Messa perché siamo peccatori e vogliamo ricevere il perdono di Gesù”. A questo aggiungerei che la partecipazione alla redenzione di Cristo non ha benefici individuali. Non andiamo solo a chiedere il perdono per noi. Lo facciamo a beneficio di tutto il Corpo. Pensate a questo quando vedete persone che ritenete incoerenti con la loro fede! Quanto saranno diverse le vostre Messe! Potrete dire con gioia: “Che bello che vengano tanti ipocriti (io compreso), perché ci saranno più cose da offrire, e perché Cristo ci cerca come pecore perdute!”. Nessuno si salva da solo. Siamo tutti nella stessa barca..

2) Posso stare con Dio ovunque, non ho bisogno di un luogo fisico per sentirlo vicino


Se un amico mi dicesse che non ha bisogno di incontrarmi fisicamente né di venire a casa mia o di compiere gesti concreti, sensibili, espliciti per manifestare il suo affetto per me perché gli basta conservarmi nella sua memoria (nel suo cuore), inizierei a dubitare della sua amicizia. Qualcuno potrebbe replicare dicendo: “Ma quando un amico muore rimaniamo legati in questo modo”. Sicuramente, ma non del tutto. Non si va forse a Messa nell’anniversario della sua morte? Non gli si portano dei fiori al cimitero? Perché lo facciamo? Perché in fondo è il movimento naturale del nostro amore che dall’interno trabocca e si manifesta esternamente. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori diceva che “se qualcuno avesse sofferto per un amico ingiurie e ferite e venisse a sapere che l’amico, sentendo parlare dell’accaduto, non vuole ricordarlo dicendo ‘Parliamo d’altro!’, che pena proverebbe per l’atteggiamento dell’ingrato! Al contrario, che consolazione sperimenterebbe accertandosi che l’amico professa di testimoniargli eterna gratitudine e che lo ricorda sempre, parlandone con tenerezza!”. La Messa è il memoriale che frequentiamo noi amici di Gesù, perché non possiamo (né vogliamo) dimenticare ciò che ha fatto per noi. Come se non bastasse, inoltre, non ricordiamo il sacrificio del nostro Amico solo come una cosa del passato, ma come un qualcosa che si rende presente, permettendoci di parteciparvi perché “il sacrificio eucaristico è il rinnovamento del sacrificio della croce. Come sulla croce tutti eravamo inseriti in Cristo, così nel sacrificio eucaristico siamo tutti immolati in Cristo e con Cristo” (Sant’Alberto Hurtado).

3) La Messa è così noiosa…


Ho sentito dire una volta la stessa cosa a un amico statunitense sul calcio. Mi è sembrato inverosimile. Allora gli ho insegnato le regole del gioco, poi l’ho invitato a giocare, ad andare alle partite, a conoscere più da vicino i giocatori, a riconoscere le tattiche. Non è stato facile. Il processo di inserimento a volte richiede tempo, ma alla fine il tempo ha fatto il suo lavoro. Oggi il mio amico è un fanatico impenitente. Fatte salve tutte le distanze dell’analogia, tornando al caso della Messa, l’oggetto della noia, perché sia oggettivamente la fonte dell’esperienza di annoiarsi, deve essere a mio avviso qualcosa senza senso (senza una logica), che non è capace di suscitare stupore, poco intelligente… La Messa ovviamente non si inserisce in questo profilo. La maggior parte delle volte siamo noi che essendo poco intelligenti, incapaci di meravigliarci, insensibili al mondo spirituale e al silenzio interiore ecc. diventiamo incapaci di godere delle grandezze della Messa. Bisogna allenarsi: conoscere meglio le regole, i segni, la teologia, e iniziare a trovarci o a ritrovarci il gusto. Costa. È vero, ma ne vale la pena. Ogni piccolo passo conta. Il tempo farà il suo lavoro.

4) La domenica è il mio unico giorno libero


In questo caso chiederei parafrasando Pilato “Cos’è la libertà?” L’autentica liberazione nasce dall’amore, dal saperci amati e dal poter amare gli altri. “Solo chi è amato può amare. Solo chi è libero può liberare. Solo chi è puro può purificare, e solo chi ha pace la può seminare”, diceva a ragione padre Ignacio Larrañaga. La seguente domanda logica sarebbe: “Chi mi può dare quell’amore, quella libertà, quella purezza, quella pace di cui ho bisogno?” La risposta: Dio. Andare a Messa è in realtà l’attività liberatrice per eccellenza. È l’ora decisiva del nostro “giorno libero”, perché è il culmine e la fonte della nostra riconciliazione e della nostra libertà. Sì, perché “comunicarsi è vivere in Gesù e vivere di Gesù, come il tralcio sulla vite e dalla vite. Gesù unico principio e causa di tutta la vita: della grazia, della luce, della forza, della fecondità, della felicità, dell’amore” (Sant’Alberto Hurtado)

5) Ci andrò quando ne sentirò il bisogno, obbligato mai


Chi può dire di avere fame solo di tanto in tanto, e che quindi mangerà solo quando ne avrà bisogno, quando lo riterrà conveniente? Nessuno. Il corpo ci obbliga con una forza violenta ad alimentarlo. È questione di vita o di morte. È inevitabile. Lo stesso dovrebbe succedere a chi scopre quella fame spirituale che grida dal profondo con violenza. È impossibile non sentirsi bisognosi. È impossibile non voler nutrire lo spirito. È questione di vita o di morte. “La persona umana ha una necessità che è ancora più profonda, una fame che è ancora maggiore di quella che il pane può soddisfare; è la fame del cuore umano per l’immensità di Dio. È una fame che può essere soddisfatta soltanto da Colui che disse: ‘Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda’ (Gv 6,53-55)” – San Giovanni Paolo II.

6) Non mi piace andare a Messa


Utilizzare il criterio del piacere-non piacere per giudicare cosa fare o cosa non fare nella vita è una cosa piuttosto infantile. È il classico modus operandi dei bambini. Le mamme lo sanno meglio di chiunque altro. Per questo, è poco consigliabile procedere nella vita lasciandosi trascinare da questo impulso. Possiamo immaginare tutte le attività di importanza fondamentale che rifiuteremmo con questo pretesto se fosse valido: “Non mi piace questa medicina che mi ha prescritto il medico”, “Non mi piace fare la dieta”, “Non mi piace fare sport”, “Non mi piace studiare, andare a scuola o all’università”, “Non mi piace andare al lavoro (preferirei dormire fino a tardi)”, ecc. Se ci reggessimo sulla base di questa legge capricciosa finiremmo per ammalarci, per essere licenziati, per non andare a scuola o all’università, e non svilupperemmo molti dei nostri talenti. Bisogna maturare per scoprire che i sacrifici e le rinunce sono una parte fondamentale della vita e sono esperienze di grande valore perché ci permettono di crescere e di dispiegare in pienezza la nostra esistenza. Con un po’ di sforzo e perseveranza, molte delle attività che all’inizio ci costano (e che quindi non ci piacciono) con il tempo iniziano ad acquisire il sapore della familiarità, della sana routine della buona abitudine, del sacrificio che libera, del rito capace di dare un senso profondo alla vita; e così, a poco a poco, ci vengono svelati la bellezza e il grande valore che ci si nascondevano a prima vista. Nel caso dell’Eucaristia, è straordinario poter scoprire la presenza reale di Dio e la possibilità di condividere con Lui un’ora di questa vicinanza.

7) I miei figli faranno molto rumore, preferisco non dare fastidio



Questa è un’idea talmente antievangelica che sicuramente è venuta al diavolo. Anche gli apostoli sono caduti nella trappola della falsa preoccupazione esterna e protocollare: “Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: ‘Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso’. E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva” (Mc 10 13-16). Non lo dico io. È la Parola di Dio stesso.

8) Non capisco cosa dice il prete


Fai uno sforzo, abbi pazienza. Avvicinati dopo la Messa a chiedere. Medita sul Vangelo e ricorda: il centro della Messa non è il sacerdote, né l’omelia, ma il sacrificio riconciliatore di Cristo e la sua presenza reale. Prega anche perché lo Spirito Santo illumini i sacerdoti (li ispiri).

9) In che parte della Bibbia sta scritto che andare a Messa è un dovere?


In primo luogo non siamo la religione “del libro” come veniamo chiamati in genere. La fonte della Rivelazione è duplice: la Sacra Scrittura e la Tradizione. Sminuire la seconda è un grave errore. Sono molte le testimonianze dei primi Padri e di altri documenti che mostrano chiaramente come le prime comunità cristiane si riunissero ad ascoltare la Parola e a celebrare l’Eucaristia. Ovviamente queste pratiche non derivano dalla creatività apostolica. Al contrario, sono l’espressione coerente di un’ampia gamma di passi biblici in cui il messaggio di Dio è esplicito. Eccone solo alcuni: “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo” (Es 20, 8); “Preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in me” (Lc 22,19); “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?”(1 Cor 10,16); “’Come può costui darci la sua carne da mangiare?’ Gesù disse: ‘In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda’… Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: ‘Forse anche voi volete andarvene?’. Gli rispose Simon Pietro: ‘Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna’” (Gv 6, 51-55, 66-68).

10) Perché andare se non posso fare la Comunione?


In una delle sue catechesi, papa Francesco ci ha ricordato che “sulla mensa c’è una croce, ad indicare che su quell’altare si offre il sacrificio di Cristo: è Lui il cibo spirituale che lì si riceve, sotto i segni del pane e del vino. Accanto alla mensa c’è l’ambone, cioè il luogo da cui si proclama la Parola di Dio: e questo indica che lì ci si raduna per ascoltare il Signore che parla mediante le Sacre Scritture, e dunque il cibo che si riceve è anche la sua Parola”. 
Ergo, a Messa andiamo anche a nutrirci della Parola di Dio. E a Messa andiamo non solo a ricevere, ma anche a ringraziare Dio. “Eucaristia” significa questo in greco. È il ringraziamento supremo che diamo al Padre per tutto ciò che ci dà, soprattutto perché ci ha amati tanto da darci suo Figlio per amore. Il desiderio, infine, dilata il cuore. Andiamo a Messa con il desiderio di poter ricevere di nuovo il Signore. Per ora forse non è possibile. Pazienza. Ci si può comunicare spiritualmente e, come dicevamo, nutrirci della Parola che si incarna dentro di noi (che non è cosa da poco!). Quello che è certo è che più dilatiamo il nostro cuore davanti al Signore, più pienamente si realizzerà l’incontro a cui aneliamo. “Può risultare strano che ci esorti a pregare chi conosce le nostre necessità prima che gliele esponiamo, se non comprendiamo che il nostro Dio e Signore non pretende che gli riveliamo i nostri desideri, perché Egli sicuramente non può non conoscerli, ma vuole che, attraverso la preghiera, aumenti la nostra capacità di desiderare, perché così diventiamo più capaci di ricevere i doni che prepara per noi. I suoi doni, infatti, sono molto grandi, e la nostra capacità di ricevere è piccola e insignificante. Per questo ci viene detto: Dilatate il vostro cuore” (Lettera 130, a Proba).

11) A Messa vanno solo le persone anziane


Non è vero. Dipende dal luogo, anche se è vero che in molte zone dell’Europa è così. Gli anziani ci danno una lezione di vita in questo senso: per la saggezza acquisita nel corso degli anni e per l’approssimarsi di sorella morte, riescono a intravedere con maggior chiarezza l’essenziale della vita che è invisibile agli occhi e rischiano, come farebbero pochi giovani, per compiere quel salto di fede e vivere controcorrente e con coerenza la propria fede. Molti ricominciano ad andare a Messa e a pregare abitualmente perché sanno che lì trovano il “farmaco d’immortalità, antidoto per non morire, ma per vivere in Gesù Cristo per sempre” (Sant’Ignazio di Antiochia). Che importano quello che diranno gli altri e le false apparenze di questo mondo che passa? Dovremmo imparare dalla loro testimonianza e dalla loro esperienza (come ci consiglia papa Francesco). Come evitare di arrivare a quelle situazioni in cui i giovani smettono di praticare la fede? Se sei uno di quei vecchi saggi, continua a offrire la tua testimonianza con coraggio e cerca di portare a Messa i tuoi nipoti finché ci si fanno portare. Se sei uno di quei giovani immortali che credono che la vita non finisca e la morte non arrivi, e che hanno riposto la propria fede in se stessi, medita di più su questi misteri e chiediti: dove andiamo? Cosa facciamo qui? Cosa c’è dopo questa vita? Perché tante persone anziane vanno a Messa? Cosa vedono che io non vedo? Forse così potrai acquisire quella saggezza profonda che manca ai giorni nostri e tornerai a Messa. 

12) Se porto mio figlio, piangerà per tutta la Messa e dovrò uscire


Esci ed entra, ed esci di nuovo. Porta pazienza. Qual è il problema? Il problema, come ha detto papa Francesco, è che ci stanchiamo di chiedere perdono. Coraggio. Non stancarti, chiedi perdono alla persona che ti sta a fianco e anche al sacerdote. Sanno quanto è difficile trovare qualcuno che si prenda cura del bambino, e sanno che non puoi smettere di andare a ricevere il perdono di Dio. E come puoi essere sicura/o del fatto che ti perdoneranno? Perché la fonte della nostra misericordia è Lui (nella Messa celebriamo questo). “Il Signore mai si stanca di perdonare: mai! Siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono. E chiediamo la grazia di non stancarci di chiedere perdono, perché Lui mai si stanca di perdonare”. Egli è il Padre amorevole che perdona sempre e il cui cuore è pieno di misericordia per tutti noi. Dobbiamo imparare ad essere più misericordiosi con tutti.

13) Vado sempre a Messa, ma non vedo alcun cambiamento in me


La Comunione è il grande atto di fede. Non riusciamo a misurare, a quantificare con criteri di perfezionismo pragmatici tutto ciò che riceviamo. C’è lì un mistero che va molto al di là di noi, molto al di là della nostra comprensione, accade sempre un cambiamento reale: il Corpo di Cristo cresce, aumenta, si eleva, perché il Signore si rende presente nel nostro cuore. Per questo bisogna credere a Gesù quando riceviamo i sacramenti, perché “chi li riceve più frequentemente si vede che riceve più frequentemente il Salvatore, perché il Salvatore stesso lo dice: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Timoteo di Alessandria). Se gli crediamo, necessariamente la nostra vita cambierà. È la logica del peso e dell’inerzia: se il centro è Cristo, l’orbita della nostra vita cambia e questo si nota. Qualche ostinato ripeterà comunque: “’Quanti anni comunicandosi quotidianamente! Un altro sarebbe santo – mi hai detto -, e io resto sempre uguale!’ ‘Figlio – ti ho risposto –, continua con la Comunione quotidiana, e pensa: cosa sarei se non mi fossi comunicato?’” (San Josemaría Escrivá).

14) Non capisco la dinamica di inginocchiarsi e stare fermi per tutto il tempo


Siamo esseri spirituali e materiali, non possiamo vivere senza mediazioni, senza contatto, senza simboli. La parola simbolo deriva dal greco syn (con, insieme) e ballein(verbo che significa gettare, mettere), e il risultato è eloquente: si tratta di mettere insieme due cose che separate non hanno un significato completo perché ne acquisiscano la pienezza. Ad esempio, nell’antichità si rompeva un disco a metà e ogni popolo ne conservava una. Le metà in sé non possedevano un significato pieno, ma una volta assemblate diventavano il simbolo che rappresentavano e ricordavano una realtà che va molto al di là del simbolo stesso – in questo caso l’alleanza di pace. Ogni volta che compiamo gesti come inginocchiarci, farci il segno della croce o metterci in piedi, stiamo realizzando una serie di segni liturgici chiamati a esprimere simbolicamente una serie di realtà. Nel caso della Messa, l’aspetto più straordinario è che molti dei simboli diventano non solo portatori di un messaggio o rappresentazione di un concetto, ma realizzano effettivamente quello che significano. Ad esempio, quando il sacerdote alza l’ostia e pronuncia le parole della consacrazione sta “mettendo insieme” la realtà materiale di un pezzo di pane e una serie di preghiere formali; le due cose separate possono non dirci molto, ma insieme diventano il Corpo di Cristo. Noi ci inginocchiamo. Questo gesto che in altre occasioni potrebbe non significare nulla (mi inginocchio per cercare un oggetto caduto), in quel momento, compiendolo davanti all’ostia, che è il Corpo di Cristo, diventa un segno, un simbolo di vera adorazione.

15) Nella mia parrocchia non c’è una Messa sobria con raccoglimento


In primo luogo parla con il tuo parroco e cerca di capire qual è il problema di fondo. Forse avrai una sorpresa. Tieni presente che Dio ha suscitato ogni tipo di spiritualità. La Chiesa sovrabbonda di carismi con diverse impostazioni e diversi “colori”. Non è che alcuni siano migliori di altri, siamo semplicemente diversi. Dio lo sa e per questo ci regala tanti doni. Per questo, come a te non aiutano le Messe nella tua lingua e i canti con la chitarra, c’è chi paradossalmente non si raccoglie con il rito tridentino e il canto gregoriano. Non giudicare, rispetta e valorizza la pluralità che è il segno della grandezza di Dio, unico capace di sostenere l’unità di poli diversi. In ogni caso, puoi sempre cercare un’altra chiesa vicina che risponda meglio alla tua sensibilità spirituale. Ricorda: correggi solo nel caso in cui non si rispettino le norme liturgiche.

16) Non sopporto il contatto fisico con gli sconosciuti


La Messa è la celebrazione culmine di una comunità che entra in comunione totale formando un solo Corpo. Qui tutto si amalgama – corpo, anima e spirito. Tutto si unifica in Cristo, Capo del Corpo. Per questo, se vuoi evitare il contatto e ritieni il prossimo uno sconosciuto (e non un fratello), sappi che sei nel luogo sbagliato. Qui tutto è contatto e fratellanza. Come diceva padre Hurtado, “con il sacrificio di Cristo nasce una nuova razza, razza che sarà Cristo sulla terra fino alla fine del mondo. Gli uomini che ricevono Cristo si trasformano in Lui”. “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”, diceva San Paolo, e vive nel mio fratello che si comunica accanto a me e in tutti noi che partecipiamo di Lui. Tutti formiamo un solo Cristo, viviamo la sua vita, realizziamo la sua missione. Siamo una nuova umanità, l’umanità in Cristo. Strettamente uniti, più che per il sangue della famiglia per il sangue di Cristo, e in Cristo, per Cristo, e per Cristo viviamo in questo mondo.

17) Non riesco a concentrarmi, mi viene da ridere


Se sono risate di allegria e gratitudine per i doni ricevuti (Eucaristia significa azione di grazie) mi sembra legittimo. Ci sono persone spontaneamente allegre. Cerca di non infastidire gli altri, ovvero ridi in modo contenuto. Non devi neanche ridere durante la Consacrazione, perché lì diventa nuovamente attuale la passione di Nostro Signore (per la quale c’è poco da ridere). Se al contrario le tue risate sono espressione di superficialità burlesca e infantile, fai uno sforzo e cerca di maturare. Se non ottieni risultati, chiedi al Signore la grazia o chiama il tuo medico. L’obiettivo è che la Messa sia un riflesso della tua vita. Padre Hurtado lo riassumeva in una bella frase: “La mia Messa è la mia vita, e la mia vita è una Messa prolungata”.

29 gennaio 2026

UE musulmana......

Le mille e una spesa dell'UE che finanzia islam e inclusione

Un progetto dopo l'altro, per migliaia o milioni di euro: dalla cultura musulmana a quella rom passando per l'acconciatura secondo i precetti del Corano e naturalmente l'immancabile islamofobia. Tutto con i soldi di Bruxelles, mentre gli Stati membri piangono.


Mentre l’Unione europea attraversa una fase di tensione permanente — tra crisi geopolitiche, transizioni industriali incomplete e deleterie, pressione inflazionistica e vincoli di bilancio  — una parte significativa delle risorse comunitarie continua a fluire verso un insieme articolato di progetti dedicati all’integrazione islamica e alla valorizzazione identitaria di specifiche minoranze religiose ed etniche. Sono circa 32 i milioni di euro destinati, nel loro complesso, a iniziative legate all’islam, alla cultura islamica, alla prevenzione dell’islamofobia. 
La carrellata di progetti è bizzarra quanto preoccupante. Ed è importante andare fino in fondo. 
Uno dei finanziamenti più discussi riguarda un progetto coordinato dall’Università di Gent, in Belgio, che ha ottenuto 2 milioni di euro per una ricerca dal titolo: Capelli, identità, bellezza e identità personale nel contesto musulmano: paesaggi emotivi e femminilità in evoluzione oltre il velo. L’obiettivo dichiarato è analizzare il ruolo dell’acconciatura e della gestione dei capelli nella vita quotidiana delle donne musulmane. Quale potrebbe essere il senso culturale di simili ricerche?  La sensazione diffusa è che si sia superato il confine tra ricerca e simbolismo ideologico, con iniziative percepite come autoreferenziali e scollegate dalle urgenze reali della società europe
Accanto a questo progetto, l’Unione europea ha stanziato oltre 3 milioni di euro per una serie di iniziative connesse alla lotta contro l’odio antimusulmano. I titoli dei programmi delineano chiaramente il perimetro d’azione: “Alleanze sostenibili contro l’odio antimusulmano”, “Un modello verso una cultura non discriminatoria”, “Segnalazione e documentazione di razzismo antimusulmano”.
In Italia, una parte di questi fondi è confluita in progetti mirati a contrastare quella che viene definita “la sottovalutazione dei discorsi d’odio rivolti alle donne musulmane, attraverso campagne di sensibilizzazione, raccolta dati e attività formative”.
In questo contesto si inseriscono anche finanziamenti ben più consistenti: circa 10 milioni di euro per il progetto noto come “Corano europeo” e altri 17 milioni destinati a iniziative legate all’islam, alla shar’ia, alla cultura e alle tradizioni islamiche, distribuiti su più linee di finanziamento nel quadro dei programmi europei di ricerca e inclusione.
Questo flusso di risorse si inserisce in un contesto economico e politico segnato da crescenti difficoltà per i bilanci nazionali, al punto da sembrare quasi paradossale. Mentre la procedura per deficit eccessivo (PDE) incombe sugli Stati membri come strumento di sorveglianza e disciplina fiscale, limitando la capacità di spesa pubblica e imponendo scelte selettive, in parallelo si moltiplicano le segnalazioni di finanziamenti europei percepiti come distanti dalle urgenze quotidiane di famiglie e imprese: il costo della vita, la competitività industriale, la sicurezza dei territori.
Anche perché, mentre Bruxelles è impegnata al combattere la presunta islamofobia diffusa, sul piano della libertà religiosa globale i dati più recenti restituiscono un quadro drammatico e lontano dalle priorità dell’UE: l’ultimo rapporto di Open Doors segnala che nel 2025 i cristiani perseguitati nel mondo sono 388 milioni, otto milioni in più rispetto all’anno precedente, e che 4.849 persone sono state uccise in odium fidei. Numeri che, pur nella loro gravità, faticano a trovare uno spazio proporzionato nel dibattito pubblico europeo.
E non è tutto qui. Nel perimetro dei programmi europei 2022–2027, un ulteriore capitolo riguarda l’integrazione delle comunità rom. La Commissione europea ha stanziato 2,2 milioni di euro per nove progetti presentati come strategici, basati sull’obiettivo di inclusione sociale e contrasto alla discriminazione. I fondi sono stati distribuiti a una rete di associazioni, in larga parte italiane, incaricate di tradurre l’impianto teorico dell’integrazione in iniziative operative.
Tra questi, 200mila euro sono stati assegnati a un progetto dedicato agli itinerari europei del patrimonio culturale rom. Una quota di 38mila euro è confluita in un’associazione con sede a Lanciano, con l’obiettivo di dare visibilità a concerti, mostre, conferenze e laboratori legati alla cultura rom.
Altri 60mila euro sono stati destinati a un progetto di inclusione attraverso il tennis, presentato come strumento di educazione civica capace di trasmettere valori quali il rispetto delle regole, la lealtà competitiva e la gestione della sconfitta. Secondo i documenti di progetto, tra partecipanti e formatori il numero complessivo supera di poco le sessanta unità, e quindi il costo medio si avvicina ai mille euro per persona.
Il finanziamento più consistente riguarda la salute mentale700mila euro per un programma finalizzato a migliorare l’accesso ai servizi di supporto psicologico per le comunità rom in Romania, Bulgaria e Ungheria. Gli obiettivi includono l’influenza sulle politiche pubbliche nazionali e l’aumento della consapevolezza interna alle comunità.
Segue un progetto da oltre 320mila euro rivolto a giovani rom e non rom per contrastare l’antiziganismo, fenomeno che, secondo indagini europee, rappresenterebbe una delle principali cause di esclusione dalla vita civica e scolastica. Pertanto se i rom in Italia non vanno a scuola, è tutta colpa del razzismo.
Chi sceglie di trasferirsi in Europa — spesso da irregolare — accede già a sistemi di accoglienza che comportano costi rilevanti per le comunità ospitanti. A questo costo, giorno dopo giorno, scopriamo che si aggiunge un’ulteriore auto-tassazione collettiva per finanziare programmi di integrazione che, spesso, sembrano più orientati a soddisfare un bisogno politico di auto-legittimazione che ad altro.
Ci si domanda, allora, fino a che punto l’Unione Europea può continuare a investire miliardi in progetti settoriali, simbolici, inseguendo diritti vari, mentre per i cittadini europei — quelli che finanziano il sistema con il proprio lavoro e le proprie tasse — le risorse sono sempre insufficienti, specie quando si parla di taglio delle tasse. O è solo perché le tasse servono ormai a finanziare tutto questo e poco altro?

26 dicembre 2025

Omelia del Santo Padre Leone XIV - Solennità Natale del Signore 2025

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Sorelle e fratelli carissimi!

«Prorompete insieme in canti di gioia» (Is 52,9), grida il messaggero di pace a chi si trova fra le rovine di una città interamente da ricostruire. Anche se impolverati e feriti, i suoi piedi sono belli – scrive il profeta (cfr Is 52,7) – perché, attraverso strade lunghe e dissestate, hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce. È un nuovo giorno! Anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi.

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). Così Gesù disse ai discepoli, ai quali aveva da poco lavato i piedi, messaggeri di pace che da lì in poi avrebbero dovuto correre attraverso il mondo, senza stancarsi, per rivelare a tutti il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto. Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia. Così, in tutto il mondo, il Natale è per eccellenza una festa di musiche e di canti.

Anche il prologo del quarto Vangelo è un inno e ha per protagonista il Verbo di Dio. Il “verbo” è una parola che agisce. Questa è una caratteristica della Parola di Dio: non è mai senza effetto. A ben vedere, anche molte delle nostre parole producono effetti, a volte indesiderati. Sì, le parole agiscono. Ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte: il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce. «Si fece carne» (Gv 1,14) e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza. «Carne» è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone.

«Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,11). Ecco il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione. Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza. È un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole.

Come scrisse l’amato Papa Francesco, per richiamarci alla gioia del Vangelo: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).

Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci. Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città? Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire.

Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia. Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma. «Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,3). Questo mistero ci interpella dai presepi che abbiamo costruito, ci apre gli occhi su un mondo in cui la Parola risuona ancora, «molte volte e in diversi modi» (cfr Eb 1,1), e ancora ci chiama a conversione.

Certo, il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli. Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono. Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato. Non serviamo una parola prepotente – ne risuonano già dappertutto – ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio.

Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro. In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa. È il rinnovamento che il Concilio Vaticano II ha promosso e che vedremo fiorire solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene. Mondano è il contrario: avere per centro sé stessi. Il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione. Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui. La Vergine Maria è proprio in questo la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace. In lei comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta.

22 novembre 2025

La Theotokos. Quel che s’intende per “Corredentrice”

 


«Quando videro che tu con i Padri la chiamavi Madre di Dio, Seconda Eva e Madre di tutti i viventi, Madre della vita, Stella mattutina, Nuovo Cielo mistico, Scettro dell’Ortodossia, intemerata Madre di santità e altro, avrebbero considerato il fatto che tu non concordassi nel chiamarla Corredentrice una povera compensazione a tale linguaggio…». (Ven. John Henry Cardinal Newman a Pusey)2

Con una punta d’ironia iniziamo quest’opera spiegando ciò che con l’espressione “Maria Corredentrice” non s’intende. L’intento è quello d’evitare iniziali malintesi che posson pregiudicare il termine “Corredentrice”, intendendolo diversamente da come la Chiesa, ossia i Papi, i Santi, i Dottori, i Mistici e i Martiri, l’hanno effettivamente adoperato. Un conto è asserire: «Io non accetto che la Chiesa chiami la Madre di Gesù Corredentrice », ossia rifiutare il titolo a causa di dissensi su quel che la Chiesa intende con esso. È una questione diversa ed intellettualmente ingiusta, invece, affermare che la Chiesa intende qualcosa di diverso da ciò che essa realmente intende quando chiama la Madre di Gesù “Corredentrice”.

Che cosa dunque “Corredentrice” non significa nell’insegnamento della Chiesa Cattolica? Non significa che Maria sia una dea, che sia la quarta persona della Trinità, che possegga una natura divina, che non sia, in qualche modo, una creatura completamente dipendente dal Creatore come tutte le altre creature. Citando uno dei più grandi Santi mariani nella storia della Chiesa, san Luigi Maria Grignion de Montfort, mi unisco a lui e all’intera Chiesa nell’asserire la verità cristiana dell’indiscutibile creaturalità di Maria, la sua totale dipendenza dal Signore dell’Universo e l’oggettiva autonomia di Dio che non ha alcun bisogno della Madre di Gesù per compiere la sua divina volontà:
«Io riconosco con tutta la Chiesa che Maria, non essendo che una semplice creatura uscita dalle mani dell’Altissimo, paragonata alla sua infinita Maestà, è meno di un atomo, o piuttosto è nulla del tutto, perché Egli solo è Colui che è, e quindi questo gran Signore, sempre indipendente e bastante a se stesso, non ebbe e non ha ancora assolutamente bisogno di Maria Santissima per compiere i suoi disegni e manifestare la sua gloria: non ha che da volere per far tutto».3
Tale verità nella dottrina della Chiesa riguardante la Vergine Maria si applica interamente al soggetto di Redenzione. La Chiesa sostiene che la partecipazione di Maria alla Redenzione operata da Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, non era in alcun modo necessaria in senso assoluto. A ciò si aggiunge il fatto che Maria stessa, in quanto creatura e figlia d’Adamo ed Eva nell’umana famiglia, aveva bisogno d’esser preservata dagli effetti del peccato originale e, perciò, dipendeva interamente dal Figlio Redentore per l’eminente forma di Redenzione unicamente a Lei riservata.
Pertanto, qualsiasi idea di Maria Corredentrice la quale suggerisse che la Madre di Gesù è la quarta persona della Trinità o qualche forma di divinità deve esser immediatamente e interamente rigettata come grave eresia contro la Rivelazione cristiana. Un errore così grossolano annebbierebbe le reali questioni teologiche che circondano la dottrina della Corredentrice. Tra queste menzioniamo, ad esempio, la natura e i limiti dell’umana partecipazione ad un’opera divina; il misterioso equilibrio tra la divina Provvidenza e l’umana libertà nell’opera della salvezza; il ruolo della cooperazione umana nella distribuzione individuale delle grazie della Redenzione; il desiderio divino d’aver una donna che partecipasse direttamente alla restaurazione della grazia e dei suoi effetti sulla dignità umana personale, e diverse altre importanti questioni.

Che cosa allora intende la Chiesa quando chiama la Beata Vergine Maria col titolo di “Corredentrice”? Analizziamo anzitutto il significato etimologico del titolo stesso.
Il prefisso “co-” deriva dalla preposizione latina cum, che significa “con” (e non “uguale a”). Benché alcune lingue moderne, come l’inglese, talvolta usino il prefisso “co-” per indicar una connotazione di uguaglianza, il vero significato latino rimane “con”. Anche in inglese, per esempio, il prefisso “co-” è talvolta propriamente usato per significare “con” in un contesto di subordinazione e di dipendenza, come nel caso di “pilota” e “co-pilota”, “Creatore” e “co-creatore” nella teologia del corpo e dell’amore nuziale, e così via.
Nella Parola di Dio rivelata, san Paolo definisce i primi cristiani “collaboratori” di Dio (1 Cor 3,9), dove il significato e il contesto di “co-” non possono in alcun modo denotare uguaglianza. Così anche quando afferma che noi siamo “co-eredi” con Cristo (Rom 8,17) non vuol dire che noi siamo eredi del Cielo allo stesso modo dell’Unigenito Figlio di Dio.
Il verbo latino redimere (o re[d]-emere) significa letteralmente “ricomprare”. Il suffisso latino “-trix” è femminile e denota “una persona che fa qualcosa”. Pertanto, nel suo significato etimologico, il titolo di “Coredentrice” allude alla donna col redentore o, più letteralmente, alla “donna che ricompra con”. In sintesi, dunque, il titolo “Maria Corredentrice”, così com’è usato dalla Chiesa, denota l’unica e attiva partecipazione di Maria, la Madre di Gesù, all’opera della Redenzione compiuta da Gesù Cristo Redentore, vero Dio e vero uomo.
Il titolo di Corredentrice non pone mai Maria ad un livello d’uguaglianza con Cristo, il Signore dell’universo, nell’operar l’umana salvezza. Se erroneamente si considerasse il ruolo della Vergine nella Redenzione come parallelo o uguale a quello del suo divin Figlio, il suo Cuore immacolato, creato per riflettere perfettamente le glorie di suo Figlio,4 ne sarebbe ferito più d’ogni altro.
Il titolo di Corredentrice, invece, indica la partecipazione singolare e ineguagliabile di Maria accanto a Cristo nella restaurazione della grazia per l’umana famiglia.
La Madre del Redentore partecipa, in modo del tutto secondario e subordinato, al riscatto dell’umanità con e al di sotto del suo divin Figlio. Ciò perché solo Gesù Cristo nella sua divinità, sovrano Alpha e Omega, può offrire per i peccati dell’umanità quell’adeguata soddisfazione, necessaria per riconciliare il genere umano con Dio, Padre di tutti gli uomini.
Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è il Redentore dell’Universo. Maria – insegna la Chiesa – è la donna tutta “con il Redentore” che, come nessun’altra creatura, angelo
o santo, partecipa alla di Lui opera salvifica. Ella diede a Gesù il suo corpo e il suo sangue; partecipò con Gesù a tutte le sue sofferenze sulla terra; accompagnò Gesù sulla via del Calvario; si offrì con Gesù sul Golgota in obbedienza al Padre; morì nel suo cuore con Gesù. 

Che cosa dunque intende la Chiesa quando chiama Maria “Corredentrice”? In breve: Maria è “Con Gesù”, dall’Annunciazione al Calvario. Ecco perché san Luigi Grignion de Montfort conclude le sue asserzioni sulla Vergine Madre di Dio affermando positivamente che il suo ruolo nella salvezza, benché non nell’ordine di un’assoluta necessità, sussiste nell’ordine della volontà di Dio perfetta e manifesta:
«Dico però che, supposte le cose come sono, avendo Dio, da quando formò Maria Santissima, voluto cominciare e compiere le sue più grandi opere per mezzo di lei, conviene creder che non muterà sistema nei secoli dei secoli: egli è Dio e non cambia né sentimenti né condotta».5
La questione fondamentale per il cristiano non è: “che cosa è stato così assolutamente necessario perché io possa accettarlo?”, ma piuttosto: “qual è stata la manifesta volontà di Dio perché io possa credervi?”. È stata manifesta volontà di Dio che una donna e una madre fosse direttamente e intensamente coinvolta “con il Redentore” nel riscatto dell’umana famiglia da satana e dagli effetti del peccato. Per questo suo singolare ruolo, che supera tutti gli altri ruoli umani e creaturali, solo la Madre di Gesù ha diritto al titolo di Corredentrice “con Gesù” nell’opera riparatrice dell’umana Redenzione. È un titolo datole dalla Chiesa, che è molto giustamente suo più che di ogni altra creatura, ed è al di sopra del senso con cui anche tutti gli altri cristiani sono chiamati “co-redentori”.6
E ciò perché solo l’Immacolata Madre è stata crocifissa sul Calvario in un’esperienza di sofferenza materna che è quasi al di là dell’umana immaginazione.7
È stata Maria, non la Chiesa, che per prima diede alla luce il Redentore. È il frutto della sofferenza di Maria, con e subordinatamente al Redentore, che portò alla nascita spirituale della Chiesa sul Calvario (cf. Gv 19,25-27). È proprio questa mistica nascita dalla Nuova Eva, la nuova “Madre dei viventi”8, che ci rende atti a divenir corredentori nella misteriosa e salvifica distribuzione di grazia che sgorga dal Calvario.
La persona storica di Maria, la Vergine di Nazaret, attraverso la sua costante cooperazione “con Gesù” nell’opera della Redenzione, diviene, per usar le parole di Giovanni Paolo II, la “Corredentrice dell’umanità”.9
Forse anche le parole di uno studioso anglicano di Oxford, che qui segue le orme di un’altra esimia personalità della medesima provenienza, il venerabile cardinal Newman, ci spinge verso nuovi orizzonti del titolo di Corredentrice, nonché verso una più profonda spiegazione di esso nell’ambito della rivelazione cristiana:
«La questione non può esser risolta evidenziando i pericoli che nascono dall’esagerazione e dall’abuso, o appellandosi a testi isolati della Scrittura, come 1 Tm 2,5, o sulla base delle mutevoli tendenze della teologia e della spiritualità, o col desiderio di non offender i propri interlocutori nel dialogo ecumenico. Entusiastici sbadati possono aver elevato Maria a una posizione di virtuale uguaglianza con Cristo, ma tale aberrazione non è una necessaria conseguenza del fatto che ci può esser una verità che si tenta di esprimere con parole come mediatrice e corredentrice. Tutti i ragionevoli teologi dovrebbero convenire che il ruolo corredentivo di Maria è subordinato e ausiliare al ruolo centrale di Cristo. E se Ella ha tale ruolo, più lo comprendiamo meglio è. È una questione di speculazione teologica. E, come altre dottrine riguardanti Maria, non si tratta solo di dire qualcosa di lei, ma si tratta di qualcosa a più vasto raggio, che riguarda l’intera Chiesa o anche l’intera umanità».10
 

NOTE

2 VEN. CARDINAL J. NEWMAN, Certain Difficulties Felt by Anglicans in Catholic Teaching Considered, vol. 2, In a Letter Addressed to the Rev. E. B. Pusey, D. D., On Occasion of His Eirenicon of 1864, Longman’s, Green and Co., 1891, vol. 2, p. 78.
3 SAN L. M. GRIGNION DE MONTFORT, Trattato della vera devozione a Maria, cap. I, n. 14.
4 Per esempio, Lc 1,46: «L’anima mia magnifica il Signore» e Gv 2,5: «Fate quello che egli vi dirà».
5 SAN L. M. GRIGNION DE MONTFORT, ivi, n. 15.
6 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Discorso agli ammalati dell’Ospedale Fatebenefratelli di san Giovanni di Dio, 5 aprile 1981, L’Osservatore Romano, 6-7 aprile 1981, p. 2; Udienza generale, 13 gennaio 1982, Insegnamenti V/1, 1982, 91; Allocuzione ai Vescovi dell’Uruguay, Montevideo, 8 maggio 1988, L’Osservatore Romano, 10 maggio 1988, p. 5; cf. PIO XI Allocuzione papale a Vicenza, 30 novembre 1933.
7 GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Salvifici Doloris, 11 febbraio 1984, n. 25; AAS76,1984, p. 214.
8 Cf. Gn 3,20.
Cf. PIO XI, Allocuzione papale a Vicenza; GIOVANNI PAOLO II, Udienza generale, 8 settembre 1982; Insegnamenti V/3, 1982, 404.
10 J. MACQUARRIE, “Mary Co-redemptrix and Disputes Over Justification and Grace: An Anglican View”, Mary Coredemptrix: Doctrinal Issues Today, Queenship 2002, p. 140 (la traduzione è nostra).

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Dal libro di Mark Miravalle, “CON GESÙ”. La storia di Maria Corredentrice. Prefazione del Cardinal Edouard Gagnon, PSS, Casa Mariana Editrice, Frigento 2003, pp. 11-18.

LA THEOTOKOS

27 ottobre 2025

"Gli uomini, lasciata la relazione naturale con la donna, si sono accesi nella loro libidine gli uni verso gli altri"

Dalla Lettera di San Paolo ai Romani

"Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità nelle concupiscenze dei loro cuori, sì da vituperare i loro corpi tra loro stessi. Essi che hanno cambiato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura, al posto del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami, poiché anche le loro donne hanno mutato la relazione naturale in quella che è contro natura. Nello stesso modo gli uomini, lasciata la relazione naturale con la donna, si sono accesi nella loro libidine gli uni verso gli altri, commettendo atti indecenti uomini con uomini, ricevendo in se stessi la ricompensa dovuta al loro traviamento. E siccome non ritennero opportuno conoscere Dio, Dio li ha abbandonati ad una mente perversa, da far cose sconvenienti, essendo ripieni d’ogni ingiustizia, fornicazione, malvagità, cupidigia, malizia; pieni d’invidia, omicidio, contesa, frode, malignità, ingannatori, maldicenti, nemici di Dio, ingiuriosi, superbi, vanagloriosi, ideatori di cose malvagie, disubbidienti ai genitori, senza intendimento, senza affidamento, senza affetto naturale, implacabili, spietati. Or essi, pur avendo riconosciuto il decreto di Dio secondo cui quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non solo le fanno, ma approvano anche coloro che le commettono"

(Romani 1.24-32)




Da vescovo, cosa penso del Documento di sintesi del Sinodo

Il punto di vista chiaro e deciso del vescovo mons. Antonio Suetta sul Documento finale votato dalla CEI. Testo criticato per i contenuti ambigui e il linguaggio utilizzato.

*vescovo di Ventimiglia-San Remo

Torniamo sul controverso Documento del Sinodo di cui abbiamo parlato ieri.

Lo facciamo pubblicando integralmente la dichiarazione che S.E. mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia–San Remo, ha gentilmente inviato a UCCR.

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Il documento di sintesi del Cammino Sinodale, “Lievito di Pace e di Speranza” è stato approvato dalla terza Assemblea Sinodale delle Chiese in Italia.

Pur tenendo conto dello scalpore che ha suscitato per alcune proposizioni approvate (soprattutto circa il riconoscimento e l’accoglienza di persone omoaffettive e transgender e il supporto che sarebbe da concedere a giornate e iniziative contro l”omotrasfobia), va collocato nel suo effettivo ed oggettivo contesto.

 

Il Documento non è pronunciamento della CEI

Si tratta di una consultazione di fedeli (e non) promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana con uno stile sinodale.

Non è formalmente un Sinodo, né un pronunciamento della stessa CEI, nonostante nelle Assemblee che si sono succedute fossero presenti anche numerosi Vescovi.

Va anche notato che, nonostante l’intento di aprire al maggior numero possibile di persone coinvolte nel cammino sinodale, le statistiche restituiscono che, a tutti i livelli del percorso, i partecipanti rappresentano comunque una porzione minoritaria rispetto ai fedeli che sono in Italia.

Il testo approvato che ne viene fuori registra purtroppo tendenze e visioni di Chiesa e di dottrina, che, a mio parere, sono tutte da verificare e rettificare alla luce della Dottrina Cattolica, contenuta, ad esempio nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nel Magistero costante e ininterrotto sulle tematiche oggi dibattute.

La prossima Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana riceverà questo Documento e ne farà oggetto di riflessione, dibattito ed eventualmente di orientamenti pastorali.

Anche su questo punto è bene precisare che non è competenza delle Conferenze Episcopali intervenire sulla Dottrina se non per promuoverne sviluppi e applicazioni pastorali nel segno della fedeltà al Magistero e della comunione della fede cattolica.

 

Linguaggio e contenuti lontani da morale cattolica

Nel merito della questione più specifica ritengo che, a fronte della giusta esigenza di sostenere l’accompagnamento spirituale e pastorale delle persone omosessuali e delle buone intenzioni espresse in questo documento, la terminologia adottata e le soluzioni proposte siano lontane dalla giusta prospettiva ecclesiale.

Sono convinto che in un documento ecclesiastico non si debbano introdurre termini tipicamente e ideologicamente connotati come “riconoscimento” (nell’ambito specifico delle rivendicazioni dei movimenti omosessualisti e cosiddetti arcobaleno) e transgender, vocabolo di assoluto marchio ideologico per quanto riguarda la teoria del gender, che vorrebbe promuovere diritti delle persone omosessuali in ordine al Matrimonio, alla famiglia, alla procreazione e all’adozione dei figli.

Faccio notare che, dal punto di vista della morale cattolica, non si può accettare questa parola perché la dottrina cattolica non riconosce quanto la ideologia gender sostiene, cioè la possibilità di cambiamento di genere in dipendenza di un’auto percezione o di volontà a prescindere dal dato biologico della nascita. Per casi patologici conclamati si tratta piuttosto di persone disforiche.

 

Si accolgono le persone, non le ideologie

Affermare poi che le persone omosessuali abbiano un diritto all’intimità sessuale contraddice con quanto insegnato perennemente dal Magistero e dal Catechismo della Chiesa Cattolica.

Va da sé che tale insegnamento, proposto a tutti, vincola i fedeli, e che dunque è legittimo dialogare con ambiti della società civile per quanto concerne l’impegno politico del cristiano ed il necessario dialogo e confronto culturale, ma ciò va fatto sempre senza rinunciare o sminuire il valore della morale cattolica.

A mio avviso la debolezza e la negatività di tali passaggi nel Documento stanno nel non aver debitamente e sufficientemente distinto l’accoglienza personale pastorale e l’accompagnamento spirituale delle singole persone, anche omosessuali naturalmente, e la doverosa distanza con tutte le forme organizzate di promozione della ideologia omosessualista e gender, come efficacemente Papa Francesco evidenziava: si accolgono le persone e non le organizzazioni o le ideologie.

Mi sembra utile, per concludere, citare una chiara espressione di Papa Francesco, pronunciata il 21 marzo 2025 durante un incontro con i giovani sul lungomare Caracciolo di Napoli: “La teoria del gender è uno sbaglio della mente umana che crea tanta confusione”.

Autore

S.E. mons. Antonio Suetta