24 ottobre 2026

La CEI ci faccia sapere sapere qualcosa riguardo la cristianofobia


Se continuano di questo passo alla CEI finiranno anche per chiedere la scomunica di San PIO V che promosse e organizzò la Lega Santa che il 7 ottobre 1571 sconfisse alla Battaglia di Lepanto gli islamici dell'impero ottomano che già allora tentarono di islamizzare l'Europa. 


7 ottobre: Beata Maria Vergine del Rosario


Una corona di rose a compendio del Vangelo

La festa del Rosario venne istituita da San Pio V con il nome di “Santa Maria della Vittoria”, a perenne ricordo della battaglia di Lepanto, svoltasi appunto il 7 ottobre del 1571, nella quale la flotta della Lega Santa sconfisse quella dell’Impero ottomano. I cristiani attribuirono la vittoria alla protezione di Maria, che avevano invocato recitando il Rosario prima della battaglia.

La tradizione vuole che mentre si stava combattendo la battaglia, a Roma, il domenicano San Pio V ebbe la visione della vittoria, e si inginocchiò per ringraziare la Madonna. Nel 1572 lo stesso Pio V fissò il numero e l’elenco dei misteri e raccomandò la recita del Rosario. In questo modo, contribuì alla sua diffusione, tanto che divenne la preghiera più popolare che accomunava imperatori, principi, Vescovi, religiosi, e gente semplice.

Il successore di San Pio V, Gregorio XIII, trasformò la festa con il titolo di “Madonna del Rosario”. La celebrazione venne estesa nel 1716 alla Chiesa universale, e fissata definitivamente al 7 ottobre da San Pio X nel 1913. 
La parola Rosario significa “corona di rose” e rimanda all’uso medievale di abbellire le statue della Vergine con ghirlande fiorite. Da qui, l’espressione in italiano: recitare la corona per indicare l’offerta di un florilegio spirituale a Maria.

12 ottobre 2026

Il prete e l’ultima stagione del ministero

C’è una domanda che la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di porsi con maggiore radicalità: che cosa accade a un prete quando compie settantacinque anni? La domanda non è semplicemente anagrafica. È ecclesiologica, pastorale, spirituale e, in fondo, profondamente umana.

Un presbitero che ha trascorso quarant’anni della propria vita al servizio del popolo di Dio, che ha celebrato battesimi e funerali, accompagnato famiglie, visitato malati, ascoltato solitudini, sostenuto giovani, attraversato crisi e gioie di intere generazioni, che cosa diventa quando raggiunge l’età nella quale normalmente gli viene chiesto di lasciare la responsabilità pastorale?

Diventa semplicemente un emerito? Diventa un presbitero «a riposo»? Diventa una risorsa da collocare altrove? Oppure rischia, più semplicemente, di diventare materiale di scarto? La domanda è volutamente provocatoria, perché riguarda una contraddizione che rischia di insinuarsi nella vita ecclesiale.

Parliamo della Chiesa come famiglia. Celebriamo la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani. Esaltiamo la memoria, la saggezza degli anziani, il valore delle radici, la necessità di una società capace di prendersi cura delle generazioni più avanti negli anni. E poi, proprio dentro la Chiesa, rischiamo di comportarci diversamente.

Celebriamo i nonni e scartiamo i preti-nonno. Parliamo della dignità dell’anziano e talvolta trattiamo un presbitero di settantacinque anni come una funzione che ha esaurito il proprio tempo. È una contraddizione sulla quale dovremmo interrogarci.

Un padre non va in pensione. Un prete può andare in pensione. Può lasciare una responsabilità amministrativa. Può non avere più le energie di un tempo. Può avere bisogno di rallentare, di essere aiutato, di vivere un ministero più leggero. Tutto questo è naturale.

Il ministero come storia di una vita

Ma occorre distinguere tra la fine di un incarico e la fine di una paternità. Un parroco può cessare di essere parroco. Ma non smette per questo di essere padre. La sua storia con una comunità non si interrompe necessariamente con un decreto.

Ci sono bambini che ha battezzato e che oggi sono adulti. Ci sono famiglie che ha accompagnato per decenni. Ci sono persone che hanno confidato a lui le proprie sofferenze. Ci sono malati che ha visitato. Ci sono morti che ha accompagnato. Ci sono persone lontane dalla Chiesa che continuano magari a riconoscere in lui un volto amico.

Le relazioni pastorali non hanno una data di scadenza. Il ministero può cambiare forma. La responsabilità può diminuire. L’attività può ridursi. Ma una vita donata non può essere cancellata perché è terminato un incarico.

Il parroco non è una lampadina. Dovremmo forse cambiare anche il linguaggio. Si parla troppo facilmente di «sostituzione» del parroco. Ma un parroco non è una lampadina che si fulmina e viene sostituita. Non è un funzionario che cambia ufficio. Non è un dirigente che lascia un’azienda. È una persona che ha costruito relazioni. È una memoria vivente. È parte della storia di una comunità.

Per questo, quando un parroco di lunga permanenza deve lasciare la responsabilità pastorale, il passaggio dovrebbe essere pensato non come una sostituzione, ma come una successione. Non come una cesura, ma come una consegna. Non come uno strappo, ma come un passaggio generazionale.

La sostituzione di un parroco che ha guidato a lungo una comunità dovrebbe essere preparata con anticipo. Il futuro parroco dovrebbe poter essere affiancato al parroco anziano per un periodo sufficientemente lungo da permettere una vera conoscenza reciproca e una graduale familiarizzazione con la comunità. Non una semplice consegna delle chiavi. Non un passaggio di registri, documenti, bilanci e password. Una vera compresenza pastorale.

Il parroco che lascia e quello che arriva potrebbero celebrare insieme, visitare insieme i malati, incontrare le famiglie, conoscere i collaboratori, partecipare alle riunioni pastorali, ascoltare le persone.

Il nuovo parroco potrebbe conoscere la comunità attraverso la memoria di chi l’ha servita per decenni. Perché una parrocchia non è fatta soltanto di strutture. È fatta di volti, nomi, storie, ferite, relazioni. Il presbitero anziano potrebbe dire al suo successore: «Questa persona ha bisogno di essere cercata.» «Quella famiglia sta attraversando una crisi.» «Quel ragazzo non viene più in chiesa, ma non ha mai smesso di avere fiducia.» «Quell’anziana vive sola.» «Quella persona non entrerà mai spontaneamente in canonica, ma se vai a trovarla ti aprirà il cuore.» Questa non è burocrazia. È memoria pastorale. Ed è una ricchezza che non si può trasferire attraverso un fascicolo.

C’è poi un altro punto delicato. Perché il presbitero anziano dovrebbe necessariamente essere allontanato dalla comunità che ha servito? Perché dovrebbe lasciare contemporaneamente la parrocchia, la canonica, gli amici, le relazioni e tutto ciò che ha costruito?

Perché dovrebbe essere mandato altrove proprio quando potrebbe ancora offrire alla sua comunità la ricchezza della sua esperienza? Non significa sostenere che ogni presbitero debba necessariamente rimanere nella stessa canonica. Possono esistere ragioni pastorali, personali, sanitarie e organizzative che rendono opportuno un trasferimento. Ma non dovrebbe diventare un automatismo.

Quando è possibile e opportuno, perché non permettere al parroco anziano di rimanere nella canonica e vivere accanto al nuovo parroco? Due generazioni sacerdotali sotto lo stesso tetto. L’esperienza e la novità. La memoria e il futuro. La tradizione e la creatività. Non due parroci. Non due autorità. Non due padroni. Ma due presbiteri al servizio della stessa comunità.

Una canonica abitata da due generazioni di presbiteri potrebbe diventare una straordinaria scuola di fraternità presbiterale. Il giovane potrebbe imparare dal vecchio. Il vecchio potrebbe imparare dal giovane. L’uno potrebbe offrire esperienza. L’altro, energia. L’uno potrebbe custodire la memoria. L’altro aprire nuovi percorsi. Potrebbero pregare insieme. Mangiare insieme. Condividere la vita quotidiana. Sostenersi. Correggersi. Aiutarsi. E forse scopriremmo che la fraternità presbiterale non è soltanto una bella espressione da inserire nei documenti ecclesiali. È una forma concreta di vita.

Quando arriva un nuovo parroco (o un nuovo vescovo), qualche volta sembra quasi necessario cancellare ciò che c’era prima. Nuovo parroco. Nuovo stile. Nuove persone. Nuovi programmi. Nuova immagine. Come se il passato dovesse essere rimosso perché il futuro possa cominciare. Ma la Chiesa non vive di cancellazioni. Vive di memoria. Il nuovo parroco non dovrebbe avere paura del bene compiuto dal predecessore. E il predecessore non dovrebbe avere paura della novità portata dal successore. Il nuovo non dovrebbe dire: «Adesso tocca a me.» Il vecchio non dovrebbe pensare: «Adesso non conto più nulla.» Dovrebbero poter dire insieme: «Adesso tocca a noi.»

Forse dovremmo recuperare una parola semplice e bella: preti-nonno. Non soltanto preti emeriti. Non soltanto presbiteri pensionati. Non soltanto presbiteri «a riposo». Preti-nonno. Perché il nonno non è un padre che ha fallito. È un padre che ha attraversato il tempo. Il nonno custodisce la memoria. Racconta. Ascolta. Ricorda. Conosce le radici. Non corre più come un giovane, ma vede cose che il giovane non può ancora vedere.

Cosa può un prete anziano?

Così dovrebbe essere anche per i presbiteri anziani. Un prete di settantacinque anni possiede una ricchezza che nessun giovane presbitero può avere. Ha conosciuto generazioni. Ha attraversato trasformazioni della società e della Chiesa. Ha visto famiglie nascere e spezzarsi. Ha accompagnato malati e morenti. Ha conosciuto la sofferenza. Ha commesso errori. Ha imparato. Ha visto cambiare la Chiesa. Questa è una ricchezza immensa. E sarebbe assurdo disperderla.

Che cosa può ancora donare un prete anziano? Forse dovremmo smettere di chiederci: «Che cosa possiamo ancora fargli fare?» E cominciare a chiederci: «Che cosa può ancora donare questo presbitero?»

Può ascoltare. Può accompagnare. Può visitare anziani e malati. Può confessare. Può offrire direzione spirituale. Può accompagnare seminaristi e giovani presbiteri. Può raccontare la storia della comunità. Può essere una presenza discreta. Può essere un padre. Può semplicemente esserci. Quante cose può ancora fare un presbitero quando gli viene finalmente tolto il peso di dover fare tutto!

Dovremmo smettere di pensare che il dono di una vita presbiterale possa essere misurato, o addirittura vanificato, dall’ultimo atto di obbedienza. Un prete non ha donato la propria vita alla Chiesa perché un giorno, a settantacinque anni, possa dimostrare la propria fedeltà accettando senza discutere una decisione amministrativa.

La sua obbedienza non comincia con l’ultimo trasferimento. È cominciata il giorno della sua ordinazione. È passata attraverso decenni di servizio. Attraverso le notti accanto ai malati. Le porte aperte della canonica. I funerali. I battesimi. Le crisi familiari. I giovani incontrati. Le famiglie accompagnate. Le solitudini ascoltate. Le comunità amate. Le incomprensioni sopportate. Le proprie fragilità offerte a Dio. Quella è obbedienza. Quella è una vita donata.

E non è certo un ultimo atto, magari imposto in nome di una necessità burocratica, a poter giudicare o squalificare un’intera esistenza presbiterale. L’obbedienza cristiana non può essere confusa con la semplice esecuzione di un ordine. L’obbedienza evangelica è ascolto. È discernimento. È relazione. È ricerca comune della volontà di Dio. È anche capacità di parlare, di esprimere una sofferenza, di porre una domanda, persino di manifestare un dissenso rispettoso. Il vescovo non è un funzionario che impartisce ordini e il prete non è un dipendente che deve semplicemente eseguirli. Sono due fratelli, con responsabilità diverse, dentro la stessa Chiesa e al servizio dello stesso popolo di Dio.

Dovremmo avere il coraggio di distinguere tra obbedienza evangelica e obbedienza burocratica. Una decisione pastorale non diventa automaticamente evangelica soltanto perché viene chiamata «obbedienza». L’autorità ecclesiale è autenticamente pastorale quando ascolta prima di decidere, quando spiega, quando accompagna, quando discerne, quando tiene conto delle persone e delle relazioni coinvolte.

Un presbitero che dice: «Questa decisione mi fa soffrire. Vorrei capire. Vorrei parlarne. Vorrei trovare insieme una soluzione» non sta necessariamente disobbedendo. Sta parlando da uomo. E chi ascolta quella sofferenza non sta necessariamente cedendo alla debolezza. Sta esercitando la paternità. L’autorità nella Chiesa non dovrebbe avere paura dell’ascolto. Anzi, dovrebbe sapere che qualche volta è proprio attraverso la parola dell’altro che Dio ci obbliga a rivedere una decisione.

Un prete può avere difficoltà ad accettare una decisione. Può essere ferito. Può chiedere tempo. Può avere bisogno di essere ascoltato. Può persino sbagliare nel modo in cui reagisce. Ma non permettiamo che tutto questo cancelli quarant’anni di fedeltà.

Un presbitero non può essere ridotto all’ultima decisione che gli viene chiesto di accettare. Il suo sacerdozio è molto più grande di un decreto. La sua storia è molto più grande di un trasferimento. Il suo amore per la Chiesa è molto più grande di un atto burocratico. Se davvero crediamo che il sacerdozio sia una vita donata, dobbiamo dirlo con chiarezza: Il dono di una vita non si misura dall’ultimo atto di obbedienza, ma dalla totalità dell’amore con cui quella vita è stata consumata per il popolo di Dio.

Il vescovo emerito

Lo stesso principio deve valere, con assoluta coerenza, per i vescovi. Anche il vescovo, al compimento dei settantacinque anni, diventa emerito. Ma che cosa significa davvero «emerito»? Significa forse che un uomo che ha ricevuto la responsabilità di una Chiesa particolare diventa improvvisamente un uomo senza più nulla da offrire? No.

Il vescovo emerito porta con sé una conoscenza della diocesi che nessun nuovo arrivato può possedere immediatamente. Ha conosciuto i presbiteri. Ha visitato le comunità. Ha accompagnato famiglie. Ha ordinato preti. Ha affrontato crisi.

Ha preso decisioni. Ha portato sulle proprie spalle una porzione della Chiesa. Come può tutto questo diventare improvvisamente inutile a settantacinque anni? Anche per i vescovi l’emeritato dovrebbe essere una stagione preparata e accompagnata.

Il nuovo vescovo dovrebbe poter ricevere dal predecessore non soltanto gli archivi, ma la memoria. Il predecessore dovrebbe poter consegnare non soltanto documenti, ma una storia. E, quando opportuno, dovrebbe poter continuare a vivere nella diocesi, a pregare con essa, a servire discretamente, a offrire la propria esperienza quando richiesta. L’emeritato non dovrebbe diventare esilio.

Questo è importante anche per una ragione di giustizia. Non si può chiedere ai presbiteri di accettare serenamente il proprio emeritato e poi non applicare la stessa misura ai vescovi. Non si può dire al parroco: «A settantacinque anni non sei finito» e contemporaneamente pensare che il vescovo, raggiunta la stessa età, debba semplicemente uscire di scena.

La dignità dell’anzianità o è universale oppure rischia di diventare privilegio. La cultura della cura o vale per tutti oppure diventa retorica. La Chiesa-famiglia o protegge i suoi padri oppure non è ancora quella famiglia che proclama di essere. Perché anche il vescovo, prima di essere vescovo, è stato prete. E anche il vescovo, prima o poi, diventa anziano. Anche lui dovrebbe poter sentire: «La tua responsabilità è terminata. La tua storia con noi, no».

Comunità che custodiscono le storie che le hanno plasmate

È facile denunciare la cultura dello scarto quando riguarda i poveri, gli immigrati, gli anziani, i malati, gli ultimi. È molto più difficile riconoscerla quando rischia di toccare noi. La domanda diventa allora scomoda: possiamo denunciare la cultura dello scarto fuori dalla Chiesa se qualche volta non ci accorgiamo che essa può entrare anche dentro la Chiesa?

Un presbitero non può valere soltanto finché produce. Non vale perché amministra. Non vale perché organizza. Non vale perché è efficiente. Non vale perché riempie la chiesa. Vale perché è una persona. E quando diminuiscono le sue forze, non diminuisce la sua dignità.

Una famiglia si riconosce soprattutto da come tratta i suoi membri più fragili. Una famiglia non butta fuori il nonno perché è arrivata una nuova generazione. Gli prepara un posto. Gli avvicina una sedia. Gli chiede di raccontare. Gli permette di esserci.

Per questo una Chiesa che celebra la Giornata dei nonni e degli anziani dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi sui propri preti-nonno. Non possiamo predicare agli altri la cultura della cura e non praticarla con i nostri stessi presbiteri. La Chiesa-famiglia deve cominciare dalla propria casa.

Occorre allora immaginare una diversa cultura del passaggio generazionale. Quando un parroco ha guidato una comunità per venti, venticinque o trent’anni e arriva il momento di lasciare la responsabilità, non dovrebbe semplicemente ricevere una comunicazione. Dovrebbe iniziare un percorso.

Il successore dovrebbe arrivare per tempo. I due presbiteri dovrebbero conoscersi. La comunità dovrebbe essere accompagnata. Il nuovo dovrebbe entrare gradualmente. Il vecchio dovrebbe continuare a essere presente. La memoria dovrebbe essere trasmessa. La responsabilità dovrebbe passare. Il passaggio dovrebbe essere una consegna. Non una cancellazione. Non una sostituzione. Non un esilio.

Da questa riflessione potrebbero nascere alcune scelte pastorali molto semplici.
  • Il compimento dei 75 anni non dovrebbe essere vissuto automaticamente come un’espulsione dalla comunità.
  • Ogni presbitero anziano dovrebbe essere accompagnato personalmente nella preparazione della nuova stagione ministeriale.
  • La successione di un parroco che ha guidato a lungo una comunità dovrebbe prevedere, quando possibile, un periodo di affiancamento del successore.
  • Il nuovo parroco e quello uscente dovrebbero poter vivere una vera compresenza pastorale.
  • Il presbitero anziano, quando le condizioni lo consentono, non dovrebbe essere automaticamente allontanato dalla comunità che ha servito.
  • Quando possibile e opportuno, dovrebbe poter rimanere nella canonica insieme al nuovo parroco, con ruoli chiaramente definiti e nel rispetto dell’autorità pastorale del successore.
  • Il passaggio dovrebbe comprendere la trasmissione della memoria pastorale della comunità.
  • La comunità dovrebbe essere preparata al cambiamento.
  • Ogni diocesi dovrebbe sviluppare una vera pastorale per i presbiteri anziani.
  • Dovrebbe essere favorita la presenza intergenerazionale nelle canoniche.
  • Criteri analoghi dovrebbero essere applicati ai vescovi emeriti, perché anche il loro emeritato non diventi una forma di esilio.

L’importanza delle parole

Forse dobbiamo cambiare le parole. Non sostituzione, ma successione. Non trasferimento, ma passaggio. Non pensionamento, ma nuova stagione del ministero. Non allontanamento, ma accompagnamento. Non canonica da liberare, ma casa da condividere. Non prete anziano da sistemare, ma padre da custodire. Non vescovo emerito da collocare, ma padre della Chiesa da continuare ad accogliere.

Le parole non sono innocenti.  Rivelano una mentalità. E qualche volta dobbiamo cambiare le parole per cambiare il modo di pensare.

Forse è questa la Chiesa che dovremmo imparare a costruire. Una Chiesa nella quale il giovane non debba eliminare l’anziano per poter essere riconosciuto. Una Chiesa nella quale l’anziano non debba temere il giovane. Una Chiesa nella quale il vescovo emerito possa stare accanto al nuovo vescovo. Nella quale il parroco emerito possa stare accanto al nuovo parroco. Nella quale il presbitero anziano possa accompagnare il giovane presbitero. Nella quale il giovane possa ricevere la memoria del vecchio senza sentirsi prigioniero del passato.

Non una Chiesa che sostituisce una generazione con un’altra. Ma una Chiesa nella quale le generazioni si consegnano reciprocamente il Vangelo. Questa sarebbe una forma concreta di sinodalità. Non soltanto camminare insieme nello spazio. Ma camminare insieme nel tempo.

La vita e i luoghi

Immaginiamo una canonica. Dentro, un presbitero anziano e un presbitero giovane. Uno ha alle spalle quarant’anni di ministero. L’altro ne ha davanti forse altrettanti. Uno conosce la storia della comunità. L’altro ne accompagnerà il futuro. Uno racconta. L’altro ascolta. Poi sarà il giovane a raccontare qualcosa che il vecchio non conosce. E il vecchio ascolterà. La sera pregano insieme. A tavola discutono. Qualche volta non saranno d’accordo. Qualche volta si irriteranno. Ma resteranno fratelli. E fuori dalla canonica c’è una comunità che non ha dovuto perdere un padre per ricevere un nuovo pastore.

Una comunità che ha potuto assistere a qualcosa di molto bello: una generazione che consegna il testimone a un’altra. Forse questa è la Chiesa che dovremmo costruire. Non una Chiesa che sostituisce. Una Chiesa che trasmette. Non una Chiesa che scarta. Una Chiesa che custodisce. Non una Chiesa che esilia. Una Chiesa che accompagna. Non una Chiesa che manda in pensione i suoi padri. Una Chiesa che insegna ai suoi figli a diventare adulti senza dimenticare da dove vengono.

Perché un parroco può smettere di essere parroco. Può lasciare una responsabilità. Può diminuire il ritmo. Può cambiare ministero. E un vescovo può cessare di governare una diocesi. Ma c’è una cosa che nessun decreto dovrebbe riuscire a cancellare: la loro appartenenza alla Chiesa che hanno servito e amato.

E allora, quando un prete compie settantacinque anni, prima di chiedersi: «Che cosa dobbiamo fargli fare?» dovremmo chiederci: «Come possiamo prenderci cura di lui?» E quando arriva un nuovo parroco, prima di dire: «Adesso comincia una nuova storia», dovremmo dire: «Adesso una storia continua, e qualcuno consegna a qualcun altro il testimone».

E quando un vescovo diventa emerito, prima di pensare a dove collocarlo, dovremmo chiederci: «Come possiamo continuare a riconoscere il bene che ha donato alla Chiesa?» Perché nella Chiesa di Cristo nessuno è materiale di scarto. Né il prete. Né il vescovo. Né l’anziano. Né chi ha terminato un incarico. Né chi non è più efficiente come un tempo.

E soprattutto: un uomo che ha consumato la propria vita per il popolo di Dio non dovrebbe mai sentirsi estraneo proprio nella casa che ha contribuito a costruire. Il dono di una vita non si cancella con un decreto. La paternità non va in pensione. L’obbedienza non è burocrazia. L’emeritato non è esilio. Il passaggio non è uno strappo. E nella Chiesa nessuno dovrebbe mai diventare materiale di scarto.

SettimaNews
 

F come FASTIDIO: la mancanza di silenzio in chiesa

Devo confessare che sto sempre più diventando intollerante ad una cosa che, come parroco, non riesco a correggere: la mancanza di silenzio in chiesa.

È un fastidio unico.

A volte mi capita di scegliere di non stare in chiesa perché non riesco a trovare il clima giusto, silenzioso, per un adeguato raccoglimento per la preghiera e la meditazione. È il colmo che in un luogo sacro come la chiesa non si riesca a raccogliersi.

Prima della messa è praticamente impossibile avere il silenzio perché c’è sempre qualcuno che borbotta. Poi quando chi borbotta ha problemi di udito, deve per forza alzare la voce, e io mi rifugio nel confessionale ma anche lì sono disturbato.

In una Messa feriale di alcuni giorni fa sono entrati alcuni parenti per la Messa di suffragio di un familiare e non hanno fatto altro che chiacchierare, con la cicca in bocca, per tutta la durata della Messa. Io ho celebrato innervosito e alla fine ho pensato: non sono abituati ad entrare in chiesa, pazienza, la Messa ha comunque valore.

Ma è mai possibile che non si impari a stare in silenzio in chiesa?

A volte mi permetto di richiamare chi chiacchiera ma il giorno dopo è la stessa cosa, lo stesso fastidio.

Spesso vedo gente che entra in chiesa, corre, si sposta da una parte all’altra, anche durante la celebrazione, senza neanche un gesto di adorazione verso il Santissimo Sacramento, senza una genuflessione, un inchino, buttando lì un segno di croce sgangherato, senza la coscienza che sei alla presenza di Dio.

In chiesa non si parla, mai, per nessuna ragione. Se devi parlare, vai fuori. Mi sembra così ovvio.

“No ma io devo dire una cosa…”. Se è proprio così indispensabile, almeno abbi il buon gusto di dirla sottovoce, non disturbare.

Parlare in chiesa è un cosa sbagliatissima, un atto di grande maleducazione, oltre che di mancanza di rispetto verso il Signore.

La casa di Dio non è un salotto, anche se ci sentiamo a nostro agio. La casa di Dio non è nemmeno il mercato dove ognuno fa quello che vuole.

Poi c’è la questione dei cellulari. Che fastidio quando suonano durante la celebrazione e suonano più forte dell’organo. Vanno spenti i cellulari in chiesa! O almeno messi sul silenzioso. Mi vergogno un po’ a dire queste cose, mi sembrano talmente evidenti…

Se quando entro in chiesa trovo il silenzio sarò a mia volta introdotto nella preghiera. Se quando in chiesa trovo rumore e confusione sarò a mia volta coinvolto nella chiacchiera e nel caos.

Per questo invito tutti coloro che entrano in chiesa a stare in silenzio, a coltivare la buona prassi del silenzio, per esprimere una profonda esigenza di preghiera e di fede viva.

Don Roberto

sangiuseppedalmine.it

8 settembre 2026

Festa della Natività di Maria


OMELIA DI PAOLO VI

Martedì, 8 settembre 1964


Dilette Figlie in Cristo!

È motivo per Noi di grande consolazione spirituale celebrare la festa della Natività di Maria Santissima con voi tutte buone e care Religiose!

Spesso celebrando le nostre sacre solennità Ci angustia il pensiero circa la comprensione, circa la partecipazione dei fedeli che assistono al rito, avendo ragione di dubitare se essi comprendano, se essi siano uniti alla preghiera della Chiesa, se essi godano pienamente il senso dei misteri ricordati, delle orazioni proferite, del valore spirituale e morale di quanto il culto dovrebbe presentare alle nostre anime. Questo pensiero, questo dubbio qui non sussiste! Noi siamo sicuri che voi tutte siete con Noi per dare pienezza di significato e di fervore a questa santa Messa in onore di Maria nascente; e ciò per tre evidenti ragioni, che insieme concorrono a rendere solenne e memorabile la presente cerimonia.

Prima ragione: essa ci. obbliga a ricordare l’apparizione della Madonna nel mondo come l’arrivo dell’aurora che precede la luce della salvezza, Cristo Gesù, come l’aprirsi sulla terra, tutta coperta dal fango del peccato, del più bel fiore che sia mai sbocciato nel devastato giardino dell’umanità, la nascita cioè della creatura umana più pura, più innocente, più perfetta, più degna della definizione che Dio stesso, creandolo, aveva dato dell’uomo: immagine di Dio, bellezza cioè suprema, profonda, così ideale nel suo essere e nella sua forma, e così reale nella sua vivente espressione da lasciarci intuire come tale primigenia creatura era destinata, da un lato, al colloquio, all’amore del suo Creatore in una ineffabile effusione della beatissima e beatificante Divinità e in un’abbandonata risposta di poesia e di gioia (com’è appunto il «Magnificat» della Madonna), e d’altro lato destinata al dominio regale della terra.

Ciò che doveva in Eva apparire e svanire miseramente, per un disegno d’infinita misericordia (potremmo quasi dire per un proposito di rivincita, come quello dell’artista che, vedendo infranta l’opera sua, vuole rifarla, e rifarla ancora più bella e più rispondente alla sua idea creatrice), Dio fece rivivere in Maria: «ut dignum Filii tui habitaculum effici mereretur, Spiritu Sancta cooperante. praeparasti», come dice l’orazione’ a voi tutte ben nota; ed oggi, giorno dedicato al culto di questo dono, di questo capolavoro di Dio, noi ricordiamo, noi ammiriamo, noi esultiamo: Maria è nata, Maria è nostra, Maria restituisce a noi la figura dell’umanità perfetta, nella sua immacolata concezione umana, stupendamente corrispondente alla misteriosa concezione della mente divina della creatura regina del mondo. E Maria, per nuovo e sommo gaudio, incantevole gaudio delle nostre anime, non ferma a Sé il nostro sguardo se non per spingerlo a guardare più avanti, al miracolo di luce e di santità e di vita, ch’Ella annuncia nascendo e recherà con Sé, Cristo Signore, il Figlio suo Figlio di Dio, dal quale Ella stessa tutto riceve. Questo è il celebre giuoco di grazia, che si chiama Incarnazione, e che oggi ci fa presagire in anticipo, in Maria, lampada portatrice del lume divino, porta per cui il Cielo muoverà i suoi passi verso la terra, madre che offrirà vita umana al Verbo di Dio, l’avvento della nostra salvezza.

Voi sapete, Figlie dilettissime, tutte queste cose; voi le meditate, voi le onorate, voi le imitate; Maria ve ne dà il quadro sublime, nel quale Ella trionfa in umiltà ed in gloria senza pari. Non è questa una ragione che Ci fa lieti di sapervi tutte intimamente associate a questa gioia della Chiesa, a questa glorificazione della Madonna?

Seconda ragione: voi celebrate con Noi questa festa, soave ed intima, come una giornata di famiglia, come un avvenimento domestico, che stringe i cuori in dolci e comuni sentimenti. È la festa della Madre comune e celeste; e Noi comprendiamo come la vostra devozione si accresca per il fatto che voi oggi la celebrate insieme con questo umile Padre comune e terrestre, col Papa. E codesta pia soddisfazione rende lieti anche Noi, che sentiamo la vostra devozione unirsi alla Nostra, la vostra preghiera alla Nostra, la vostra fiducia alla Nostra.

Ci pare, care e buone Religiose, che voi siate queste mattina il Nostro mazzo di fiori, col quale Ci presentiamo a Maria per esprimerle i Nostri auguri - oh, diciamo meglio: i nostri omaggi! - nel giorno del suo genetliaco. Viene alle Nostre labbra una specie di infantile discorso: Vedi, Maria, che cosa Ti offriamo, questi fiori; sono i più bei fiori della Santa Chiesa; sono le anime dell’unico amore, dell’amore al Tuo divino Figliuolo Gesù, sono le anime che hanno veramente creduto alle sue parole, e che hanno lasciato tutto per seguire Lui solo; lo ascoltano, lo imitano, lo servono, lo seguono, con Te, sì, fino alla Croce; e non si lamentano, non hanno paura. non piangono, anzi sono sempre liete, sono buone, Maria, sono sante queste figliuole della Chiesa di Cristo! Noi speriamo che la Madonna Santissima ascolti queste semplici parole, c che si senta onorata dell’offerta, che Noi oggi le facciamo di voi, Religiose. Diciamo di più: di tutte le Religiose della Santa Chiesa; e speriamo che le voglia guardare tutte, Lei la benedetta fra tutte, con quei suoi occhi misericordiosi (illos tuos misericordes oculos . . .); che le voglia rallegrare, le voglia proteggere e benedire; perché sono sue, e sono sue perché sono della Chiesa!

Pare a Noi che questo incontro metta in evidenza particolare cotesto aspetto della vostra vita religiosa. Perché oggi voi siete tanto contente di assistere alla santa Messa del Papa e di venerare con lui la Madonna santissima? e perché il Papa è lui stesso contento d’avervi con sé? Perché voi siete, dicevamo, della Chiesa; voi appartenete, e con vincoli di particolare adesione, al corpo mistico di Cristo, e nella comunità ecclesiastica voi avete un posto speciale: voi siete il gaudio della Chiesa, voi l’onore, voi la bellezza, voi la consolazione, voi l’esempio! Noi possiamo anche aggiungere: voi la forza! Per la vostra pietà, per la vostra umiltà, per la vostra docilità, per il vostro spirito di sacrificio, voi siete le figlie predilette della santa Chiesa. Questo incontro deve ravvivare in voi il «senso della Chiesa». Avviene talvolta che questo «senso della Chiesa» sia meno avvertito e meno coltivato in certe famiglie religiose: per il fatto che esse vivono appartate, e che esse trovano nell’ambito delle loro comunità tutti gli oggetti d’immediato interesse, e poco sanno di quanto accade fuori del recinto delle loro occupazioni, a cui sono totalmente dedicate; avviene talora che la loro vita religiosa abbia orizzonti limitati, non solo per ciò che riguarda la vicenda delle cose di questo mondo, ma anche per ciò che riguarda la vita della Chiesa, i suoi avvenimenti, i suoi pensieri e i suoi insegnamenti, i suoi ardori spirituali, i suoi dolori e le sue fortune.

Questa non è una posizione ideale per la Religiosa; essa perde la visione grande e completa del disegno divino per la nostra salvezza e per la nostra santificazione. Non è un privilegio il rimanere ai margini della vita della Chiesa e costruire per sé una spiritualità che prescinda dalla circolazione di parola, di grazia e di carità della comunità cattolica dei fratelli in Cristo. Senza togliere alla Religiosa il silenzio, il raccoglimento, la relativa autonomia, lo stile di cui ha bisogno, la forma di vita che le è propria, Noi auguriamo che le sia restituita una partecipazione più diretta e più piena alla vita della Chiesa, alla liturgia specialmente, alla carità sociale, all’apostolato moderno, al servizio dei fratelli. Molto si fa in questo senso; e Noi crediamo con profitto sia della santificazione della Religiosa, sia dell’edificazione dei fedeli. Noi ricordiamo che a Milano, proprio in occasione di questa festività, invitammo ad assistere alla Nostra messa pontificale le care Suore di Maria Bambina, in quel Duomo, ch’è certo una delle più belle e più grandi cattedrali del mondo, e ch’è appunto dedicato alla Natività di Maria: nessuna di quelle Suore sentiva dalla propria devozione l’invito a partecipare al solenne e splendido rito in onore di Maria nascente nella Cattedrale della Città dove esse hanno la loro casa-madre e una magnifica rete di attività caritative; le invitò l’Arcivescovo; e vennero poi in Duomo tutti gli anni all’otto di settembre, in bel numero; e furono felici di sentirsi in quel giorno figlie predilette della Chiesa, come Noi lo fummo nel salutarle durante la Omelia e nel benedirle, come esemplari e degne della Nostra benevolenza. Ricordiamo anche quanto Ci sembrò edificante vedere nelle chiese delle fiorenti comunità missionarie della Rhodesia meridionale e della Nigeria le Suore, delle varie famiglie religiose, assistere, in posti riservati, alle funzioni domenicali, con grande loro onore e con grande consolazione ed ammirazione di tutti i fedeli.

Ebbene, questo incontro, ripetiamo, servirà a riaccendere in voi, come auguriamo in tutta la immensa schiera delle anime religiose femminili, l’amore alla Chiesa e a mettervi sempre più in comunione con lei. Grande pensiero, ricordatelo, è questo, che può aprire la finestra sulla realtà spirituale, a cui avete dedicato la vita; la Chiesa infatti è l’opera di salvezza stabilita da Cristo; grande pensiero, che può confortare e sostenere la modestia e il nascondimento delle vostre occupazioni; la Chiesa è il regno del Signore, chi vi appartiene e chi la serve partecipa alla dignità, alla fortuna di questo regno; grande pensiero, sì, è la Chiesa, che apre alla vostra oblazione le vie per le quali essa può essere sempre più feconda di risultati apostolici, di carità sapiente, di meriti immensi.

Noi crediamo che sia venuto il giorno in cui occorra mettere in più alto onore e in maggiore efficienza la vita religiosa femminile; e che questo possa avvenire perfezionando i vincoli che la uniscono a quella della Chiesa intera. Vi faremo a questo proposito una confidenza : Noi abbiamo dato disposizioni affinché anche alcune Donne qualificate e devote assistano, come Uditrici, a parecchi solenni riti e a parecchie Congregazioni generali della prossima terza Sessione del Concilio ecumenico vaticano secondo; a quelle congregazioni, diciamo, le cui questioni poste in discussione possono particolarmente interessare la vita della Donna; avremo così per la prima volta, forse, presenti in un Concilio ecumenico alcune, poche, - è ovvio - ma significative e quasi simboliche rappresentanze femminili; di voi, Religiose, per prime; e poi delle grandi organizzazioni femminili cattoliche, affinché la Donna sappia quanto la Chiesa la onori nella dignità del suo essere e della sua missione umana e cristiana.

* * *

Mentre godiamo di fare a voi questo annuncio Ci rattrista il pensiero delle tante manifestazioni della vita moderna in cui la Donna appare decaduta dall’altezza spirituale ed etica, che il migliore costume civile e la elevazione alla vocazione cristiana le attribuiscono, al livello dell’insensibilità morale e spesso della licenza pagana; è privata la Donna, mentre le sono aperte le vie delle esperienze più pericolose e morbose, della vera felicità e dell’amore vero, che non possono mai esser disgiunti dal senso sacro della vita.

E Ci fa pena anche il vedere come tante anime femminili, fatte per le cose alte e generose, non sanno più oggi dare alla propria vita un senso pieno e superiore, perché mancano di due coefficienti della pienezza interiore: la preghiera, nella sua espressione completa, personale e sacramentale: e lo spirito di dedizione, di amore cioè che dà e che vivifica. Restano anime povere e tormentate, a cui le distrazioni esteriori recano fallace rimedio.

Ecco allora che la terza ragione del Nostro gaudio spirituale originato da questo incontro viene a consolarci; ed è quella di osservare nel vostro numero e nel vostro fervore che vi sono ancor oggi anime pure e forti che hanno sete di perfezione e che non hanno né paura, né vergogna a indossare l’abito religioso, l’abito della consacrazione totale della propria vita al Signore.

Veramente anche a questo riguardo Noi dovremmo fare una duplice non lieta osservazione; e cioè che le vocazioni religiose, anche femminili, sono in diminuzione; e che la Chiesa ed anche la società profana hanno un crescente bisogno di tali vocazioni. È questo uno dei problemi del nostro tempo, per la cui soluzione occorrerà operare e pregare.

Ma fermiamoci ora alla prova della vitalità religiosa che la vostra presenza Ci offre. Noi ringraziamo la Madonna di questa consolazione, che Ci lascia intravedere la sua provvida e materna assistenza alla Chiesa; che Ci offre l’esempio d’una sempre rifiorente generosità cristiana, che Ci fa pensare a tutto il tesoro di opere buone, a cui la vostra vita è consacrata.

Noi preghiamo la Madonna per voi: che ci dia la certezza per la bontà della scelta da voi fatta; essa è la migliore, essa è la più difficile e la più facile insieme, essa è la più vicina a quella di Maria Santissima, perché, come la sua, è tutta governata da un semplice e totale abbandono alla divina volontà: «Fiat mihi secundum Verbum tuum!». Noi la pregheremo perché vi faccia forti: oggi la vita religiosa esige fortezza; ieri forse era il rifugio di tante anime deboli e timide; oggi è l’officina delle anime forti, costanti ed eroiche. Noi la pregheremo infine perché la Madonna vi faccia liete e felici; la vita religiosa, per povera e austera che sia, non può essere autentica che nella gioia interiore! È quella che Noi vi auguriamo a ricordo di questo incontro a tutte chiedendo orazioni per il Concilio e per la Chiesa intera, a tutte dando la Nostra Benedizione.

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La SANTA SEDE

28 agosto 2026

"Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte"

Eterna verità e vera carità e cara eternità!

Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell'intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l'occhio dell'anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un'altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l'olio che galleggia sull'acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce.

O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi pareva udire la tua voce dall'alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me».

Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finchè non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l'Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14).
Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.

Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi teneveno lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.

Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo
(Lib. 7,10, 18; 10, 27; CSEL 33, 157-163. 255)

27 agosto 2026

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Commento al Vangelo di Don Fabio Rosini

Gesù ci ricorda che la sua via è la via dell’amore, e non c’è vero amore senza il sacrificio di sé.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».



Le motivazioni della riforma liturgica del Concilio Vaticano II

LEONE XIV

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 26 agosto 2026

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I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 8. Le motivazioni della riforma liturgica


Cari fratelli e sorelle,

in questa ultima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium, desidero oggi soffermarmi sulle ragioni per le quali i Padri conciliari vollero promuovere una riforma della liturgia. È illuminante, in tal senso, la terza Lettera dal Concilioche il Cardinale Giovanni Battista Montini, allora Arcivescovo di Milano, inviò il 28 ottobre 1962 ai fedeli della propria Chiesa. La liturgia – scriveva – «è espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo d’insegnamento divino da un lato, è voce di colloquio con Dio. È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità». [1] Mosso da queste convinzioni, il futuro Papa San Paolo VI affermava che i fedeli «non possono e non devono più rimanere muti e passivi. La loro materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza». [2]

È evidente la consonanza di queste dichiarazioni con quelle che appariranno al n. 48 della Costituzione conciliare: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino a offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro». Si coglie in queste parole una rinnovata consapevolezza del valore della liturgia. Attraverso le azioni rituali della Chiesa, mentre si attua il memoriale dell’opera di salvezza, è data la possibilità di vivere la vera relazione con Dio, entrando in contatto con l’evento salvifico. Poiché i gesti, le parole della sacra liturgia sono decisivi per realizzare questa esperienza, la partecipazione dei fedeli non può essere passiva.

La riforma conciliare, nel mettere al centro ciò che costituisce il cuore dell’esperienza ecclesiale, ha voluto far risplendere la liturgia come «la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio» [3]. Da tale convinzione nacque l’esigenza di rendere maggiormente disponibile a tutti i fedeli la ricchezza dei testi biblici e delle orazioni, e di rendere più lineare l’ordinamento celebrativo rispetto a quello previsto nei libri liturgici allora vigenti.

La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici.

L’obiettivo che i Padri avevano a cuore è esplicitato nel n. 21 della Costituzione Sacrosanctum Concilium: «Perché il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un’accurata riforma generale della liturgia. Questa, infatti, consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti all’intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l’ordinamento dei testi e dei riti dev’essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria». Risale all’Enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII la distinzione, nella liturgia, tra elementi divini, immutabili, ed elementi umani, che invece «possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime» (Acta Apostolicae Sedis 39, 1947, 541-542).

Del resto, il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico. L’affermazione della necessità che i fedeli non assistessero alle celebrazioni «come estranei o muti spettatori» era già stata ripresa dalla Costituzione apostolica Divini Cultus di Papa Pio XI. Inoltre, si possono ricordare gli interventi di Pio XII sull’ordinamento dei riti della Settimana Santa, da lui ricollocati nelle ore corrispondenti agli eventi pasquali, dopo che per secoli erano stati anticipati alle ore mattutine. Non si deve poi dimenticare che San Giovanni XXIII ritenne necessaria una semplificazione delle rubriche del Breviario e del Messale, approvandola con il Motu proprio Rubricarum instructum, del 25 luglio 1960, nel quale rimandava all’annunciato Concilio Ecumenico la proposta dei principi fondamentali per una riforma della liturgia.

La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si pone, dunque, nel solco della tradizione vivente della Chiesa. La sua retta comprensione permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano, assolutizzando o mal comprendendo alcuni dei principi che stavano alla base della riforma stessa.

A questo proposito, vale la pena di ricordare come la Costituzione conciliare affermi che «le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano» (Sacrosanctum Concilium n. 26).

È pertanto responsabilità precipua dei pastori, dei vescovi ma anche di ogni singolo sacerdote, custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità (cfr n. 34) e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. Una tale liturgia sarà anche un fondamentale veicolo di evangelizzazione, lo strumento di grazia attraverso il quale, come insegna il Concilio, potremo apprendere ad offrire noi stessi e, per la mediazione di Cristo, saremo perfezionati nell’unità con Dio e tra di noi (cfr n. 48).

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[1] G. B. Montini, «Terza lettera dal Concilio», Rivista Diocesana Milanese 51 (1962) 921-923: 922.

[2] Ibid.

[3] Solenne Chiusura della II Sessione del Concilio, Allocuzione del Santo Padre Paolo VI (4 dicembre 1963).


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14 agosto 2026

San Massimiliano Maria Kolbe: Il Santo che morì perché un altro vivesse



Una vita donata per amore

Alle 12.50 del 14 agosto 1941, vigilia della Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, moriva Padre Massimiliano Maria Kolbe. La notizia della sua passione e morte oltrepassò immediatamente il reticolato di Auschwitz.

La sua prima biografia fu scritta già nel 1943. Sarà beatificato come Confessore della fede da San Paolo VI il 17 ottobre 1971 e canonizzato come Martire da San Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1982.

Ad Auschwitz, su un bassorilievo, all’ingresso del blocco 11 è scritto “Homo homini”: “Un uomo per un altro uomo”. In memoria di un uomo che è stato più forte della morte, offrendo la propria vita in cambio di quella di un altro condannato. È per questo che, all’unisono con Jean Guitton, possiamo definirlo “il più grande santo del Novecento”.

Ma chi era – al secolo – Raimondo Kolbe? Nasce in Polonia l’8 gennaio 1894, a Zdunska-Wola presso Lòdz. Vivace ed intelligente, fin da bambino si sente attratto a seguire il Signore e ad amare l’Immacolata.
Il 4 novembre 1910 inizia il noviziato nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e prende il nome di Massimiliano. Il 10 novembre 1912 è a Roma per iniziare gli studi alla Gregoriana. Il 16 ottobre 1917, con sei confratelli, fonda la "Milizia dell’Immacolata", un’associazione di apostolato mariano. Il 28 aprile 1918 viene ordinato sacerdote nella chiesa S. Andrea della Valle.

Terminati gli studi ritorna in Polonia. Qui inizia la sua attività apostolica, dedicandosi alla diffusione di giornali e riviste di formazione cristiana, tra cui il “Cavaliere dell’Immacolata”. Nel 1927 fonda Niepokalanòw (“Città dell’Immacolata”), un convento-editoria interamente consacrato alla Vergine. Nel 1930 parte per il Giappone dove, imparando da autodidatta la lingua locale, fonda un altro convento con tipografia: Mugenzai no Sono (“Giardino dell’Immacolata”), presso Nagasaki. Nel 1936 rientra in Polonia e si dedica allo sviluppo di Niepokalanòw.

Durante l’occupazione nazista, padre Kolbe subisce una persecuzione sempre più accanita, finché il 28 maggio 1941 viene internato nel campo di concentramento di Auschwitz. Qui gli venne tatuato sul braccio il numero 16670. Qualche mese dopo, come punizione per l’evasione di un prigioniero, dieci uomini del suo blocco vengono scelti per una morte atroce: il bunker della fame. “Sono un sacerdote cattolico polacco. Voglio morire al posto di questo prigioniero”. Con queste parole padre Massimiliano offre la sua vita al posto di Francesco Gajowniczek, che molti anni dopo assisterà alla sua canonizzazione.

Padre Massimiliano trasforma il terribile bunker in una cappella, dove risuonano continuamente canti e preghiere, accompagnando i suoi compagni di sventura ad una morte serena.
Quando l’SS entra nella cella per finirlo con un’iniezione letale, lo trova seduto, con gli occhi aperti, il volto pulito e sereno, raggiante. Il suo corpo venne consumato dalle fiamme dei forni crematori. Ma quelle fiamme non riuscirono a consumare la sua fede, anzi la alimentarono. Padre Kolbe infatti non smise mai di ripetere, sempre e a tutti, fino all’ultimo istante: «Solo l’Amore crea!». 


13 agosto 2026

Come vivere la confessione? I 4 consigli di Don Oreste Benzi

ATTENZIONE! Nei social sono proposti dei video dove sacerdoti cattolici fanno credere che non serve confessarsi dinanzi al sacerdote, ci si può pentire dinanzi a Dio. 

ATTENZIONE! SONO DEI FALSI CREATI CON L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Come anche falso il loro voler far credere che nella Bibbia non c'è nulla riguardo la confessione ad un sacerdote ma è solo una invenzione della Chiesa cattolica.

Come riportato nel Vangelo secondo S.Giovanni, Gesù Risorto è stato molto chiaro con gli Apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». Gv. 20,22-2

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Spesso ci si domanda a che serva confessarsi con il sacerdote se vi è la possibilità di rivolgersi direttamente a Dio e chiedere perdono direttamente a Lui. Un grande confessore – Don Oreste Benzi – ci spiega perché “conviene” confessarsi da un sacerdote

Spesso ci si domanda a che serva confessarsi con il sacerdote se vi è la possibilità di rivolgersi direttamente a Dio e chiedere perdono direttamente a Lui. Questo porta le persone a non confessarsi con regolarità, nonostante la confessione apporti molteplici benefici, anche psico-fisici.

Secondo quando riportato dal sito “Sempre News”, il peccato è ciò che separa da Dio e questo comporta l’allontanamento non solo da Lui ma disturba anche il rapporto con gli altri, generando malessere generale. 

Il malessere del peccato

Commettere peccato fa male non solo agli altri, ma anche a noi stessi. Gesù, attraverso la rimessione dei peccati, ha risposto a questo bisogno struggente di riconciliazione con Dio e con il prossimo.

Spesso si prova resistenza alla confessione con il sacerdote, eppure la si supera rendendosi conto di ciò che veramente è colui al quale confessi i tuoi peccati: non è il semplice sacerdote, ma è la mano che Dio ti tende, è un cuore che, piangendo i peccati altrui, piange anche i propri, è colui che ti ricongiunge con Dio che tu vuoi incontrare.

Confessarsi direttamente con Dio 

Confessarsi autonomamente con Dio non è una scelta giusta, perché non risponde al bisogno di unione con l’umanità e comporta un allontanamento dai fratelli che verrebbero scartati e eliminati dalla propria vita. Invece, la confessione aumenta la partecipazione alla vita divina che è stata data nel Battesimo, ridonandola nel peccato.

La confessione come guarigione

Quando l’uomo si ammala nello spirito, se ha il malessere dell’anima la deve curare in modo corretto. Il sacerdote, in questo caso, è come se fosse un medico a cui bisogna rivolgersi per aprire il proprio cuore. Infatti, proprio attraverso lui, Dio agisce consegnando il giusto medicinale per la conversione, guarigione e santificazione.

Come vivere la confessione

Ecco quattro consigli di Don Oreste Benzi su come vivere meglio il momento della confessione:

1. Chiediti se sei veramente pentito dei peccati grandi, quelli che, come dice la parola di Dio, conducono alla morte. Se non hai tali peccati, chiediti se sei veramente pentito dei peccati veniali che confessi, almeno di uno.

2. Applica la prescrizione che ti dà il sacerdote. Se la prescrizione risulta inefficace, discutine con il confessore.

3. Ogni volta che ti confessi, precisati qualche cambiamento, anche minimo, che vuoi realizzare. Il cambiamento sarà il segno che ti sei confessato bene.

4. Stabilisci ogni quanto tempo ti fa bene andare dal confessore, scegli con precisione il tempo e mantienilo. Anche se ti sembra di non avere peccati, va’ lo stesso, perché il sacramento ti darà la grazia per andare avanti.

La Pietra Scartata