14 agosto 2026

San Massimiliano Maria Kolbe: Il Santo che morì perché un altro vivesse



Una vita donata per amore

Alle 12.50 del 14 agosto 1941, vigilia della Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, moriva Padre Massimiliano Maria Kolbe. La notizia della sua passione e morte oltrepassò immediatamente il reticolato di Auschwitz.

La sua prima biografia fu scritta già nel 1943. Sarà beatificato come Confessore della fede da San Paolo VI il 17 ottobre 1971 e canonizzato come Martire da San Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1982.

Ad Auschwitz, su un bassorilievo, all’ingresso del blocco 11 è scritto “Homo homini”: “Un uomo per un altro uomo”. In memoria di un uomo che è stato più forte della morte, offrendo la propria vita in cambio di quella di un altro condannato. È per questo che, all’unisono con Jean Guitton, possiamo definirlo “il più grande santo del Novecento”.

Ma chi era – al secolo – Raimondo Kolbe? Nasce in Polonia l’8 gennaio 1894, a Zdunska-Wola presso Lòdz. Vivace ed intelligente, fin da bambino si sente attratto a seguire il Signore e ad amare l’Immacolata.
Il 4 novembre 1910 inizia il noviziato nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e prende il nome di Massimiliano. Il 10 novembre 1912 è a Roma per iniziare gli studi alla Gregoriana. Il 16 ottobre 1917, con sei confratelli, fonda la "Milizia dell’Immacolata", un’associazione di apostolato mariano. Il 28 aprile 1918 viene ordinato sacerdote nella chiesa S. Andrea della Valle.

Terminati gli studi ritorna in Polonia. Qui inizia la sua attività apostolica, dedicandosi alla diffusione di giornali e riviste di formazione cristiana, tra cui il “Cavaliere dell’Immacolata”. Nel 1927 fonda Niepokalanòw (“Città dell’Immacolata”), un convento-editoria interamente consacrato alla Vergine. Nel 1930 parte per il Giappone dove, imparando da autodidatta la lingua locale, fonda un altro convento con tipografia: Mugenzai no Sono (“Giardino dell’Immacolata”), presso Nagasaki. Nel 1936 rientra in Polonia e si dedica allo sviluppo di Niepokalanòw.

Durante l’occupazione nazista, padre Kolbe subisce una persecuzione sempre più accanita, finché il 28 maggio 1941 viene internato nel campo di concentramento di Auschwitz. Qui gli venne tatuato sul braccio il numero 16670. Qualche mese dopo, come punizione per l’evasione di un prigioniero, dieci uomini del suo blocco vengono scelti per una morte atroce: il bunker della fame. “Sono un sacerdote cattolico polacco. Voglio morire al posto di questo prigioniero”. Con queste parole padre Massimiliano offre la sua vita al posto di Francesco Gajowniczek, che molti anni dopo assisterà alla sua canonizzazione.

Padre Massimiliano trasforma il terribile bunker in una cappella, dove risuonano continuamente canti e preghiere, accompagnando i suoi compagni di sventura ad una morte serena.
Quando l’SS entra nella cella per finirlo con un’iniezione letale, lo trova seduto, con gli occhi aperti, il volto pulito e sereno, raggiante. Il suo corpo venne consumato dalle fiamme dei forni crematori. Ma quelle fiamme non riuscirono a consumare la sua fede, anzi la alimentarono. Padre Kolbe infatti non smise mai di ripetere, sempre e a tutti, fino all’ultimo istante: «Solo l’Amore crea!». 


13 agosto 2026

Come vivere la confessione? I 4 consigli di Don Oreste Benzi

ATTENZIONE! Nei social sono proposti dei video dove sacerdoti cattolici fanno credere che non serve confessarsi dinanzi al sacerdote, ci si può pentire dinanzi a Dio. 

ATTENZIONE! SONO DEI FALSI CREATI CON L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Come anche falso il loro voler far credere che nella Bibbia non c'è nulla riguardo la confessione ad un sacerdote ma è solo una invenzione della Chiesa cattolica.

Come riportato nel Vangelo secondo S.Giovanni, Gesù Risorto è stato molto chiaro con gli Apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». Gv. 20,22-2

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Spesso ci si domanda a che serva confessarsi con il sacerdote se vi è la possibilità di rivolgersi direttamente a Dio e chiedere perdono direttamente a Lui. Un grande confessore – Don Oreste Benzi – ci spiega perché “conviene” confessarsi da un sacerdote

Spesso ci si domanda a che serva confessarsi con il sacerdote se vi è la possibilità di rivolgersi direttamente a Dio e chiedere perdono direttamente a Lui. Questo porta le persone a non confessarsi con regolarità, nonostante la confessione apporti molteplici benefici, anche psico-fisici.

Secondo quando riportato dal sito “Sempre News”, il peccato è ciò che separa da Dio e questo comporta l’allontanamento non solo da Lui ma disturba anche il rapporto con gli altri, generando malessere generale. 

Il malessere del peccato

Commettere peccato fa male non solo agli altri, ma anche a noi stessi. Gesù, attraverso la rimessione dei peccati, ha risposto a questo bisogno struggente di riconciliazione con Dio e con il prossimo.

Spesso si prova resistenza alla confessione con il sacerdote, eppure la si supera rendendosi conto di ciò che veramente è colui al quale confessi i tuoi peccati: non è il semplice sacerdote, ma è la mano che Dio ti tende, è un cuore che, piangendo i peccati altrui, piange anche i propri, è colui che ti ricongiunge con Dio che tu vuoi incontrare.

Confessarsi direttamente con Dio 

Confessarsi autonomamente con Dio non è una scelta giusta, perché non risponde al bisogno di unione con l’umanità e comporta un allontanamento dai fratelli che verrebbero scartati e eliminati dalla propria vita. Invece, la confessione aumenta la partecipazione alla vita divina che è stata data nel Battesimo, ridonandola nel peccato.

La confessione come guarigione

Quando l’uomo si ammala nello spirito, se ha il malessere dell’anima la deve curare in modo corretto. Il sacerdote, in questo caso, è come se fosse un medico a cui bisogna rivolgersi per aprire il proprio cuore. Infatti, proprio attraverso lui, Dio agisce consegnando il giusto medicinale per la conversione, guarigione e santificazione.

Come vivere la confessione

Ecco quattro consigli di Don Oreste Benzi su come vivere meglio il momento della confessione:

1. Chiediti se sei veramente pentito dei peccati grandi, quelli che, come dice la parola di Dio, conducono alla morte. Se non hai tali peccati, chiediti se sei veramente pentito dei peccati veniali che confessi, almeno di uno.

2. Applica la prescrizione che ti dà il sacerdote. Se la prescrizione risulta inefficace, discutine con il confessore.

3. Ogni volta che ti confessi, precisati qualche cambiamento, anche minimo, che vuoi realizzare. Il cambiamento sarà il segno che ti sei confessato bene.

4. Stabilisci ogni quanto tempo ti fa bene andare dal confessore, scegli con precisione il tempo e mantienilo. Anche se ti sembra di non avere peccati, va’ lo stesso, perché il sacramento ti darà la grazia per andare avanti.

La Pietra Scartata

9 agosto 2026

Edith Stein, dall'ateismo al martirio ad Auschwitz

Santa Edith Stein, chi era la filosofa ebrea atea
che si convertì e fu uccisa ad Auschwitz




Santa Teresa Benedetta della Croce fu secondo Giovanni Paolo II «una personalità che portò nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo». Tedesca di famiglia ebrea, a 14 anni abbandona l’ebraismo e diviene atea. Studia filosofia con Husserl. Nel 1921 si converte al cattolicesimo e nel ’33 entra al Carmelo di Colonia. Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio dove muore nella camera a gas. Wojtyla nel 1999 l’ha proclamata compatrona d’Europa

Edith Stein nasce a Breslavia, capitale della Slesia prussiana, il 12 ottobre 1891, da una famiglia ebrea di ceppo tedesco. Allevata nei valori della religione israelitica, a 14 anni abbandona la fede dei padri divenendo atea. Studia filosofia a Gottinga, diventando discepola di Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica. Ha fama di brillante filosofa. Nel 1921 si converte al cattolicesimo, ricevendo il Battesimo nel 1922. Insegna per otto anni a Speyer (dal 1923 al 1931). Nel 1932 viene chiamata a insegnare all’Istituto pedagogico di Münster, in Westfalia, ma la sua attività viene sospesa dopo circa un anno a causa delle leggi razziali. Nel 1933, assecondando un desiderio lungamente accarezzato, entra come postulante al Carmelo di Colonia. Assume il nome religioso di suor Teresa Benedetta della Croce. Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas. Nel 1987 viene proclamata Beata, è canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998. Nel 1999 viene dichiarata, con S. Brigida di Svezia e S. Caterina da Siena, compatrona dell’Europa.

Di lei resta un pugno (simbolico) di cenere

Un pugnetto di cenere e di terra scura passata dal fuoco dei forni crematori di Auschwitz: è ciò che oggi rimane di S. Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein; ma in maniera simbolica, perché di lei effettivamente non c’è più nulla. Un ricordo di tutti quegli innocenti sterminati, e furono milioni, nei lager nazisti. Questo piccolo pugno di polvere si trova sotto il pavimento della chiesa parrocchiale di San Michele, a nord di Breslavia, oggi Wroclaw, a pochi passi da quel grigio palazzetto anonimo, in ulica (via) San Michele 38, che fu per tanti anni la casa della famiglia Stein. I luoghi della tormentata giovinezza di Edith, del suo dolore e del suo distacco. Sulla parete chiara della chiesa, ricostruita dopo la guerra e affidata ai salesiani, c’è un arco in cui vi è inciso il suo nome. Nella cappella, all’inizio della navata sinistra, si alzano due blocchi di marmo bianco: uno ha la forma di un grande libro aperto, a simboleggiare i suoi studi di filosofia; l’altro riproduce un grosso numero di fogli ammucchiati l’uno sopra l’altro, a ricordare i suoi scritti, la sua produzione teologica.

Da atea a monaca carmelitana e martire

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la sua vicenda è balzata via via all’attenzione della comunità internazionale, rivelando la sua grande statura, non solo filosofica ma anche religiosa, e il suo originale cammino di santità: era stata una filosofa della scuola fenomenologica di Husserl, una femminista ante litteram, teologa e mistica, autrice di opere di profonda spiritualità, ebrea e agnostica, monaca e martire; “una personalità – ha detto di lei Giovanni Paolo II – che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo”.

La spiritualità mariana

C’è in realtà un “filo mariano” che si dipana in tutta l’esperienza umana e spirituale di questa martire carmelitana. A cominciare da una data precisa, il 1917. In Italia è l’anno della disfatta di Caporetto, in Russia della rivoluzione bolscevica. Per Edith il 1917 è invece l’anno chiave del suo processo di conversione. L’anno del passo lento di Dio. Mentre lei, ebrea agnostica e intellettuale in crisi, brancola nel buio, non risolvendosi ancora a “decidere per Dio”, a molti chilometri dall’università di Friburgo dov’è assistente alla cattedra di Husserl, nella Città Eterna, il francescano polacco Massimiliano Kolbe con un manipolo di confratelli fondava la Milizia dell’Immacolata, un movimento spirituale che nel suo forte impulso missionario, sotto il vessillo di Maria, avrebbe raggiunto negli anni a venire il mondo intero per consacrare all’Immacolata il maggior numero possibile di anime. Del resto – e come dimenticarlo? – quello stesso 1917 è pure l’anno delle apparizioni della Madonna ai pastorelli di Fatima. Un filo mariano intreccia misteriosamente le vite dei singoli esseri umani stendendo la sua trama segreta sul mondo.

L'influenza (decisiva) di Santa Teresa d’Avila

Decisiva per la conversione della Stein al cattolicesimo fu la vita di santa Teresa d’Avila letta in una notte d’estate. Era il 1921, Edith era sola nella casa di campagna di alcuni amici, i coniugi Conrad-Martius, che si erano assentati brevemente lasciandole le chiavi della biblioteca. Era già notte inoltrata, ma lei non riusciva a dormire. Racconta: "Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo "Vita di santa Teresa narrata da lei stessa". Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità". Aveva cercato a lungo la verità e l’aveva trovata nel mistero della Croce; aveva scoperto che la verità non è un’idea, un concetto, ma una persona, anzi la Persona per eccellenza. Così la giovane filosofa ebrea, la brillante assistente di Husserl, nel gennaio del 1922 riceveva il Battesimo nella Chiesa cattolica. Edith poi, una volta convertita al cattolicesimo, è attratta fin da subito dal Carmelo, un Ordine contemplativo sorto nel XII secolo in Palestina, vero “giardino” di vita cristiana (la parola karmel significa difatti “giardino”) tutto orientato verso la devozione specifica a Maria, come segno di obbedienza assoluta a Dio.   Il 21 aprile 1938 suor Teresa Benedetta della Croce emette la professione perpetua. Fino al 1938 gli ebrei potevano ancora espatriare, in America perlopiù o in Palestina, poi invece – dopo l’incendio di tutte le sinagoghe nelle città tedesche nella notte fra il 9 e il 10 novembre, passata alla storia come "la notte dei cristalli" – occorrevano inviti, permessi, tutte le carte in regola; era molto difficile andare via. In Germania era già cominciata la caccia aperta al giudeo. La presenza di Edith al Carmelo di Colonia rappresenta un pericolo per l’intera comunità: nei libri della famigerata polizia hitleriana, infatti, suor Teresa Benedetta è registrata come "non ariana". Le sue superiori decidono allora di farla espatriare in Olanda, a Echt, dove le carmelitane hanno un convento. Prima di lasciare precipitosamente la Germania, il 31 dicembre del 1938, nel cuore della notte, suor Teresa chiede di fermarsi qualche minuto nella chiesa “Maria della Pace”, per inginocchiarsi ai piedi della Vergine e domandare la sua materna protezione nell’avventurosa fuga verso il Carmelo di Echt. “Ella – aveva detto – può formare a propria immagine coloro che le appartengono”. “E chi sta sotto la protezione di Maria – lei concludeva –, è ben custodito.”

La deportazione e la morte nel campo nazista di Auschwitz

L’anno 1942 segnò l’inizio delle deportazioni di massa verso l’est, attuate in modo sistematico per dare compimento a quella che era stata definita come la Endlösung, ovvero la "soluzione finale" del problema ebraico. Neppure l’Olanda è più sicura per Edith. Il pomeriggio del 2 agosto due agenti della Gestapo bussarono al portone del Carmelo di Echt per prelevare suor Stein insieme alla sorella Rosa. Destinazione: il campo di smistamento di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Da qui, il 7 agosto venne trasferita con altri prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau. Il 9 agosto, con gli altri deportati, fra cui anche la sorella Rosa, varcò la soglia della camera a gas, suggellando la propria vita col martirio: non aveva ancora compiuto cinquantuno anni.


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8 agosto 2026

XIX Domenica del Tempo Ordinario commento al vangelo di Don Fabio Rosini

Nel Vangelo di questa Domenica, Gesù invita  i suoi ad avere fiducia in Lui.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. 

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». 

Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».


6 agosto 2026

Festa della Trasfigurazione del Signore – La Gloria di Cristo Rivelata sul Monte Tabor

Ogni anno, il 6 agosto, la Chiesa celebra la Festa della Trasfigurazione del Signore, commemorando il momento in cui Gesù Cristo manifestò la Sua gloria divina davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni sul Monte Tabor. Questo straordinario evento rafforza la nostra fede, anticipa la gloria della Risurrezione e ci invita ad ascoltare le parole del Padre: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!»In questo video scoprirai il significato spirituale di questa grande festa, il suo fondamento biblico e perché continua a essere una delle celebrazioni più importanti del calendario cristiano.



4 agosto 2026

San Giovanni Maria Vianney: Il Confessore che leggeva nelle anime

🙏 La straordinaria storia di San Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato d'Ars che trasformò innumerevoli vite attraverso la preghiera, il sacrificio e il Sacramento della Riconciliazione. 

⛪ Un tempo ritenuto troppo debole negli studi per diventare sacerdote, divenne uno dei più grandi confessori della storia della Chiesa, riportando migliaia di anime a Dio con la sua compassione e la sua santità. 

✨ Che la sua testimonianza ci ispiri a confidare nella chiamata di Dio, ad accogliere la Sua misericordia e a ricercare la santità nella vita di ogni giorno.



29 luglio 2026

San Lazzaro di Betania: l’uomo che Gesù chiamò fuori dal sepolcro

Attraverso l’amicizia, la sofferenza, il dolore e il ritorno alla vita, la sua storia ci rivela che Cristo non dimentica mai coloro che ama. Anche quando la speranza sembra sepolta e Dio pare rimanere in silenzio, la Sua potenza salvifica continua ad agire. 🙏 La testimonianza di san Lazzaro rafforzi la nostra fede, consoli coloro che sono nel lutto e ci ricordi che, in Cristo, la morte non ha mai l’ultima parola. ✨



 

28 luglio 2026

Zichichi: grande scienziato, grande credente


«…In un certo Paese, che adesso non sto a dire quale, una televisione di quel Paese mi chiese perché io privilegiassi la religione cattolica.

Dico: per un motivo. Non perché sono nato cattolico, no. Io dico che in casa cattolica è nata la scienza, e su questo non c’è nulla da discutere.

E la scienza e il cattolicesimo, tra tutte le religioni, sono quelli che più profondamente hanno studiato la sfera trascendentale della nostra esistenza, portandoci a concludere che la più grande conquista della ragione nella trascendenza è la fede.

La più grande conquista della ragione nell’immanente è la scienza. Non sono conquiste banali.

Nella cultura atea siamo creduloni. “Se tu sapessi quello che so io di matematica, non potresti essere credente”, dice il signor ateo numero X.

Oppure: “Se tu sapessi quanta scienza so io, non potresti fare il credulone”.

I credenti sono creduloni secondo la cultura atea.
Io dico: riflettete un pochino, cari miei amici. I creduloni siete voi. E in che cosa credete? Nel nulla.

Perché, siccome la scienza scopre che esiste una logica rigorosa che regge il mondo, dalle sue strutture più intime e più piccole – come la struttura del protone, che io ho studiato – allora nessuno può aprire bocca più di me, perché ognuno parla delle cose che sa fare.

Ai confini del cosmo è tutto retto da una logica.
Se c’è una logica rigorosa, è legittimo chiedersi: ci sarà un autore di questa logica?

Io dico: ma è ovvio che la logica non può nascere dal nulla, non nasce dal caos.

“E dimostramelo”, dicono.

Ci sono persone che lavorano su questo da diversi decenni. Li conosco, li rispetto, perché stanno zitti. Io dico loro: perdete tempo, non arriverete mai a concludere nulla.

E più noi capiamo cose, peggio è per loro, perché non sono ancora riusciti, da una realtà caotica – che si può descrivere in modo molto difficile, ma si può descrivere – a tirare fuori nulla di quello che noi abbiamo scoperto.

Non c’è una parte minima della logica scientifica che possa essere ricavata da una realtà caotica.

Eppure andate in qualche biblioteca e leggete libri intitolati Il caos. Siamo figli del caos.

Enrico Fermi diceva ai suoi allievi: “Ragazzi, state attenti. Quando avete un libro in mano, dovete vedere chi è l’autore. Se l’autore non ha mai scoperto né inventato nulla, lasciate perdere quel libro: perdete tempo, vi confonde le idee, perché non sa di cosa parla. Lui parla per sentito dire”.

Io parlo di scienza, ma questo discorso vale in tutti i campi.

Com’è possibile scrivere libri sul caos se nessuno sa tirar fuori nulla che possa condurre alle leggi fondamentali della natura?

Leggi fondamentali che non sono state scoperte dalla cultura atea, perché se le leggi fondamentali fossero state scoperte dalla cultura atea, io dovrei stare zitto. Non potrei dire “bau”.

Le leggi fondamentali sono state scoperte da un uomo che cercava nelle pietre le impronte del Creatore: Galileo Galilei.

Io ho scritto un libro su Galilei, Divino Galileo, in cui cito esattamente cento citazioni galileiane per ristabilire la verità su questo grande imbroglio culturale che è andato avanti per quattro secoli…»


Estratto di una conferenza di Antonio Zichichi

VIII Domenica Tempo ordinario Commento al Vangelo della Domenica a cura di don Fabio Rosini

Nel Vangelo di questa Domenica Gesù ha compassione del popolo affamato e invita i suoi discepoli a prendersene cura.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 13-21)

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 

Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 

Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.



RADICI: la Chiesa nasce da Israele


"Ti benedica il Signore e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace.”
(Numeri 6,24-26)

In questi tempi in cui l’antisemitismo sembra riemergere con forza, vale la pena fermarsi su una verità spesso dimenticata: la Chiesa nasce da Israele.

Il cristianesimo non è nato contro l’ebraismo, ma dentro di esso. Gesù era ebreo. Gli apostoli erano ebrei. Le Scritture che i cristiani chiamano Antico Testamento sono le Scritture di Israele. Le radici della fede cristiana affondano proprio lì.

Il cristianesimo si comprende come il COMPIMENTO (non sostituzione) dell’antica promessa fatta a Israele. Le attese messianiche e l’alleanza trovano in CRISTO la loro pienezza.
Non si tratta di una rottura, ma di una storia che giunge al suo compimento, come un seme che diventa albero.

La salvezza, secondo la fede cristiana, resta così aperta a tutti. Ogni ebreo, come ogni uomo, è chiamato alla possibilità della salvezza nella fede in Cristo, centro della speranza cristiana e proposta universale rivolta a tutti, senza esclusioni.

Per questo, ogni forma di antisemitismo non è solo ingiusta e pericolosa: è anche una contraddizione profonda per chi si dice cristiano. Non si possono disprezzare le proprie radici senza mettere in discussione la propria identità.

È importante anche evitare una confusione frequente: le scelte politiche dello Stato di Israele non coincidono automaticamente con ciò che pensa il popolo ebraico. Come ogni popolo, anche quello ebraico è plurale, attraversato da sensibilità e posizioni diverse. Questo non significa giustificare comportamenti che devono essere ritenuti inaccettabili, ma ricordare che non possono essere attribuiti a un intero popolo o a una tradizione religiosa millenaria.

In un tempo segnato da tensioni e semplificazioni, forse serve tornare all’essenziale: la memoria delle radici invita al rispetto e alla responsabilità.

Perché dove si dimenticano le radici, spesso cresce l’odio.
E dove si riconoscono, può ancora nascere il dialogo.

 Nazaret.net