Attraverso l’amicizia, la sofferenza, il dolore e il ritorno alla vita, la sua storia ci rivela che Cristo non dimentica mai coloro che ama. Anche quando la speranza sembra sepolta e Dio pare rimanere in silenzio, la Sua potenza salvifica continua ad agire. 🙏 La testimonianza di san Lazzaro rafforzi la nostra fede, consoli coloro che sono nel lutto e ci ricordi che, in Cristo, la morte non ha mai l’ultima parola. ✨
29 luglio 2026
28 luglio 2026
Zichichi: grande scienziato, grande credente
«…In un certo Paese, che adesso non sto a dire quale, una televisione di quel Paese mi chiese perché io privilegiassi la religione cattolica.
Dico: per un motivo. Non perché sono nato cattolico, no. Io dico che in casa cattolica è nata la scienza, e su questo non c’è nulla da discutere.
E la scienza e il cattolicesimo, tra tutte le religioni, sono quelli che più profondamente hanno studiato la sfera trascendentale della nostra esistenza, portandoci a concludere che la più grande conquista della ragione nella trascendenza è la fede.
La più grande conquista della ragione nell’immanente è la scienza. Non sono conquiste banali.
Nella cultura atea siamo creduloni. “Se tu sapessi quello che so io di matematica, non potresti essere credente”, dice il signor ateo numero X.
Oppure: “Se tu sapessi quanta scienza so io, non potresti fare il credulone”.
I credenti sono creduloni secondo la cultura atea.
Io dico: riflettete un pochino, cari miei amici. I creduloni siete voi. E in che cosa credete? Nel nulla.
Perché, siccome la scienza scopre che esiste una logica rigorosa che regge il mondo, dalle sue strutture più intime e più piccole – come la struttura del protone, che io ho studiato – allora nessuno può aprire bocca più di me, perché ognuno parla delle cose che sa fare.
Ai confini del cosmo è tutto retto da una logica.
Se c’è una logica rigorosa, è legittimo chiedersi: ci sarà un autore di questa logica?
Io dico: ma è ovvio che la logica non può nascere dal nulla, non nasce dal caos.
“E dimostramelo”, dicono.
Ci sono persone che lavorano su questo da diversi decenni. Li conosco, li rispetto, perché stanno zitti. Io dico loro: perdete tempo, non arriverete mai a concludere nulla.
E più noi capiamo cose, peggio è per loro, perché non sono ancora riusciti, da una realtà caotica – che si può descrivere in modo molto difficile, ma si può descrivere – a tirare fuori nulla di quello che noi abbiamo scoperto.
Non c’è una parte minima della logica scientifica che possa essere ricavata da una realtà caotica.
Eppure andate in qualche biblioteca e leggete libri intitolati Il caos. Siamo figli del caos.
Enrico Fermi diceva ai suoi allievi: “Ragazzi, state attenti. Quando avete un libro in mano, dovete vedere chi è l’autore. Se l’autore non ha mai scoperto né inventato nulla, lasciate perdere quel libro: perdete tempo, vi confonde le idee, perché non sa di cosa parla. Lui parla per sentito dire”.
Io parlo di scienza, ma questo discorso vale in tutti i campi.
Com’è possibile scrivere libri sul caos se nessuno sa tirar fuori nulla che possa condurre alle leggi fondamentali della natura?
Leggi fondamentali che non sono state scoperte dalla cultura atea, perché se le leggi fondamentali fossero state scoperte dalla cultura atea, io dovrei stare zitto. Non potrei dire “bau”.
Le leggi fondamentali sono state scoperte da un uomo che cercava nelle pietre le impronte del Creatore: Galileo Galilei.
Io ho scritto un libro su Galilei, Divino Galileo, in cui cito esattamente cento citazioni galileiane per ristabilire la verità su questo grande imbroglio culturale che è andato avanti per quattro secoli…»
Estratto di una conferenza di Antonio Zichichi
VIII Domenica Tempo ordinario Commento al Vangelo della Domenica a cura di don Fabio Rosini
RADICI: la Chiesa nasce da Israele
Nazaret.net
11 luglio 2026
XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Commento al Vangelo di Don Fabio Rosini
6 luglio 2026
Teologhe tedesche contro Maria Goretti: «Modello problematico per le donne»
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Basti qui ricordare che, quando morì il padre Luigi, Maria aiutò la madre, Assunta, nelle faccende domestiche e nella cura dei suoi cinque fratelli; e preferiva mangiare gli avanzi per poter sfamare gli altri. Degno di nota, inoltre, è lo stile di vita e l’atteggiamento che la giovane aveva di fronte alle circostanze della vita. Arrivava per esempio ad incoraggiare la madre ad affrontare con fiducia le difficoltà («tutto ciò di cui abbiamo bisogno è che il Signore ci conceda la salute. La Provvidenza ci aiuterà») ed aveva un istintivo rifiuto per tutto ciò che poteva abbruttire l’anima; una volta, per dire, manifestò così la sua indignazione dopo aver sentito un giovane e una delle sue compagne scambiarsi parole oscene: «Se mai dovessi parlare in questo modo, preferirei morire».
La figura di santa Maria Goretti, dunque, è luminosa sotto ogni punto di vista anche al di là del suo martirio, che comunque ha cambiato per sempre, tra le altre, la vita del suo carnefice, dato che Serenelli trascorrerà i suoi ultimi anni di vita nel convento dei Cappuccini di Macerata, diventando anche terziario francescano. Di tutto questo e molto altro sembrano non tenere conto tre teologhe tedesche - Ute Leimgruber, Philippa Haase e Judith König -, le quali hanno pensato bene, proprio in questo giorno, di firmare sul portale Katholisch.de un lungo articolo intitolato Maria Goretti als Märtyrerin der Reinheit? Zeit für eine Intervention, traducibile come «Maria Goretti, martire della purezza? È tempo di ripensare questa interpretazione».
In estrema sintesi, la tesi delle tre è che l’idea di Maria Goretti come «martire della purezza» non sia più sostenibile e, anzi, sia problematica per le donne e le ragazze di oggi. Questo perché, secondo Haase e colleghe, la narrazione gorettiana sposterebbe la responsabilità della violenza dal carnefice alla vittima. Presentare la difesa della «purezza» fino alla morte come un ideale – secondo queste studiose - suggerisce che le donne siano le «custodi» della propria integrità sessuale, mentre la sessualità maschile viene vista come una forza incontrollabile e, in definitiva, senza vera responsabilità. Inoltre, la santità dell’undicenne sarebbe pericolosa perché veicolerebbe il messaggio tale per cui sia meglio morire, pur di difendere la propria verginità.
Ancora, Maria Goretti sarebbe un modello che ferirebbe le vittime di abusi, perché proporre una santa che ha resistito fino alla morte creerebbe un confronto doloroso che genera profondi sensi di colpa e vergogna in chi è sopravvissuta alla violenza, portandola a chiedersi perché non abbia agito allo stesso modo. Dulcis in fundo, la venerazione di Maria Goretti spesso rifletterebbe i cosiddetti «miti dello stupro», dove il corpo femminile - anche quello di una bambina di undici anni - viene visto come una tentazione per l'uomo, giustificando implicitamente l'aggressione come una reazione «naturale». Ora, com’è evidente le tre teologhe tedesche fanno molta e grave confusione su parecchi aspetti.
In primo luogo, esse considerano Maria Goretti “solo” per la sua tragica fine mentre invece, come si ricordava in apertura, la giovane santa ha dato prova, appunto, della sua santità anche su molti altri aspetti. In seconda battuta, non solo l’esempio gorettiano ma quello di ogni santo – a ben vedere – segna un abisso tra l’uomo mediamente inteso e chi riesce a vivere con radicalità il Vangelo. Il punto è che, ragionando come Haase e colleghe, dovremmo abolire ogni modello di santità (e magari, già che ci siamo, lo stesso concetto di peccato) per evitare i presunti «sensi di colpa» di chi non riesce a vivere come Dio comanda. Ancora, le tre teologhe tedesche forse non hanno un problema con santa Maria Goretti ma con il cristianesimo.
L’esempio gorettiano, infatti, nella storia è stato preceduto ma anche seguito da quello – del tutto simile - di diverse altre donne. Basti pensare alla vicenda della spagnola Marta Obregón (1969-1992) la quale – la notte del 21 gennaio 1992, mentre rientrava a casa dopo aver pregato davanti al Santissimo – fu rapita e aggredita mortalmente; la giovane, anche in quel caso, difese la sua castità e si prese 14 coltellate: lo stesso numero di quelle inferte a santa Maria Goretti. Anche Marta Obregón è quindi espressione e parte di una «categoria non più sostenibile», per dirla secondo le tre teologhe tedesche? Sarebbe davvero interessante capirlo. Intanto, possiamo concludere come la loro critica paia estremamente fragile e ideologica.
Non si può definire diversamente uno sguardo ad una santa filtrato da una prospettiva che pare più femminista che cristiana. La sensazione, andando anche oltre questo discorso, è che il vero problema sia un altro e cioè non l’esistenza d'una o più «martiri della purezza», bensì della «purezza» stessa. È questo che spiazza davvero la mentalità mondana. È questo che interroga e imbarazza. È questo valore che, alla fine, risulta davvero divisivo e chiede di essere ammirato e seguito o abbandonato. Tutto sta nell’obiettivo che non come donne ma come cristiani in senso lato ci si pone. Se quello di vivacchiare, per citare un altro santo ricordato in questi giorni, Pier Giorgio Frassati (1901-1925) – o di vivere rivolti verso l’alto. Si possono fare mille divagazioni e puntualizzazioni, ma il punto vero è tutto qui. (Foto: Screenshot, Tv2000.it – YouTube/Katholisch.de)
3 luglio 2026
Il Crocifisso Silenzioso di Natalia Ginzurg, di famiglia ebraica cresciuta con educazione atea che nel 1947 aderì al Partito Comunista Italiano
Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule della Scuola. II nostro è uno stato laico che non ha diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso... A me dispiace che il crocefisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato...
II crocifisso non genera nessuna discriminazione. È muto e silenzioso. C’è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte del muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa di particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati.
Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non e forse morto nel martirio, come e accaduto a milioni di ebrei nei lager? II crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. II crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo, cancella l’idea di Dio ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli: tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola.
Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se nonsiamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici, portiamo o porteremo il peso di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici. Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto “ama il prossimo come te spesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade.
Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l’esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando esattamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a vedere quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte del muro. Ma se ci viene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati”. Quando e dove saranno saziati? In Cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti.
2 luglio 2026
Scomunica anche per i fedeli che aderiscono allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Prot. N. 99/2009
DECRETO
Nonostante le ammonizioni rivolte al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San PioX, il Vescovo Alfonso de Galarreta, avendo compiuto un atto di natura scismatica mediante la consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontàdel Sommo Pontefice, è incorso ipso facto nelle pene previste dal can. 1387 e dal can. 1364 §1 CIC 2021.
Dichiaro dunque a tutti gli effetti giuridici che sia il suddetto Vescovo Alfonso de Galarreta sia Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica.
Dichiaro inoltre che il Vescovo Bernard Fellay, avendo partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come conconsacrante, avendo così aderito pubblicamente all'atto scismatico, è incorso nella scomunica latae sententiae prevista dal can. 1364 § 1 CIC 2021.
Si ammoniscono i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto nella pena della scomunica latae sententiae.
Dal Palazzo del Dicastero, 2 luglio 2026
- I ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici (cfr. Ecclesia Dei, 5 c; Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Nota esplicativa sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre, 24.08.1996, 5-6), risultando soggetti alla scomunica prevista dal diritto (can. 1364 § 1 CJC).
- Per quanto concerne i fedeli laici, sono da ritenersi scismatici e scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibidem, 7), ancora vigente, che questo Dicastero fa propria.
- Si avverte, infine, il santo Popolo di Dio che i ministri sacri della Fraternità Sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi.
12 giugno 2026
Messaggio del Santo Padre Leone XIV ai sacerdoti in occasione della giornata per la santificazione sacerdotale
Carissimi fratelli sacerdoti,
nel giorno in cui la Chiesa contempla il Cuore trafitto del suo Signore, da cui scaturisce una fonte inesauribile di pace e unità per tutto il genere umano, rivolgo anzitutto a me stesso e a tutti voi le parole che Dio indirizzò al popolo di Israele: «Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2; cfr 1Pt 1,16). Questa chiamata divina attraversa i secoli, risuonando anche oggi con forza per ogni credente e, in modo particolarmente esigente, per noi sacerdoti. La santità non è un’opzione fra le tante né un ideale astratto: chiama in causa la stessa identità di ogni persona che vuole partecipare alla vita del Risorto.
Santità è partecipazione al mistero di Cristo
Dio ci invita a partecipare alla sua stessa santità. Quando ci chiama ad essere santi perché Egli è santo, ci indica la via da percorrere: lasciarci plasmare secondo il suo Cuore. E per noi, carissimi fratelli, questa chiamata è particolarmente radicale. Il Signore ha promesso: «Vi darò pastori secondo il mio cuore, che vi guideranno con scienza e intelligenza» (Ger 3,15). La santità che ci è richiesta è un abbandono fiducioso: lasciarci trasformare dal suo Santo Spirito. Eppure proprio qui emerge il grande paradosso della nostra vita sacerdotale: siamo chiamati a partecipare alla stessa santità di Dio, ma portiamo questo tesoro in vasi di creta (cfr 2Cor 4,7), siamo limitati e imperfetti, spesso segnati da debolezze e stanchezze, talvolta da ferite. Come può un cuore umano, così vulnerabile, rispondere a una chiamata così alta? Il sacerdote vive questa tensione, ma sa dove trovare pace: nel costato aperto del Signore Gesù.
Un cammino di unione
L’unione del nostro cuore con il Cuore di Cristo non è una esperienza riservata a pochi eletti, ma un cammino sacramentale, eucaristico, che si attua nel quotidiano. Carissimi fratelli, nell’Ordinazione siamo stati configurati a Cristo, ma occorre sempre ravvivare in noi il dono della grazia attraverso la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, il servizio umile ai fratelli e alle sorelle. Restiamo uniti a Cristo in tutto: in ciò che facciamo e in ciò che ci accade quotidianamente. Allora la santità, invano cercata con sforzi isolati, si rivelerà per ciò che è: corrispondenza alla grazia che ci previene, ci sostiene, ci trasfigura. Non esistono, infatti, compartimenti separati nella nostra umanità. La preghiera, il ministero, le relazioni, la stanchezza, le gioie e i fallimenti, persino il tempo apparentemente perduto o l’amore che sembra sprecato, tutto diventa luogo privilegiato del rivelarsi di Dio e del suo amore infinito.
Il sacerdote con un cuore integro, semplice e puro, è contemplativo nel mezzo dell’azione, misericordioso, fedele nella prova, gioioso nel dono di sé. Il mondo ha un grande bisogno di pastori che non offrano solo parole o programmi, ma la testimonianza viva di un cuore riconciliato, diffondendo il buon profumo della santità di Cristo. Una vita sacerdotale salda e configurata al Cuore di Gesù è segno credibile di unità, di pace e di misericordia. Così, in un tempo segnato da divisioni e paure, possiamo essere costruttori di pace, testimoni della tenerezza del Buon Pastore, che sa radunare chi è disperso e curare chi è ferito, e il nostro zelo non è agitazione, ma il traboccare di un amore che «è estasi, è uscita, è dono, è incontro» (Francesco, Lett. enc. Dilexit nos, 28).
Il Cuore di Cristo è il cuore dei santi
La risposta alla vocazione ad essere santi non sta tanto nello sforzo di ascesi e perfezione, pur necessario, ma nell’adesione fiduciosa all’amore rivelato nel Cuore trafitto di Gesù. L’apostolo Giovanni ci fa contemplare il costato aperto del Crocifisso (cfr Gv 19,34), in cui Dio ci mostra definitivamente come Egli sia santo: non nella distanza inaccessibile di una perfezione separata, ma in un amore che si dona sino a farsi ferire e che può quindi diventare sorgente di misericordia e di vita. Il Sacro Cuore di Gesù è icona per eccellenza dell’amore di Dio: un amore onnipotente proprio perché capace di farsi vulnerabile, di mutare il dolore in grazia, la sofferenza in speranza.
Quel Cuore benedetto dunque è il “luogo” in cui la santità si mostra come prossimità e tenerezza. La santità del sacerdote allora può manifestarsi nella vicinanza umile e coraggiosa, nell’essere di tutti e per tutti, tenendo aperta la porta del recinto affinché molti possano entrare e trovare pascolo e riposo (cfr Gv 10,9). Per questo, ci è richiesta una relazione con Dio che non ci allontani dagli uomini, ma ci renda prossimi per tutti, che plasmi cuori pazienti, teneri, capaci di vicinanza, di compassione e di ascolto. Così, per mezzo dell’unione del nostro cuore imperfetto con il Cuore trafitto di Gesù, si realizza il nostro cammino di santità. Non viviamo più noi, ma vive in noi Cristo (cfr Gal2,20). Una santità così non si vive da soli. Abbiate cura della fraternità presbiterale: cercatevi, ascoltatevi, sostenetevi. Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce. Ce lo ricorda ancora Sant’Agostino: «Come non trovarci nelle tenebre? Amando i fratelli. Quale la prova che amiamo i fratelli? Questa: che non rompiamo l’unità e osserviamo la carità» (In Epist. Io. ad Parthos II, 3).
Carissimi sacerdoti, rinnovate ogni giorno il vostro “eccomi” davanti al Cuore trafitto di Cristo. Consegnatevi totalmente a Lui, affinché possiate amare il suo popolo con lo stesso amore con cui Egli lo ama. E ricordate con gioia, come amava ripetere il Santo Curato d’Ars, che «il sacerdozio è l’amore del Cuore di Gesù» (cfr Benedetto XVI, Lettera per l’Indizione dell’Anno Sacerdotale [16 giugno 2009]: AAS 101 [2009], 569). Questo amore è caparra e garanzia che nulla di noi sarà perduto, se tutto di noi sarà consegnato e offerto. Affido tutti e ciascuno alla Vergine Maria, Madre dei Sacerdoti. Lei, che custodì nel suo cuore il mistero del Figlio, ci insegni a custodire e far battere in noi il Cuore di Cristo, Salvatore del mondo.
12 giugno 2026, Solennità del Sacro Cuore di Gesù.
LEONE PP. XIV
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