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Basti qui ricordare che, quando morì il padre Luigi, Maria aiutò la madre, Assunta, nelle faccende domestiche e nella cura dei suoi cinque fratelli; e preferiva mangiare gli avanzi per poter sfamare gli altri. Degno di nota, inoltre, è lo stile di vita e l’atteggiamento che la giovane aveva di fronte alle circostanze della vita. Arrivava per esempio ad incoraggiare la madre ad affrontare con fiducia le difficoltà («tutto ciò di cui abbiamo bisogno è che il Signore ci conceda la salute. La Provvidenza ci aiuterà») ed aveva un istintivo rifiuto per tutto ciò che poteva abbruttire l’anima; una volta, per dire, manifestò così la sua indignazione dopo aver sentito un giovane e una delle sue compagne scambiarsi parole oscene: «Se mai dovessi parlare in questo modo, preferirei morire».
La figura di santa Maria Goretti, dunque, è luminosa sotto ogni punto di vista anche al di là del suo martirio, che comunque ha cambiato per sempre, tra le altre, la vita del suo carnefice, dato che Serenelli trascorrerà i suoi ultimi anni di vita nel convento dei Cappuccini di Macerata, diventando anche terziario francescano. Di tutto questo e molto altro sembrano non tenere conto tre teologhe tedesche - Ute Leimgruber, Philippa Haase e Judith König -, le quali hanno pensato bene, proprio in questo giorno, di firmare sul portale Katholisch.de un lungo articolo intitolato Maria Goretti als Märtyrerin der Reinheit? Zeit für eine Intervention, traducibile come «Maria Goretti, martire della purezza? È tempo di ripensare questa interpretazione».
In estrema sintesi, la tesi delle tre è che l’idea di Maria Goretti come «martire della purezza» non sia più sostenibile e, anzi, sia problematica per le donne e le ragazze di oggi. Questo perché, secondo Haase e colleghe, la narrazione gorettiana sposterebbe la responsabilità della violenza dal carnefice alla vittima. Presentare la difesa della «purezza» fino alla morte come un ideale – secondo queste studiose - suggerisce che le donne siano le «custodi» della propria integrità sessuale, mentre la sessualità maschile viene vista come una forza incontrollabile e, in definitiva, senza vera responsabilità. Inoltre, la santità dell’undicenne sarebbe pericolosa perché veicolerebbe il messaggio tale per cui sia meglio morire, pur di difendere la propria verginità.
Ancora, Maria Goretti sarebbe un modello che ferirebbe le vittime di abusi, perché proporre una santa che ha resistito fino alla morte creerebbe un confronto doloroso che genera profondi sensi di colpa e vergogna in chi è sopravvissuta alla violenza, portandola a chiedersi perché non abbia agito allo stesso modo. Dulcis in fundo, la venerazione di Maria Goretti spesso rifletterebbe i cosiddetti «miti dello stupro», dove il corpo femminile - anche quello di una bambina di undici anni - viene visto come una tentazione per l'uomo, giustificando implicitamente l'aggressione come una reazione «naturale». Ora, com’è evidente le tre teologhe tedesche fanno molta e grave confusione su parecchi aspetti.
In primo luogo, esse considerano Maria Goretti “solo” per la sua tragica fine mentre invece, come si ricordava in apertura, la giovane santa ha dato prova, appunto, della sua santità anche su molti altri aspetti. In seconda battuta, non solo l’esempio gorettiano ma quello di ogni santo – a ben vedere – segna un abisso tra l’uomo mediamente inteso e chi riesce a vivere con radicalità il Vangelo. Il punto è che, ragionando come Haase e colleghe, dovremmo abolire ogni modello di santità (e magari, già che ci siamo, lo stesso concetto di peccato) per evitare i presunti «sensi di colpa» di chi non riesce a vivere come Dio comanda. Ancora, le tre teologhe tedesche forse non hanno un problema con santa Maria Goretti ma con il cristianesimo.
L’esempio gorettiano, infatti, nella storia è stato preceduto ma anche seguito da quello – del tutto simile - di diverse altre donne. Basti pensare alla vicenda della spagnola Marta Obregón (1969-1992) la quale – la notte del 21 gennaio 1992, mentre rientrava a casa dopo aver pregato davanti al Santissimo – fu rapita e aggredita mortalmente; la giovane, anche in quel caso, difese la sua castità e si prese 14 coltellate: lo stesso numero di quelle inferte a santa Maria Goretti. Anche Marta Obregón è quindi espressione e parte di una «categoria non più sostenibile», per dirla secondo le tre teologhe tedesche? Sarebbe davvero interessante capirlo. Intanto, possiamo concludere come la loro critica paia estremamente fragile e ideologica.
Non si può definire diversamente uno sguardo ad una santa filtrato da una prospettiva che pare più femminista che cristiana. La sensazione, andando anche oltre questo discorso, è che il vero problema sia un altro e cioè non l’esistenza d'una o più «martiri della purezza», bensì della «purezza» stessa. È questo che spiazza davvero la mentalità mondana. È questo che interroga e imbarazza. È questo valore che, alla fine, risulta davvero divisivo e chiede di essere ammirato e seguito o abbandonato. Tutto sta nell’obiettivo che non come donne ma come cristiani in senso lato ci si pone. Se quello di vivacchiare, per citare un altro santo ricordato in questi giorni, Pier Giorgio Frassati (1901-1925) – o di vivere rivolti verso l’alto. Si possono fare mille divagazioni e puntualizzazioni, ma il punto vero è tutto qui. (Foto: Screenshot, Tv2000.it – YouTube/Katholisch.de)







