6 luglio 2026

Teologhe tedesche contro Maria Goretti: «Modello problematico per le donne»

In questo giorno la Chiesa cattolica celebra Santa Maria Goretti (1890–1902), la bambina di 11 anni che, come noto, venne uccisa per aver difeso la sua purezza da un tentativo di stupro e che, durante la sua agonia, perdonò il suo aggressore, Alessandro Serenelli (1882–1970). Elogiata come «piccola e dolce martire della purezza» da Papa Pio XII, Maria Goretti è una figura di enorme spessore anche perché, come rimarcato dal suo biografo Giovanni Alberti, «non è stata la santa dei ‘cinque minuti’», dato che anche prima del suo martirio la sua era già «una storia di fede e di devozione che, seppure tra molteplici difficoltà e disagi, la piccola viveva in seno alla propria famiglia».

Basti qui ricordare che, quando morì il padre Luigi, Maria aiutò la madre, Assunta, nelle faccende domestiche e nella cura dei suoi cinque fratelli; e preferiva mangiare gli avanzi per poter sfamare gli altri. Degno di nota, inoltre, è lo stile di vita e l’atteggiamento che la giovane aveva di fronte alle circostanze della vita. Arrivava per esempio ad incoraggiare la madre ad affrontare con fiducia le difficoltà («tutto ciò di cui abbiamo bisogno è che il Signore ci conceda la salute. La Provvidenza ci aiuterà») ed aveva un istintivo rifiuto per tutto ciò che poteva abbruttire l’anima; una volta, per dire, manifestò così la sua indignazione dopo aver sentito un giovane e una delle sue compagne scambiarsi parole oscene: «Se mai dovessi parlare in questo modo, preferirei morire».

La figura di santa Maria Goretti, dunque, è luminosa sotto ogni punto di vista anche al di là del suo martirio, che comunque ha cambiato per sempre, tra le altre, la vita del suo carnefice, dato che Serenelli trascorrerà i suoi ultimi anni di vita nel convento dei Cappuccini di Macerata, diventando anche terziario francescano. Di tutto questo e molto altro sembrano non tenere conto tre teologhe tedesche - Ute Leimgruber, Philippa Haase e Judith König -, le quali hanno pensato bene, proprio in questo giorno, di firmare sul portale Katholisch.de un lungo articolo intitolato Maria Goretti als Märtyrerin der Reinheit? Zeit für eine Intervention, traducibile come «Maria Goretti, martire della purezza? È tempo di ripensare questa interpretazione».

In estrema sintesi, la tesi delle tre è che l’idea di Maria Goretti come «martire della purezza» non sia più sostenibile e, anzi, sia problematica per le donne e le ragazze di oggi. Questo perché, secondo Haase e colleghe, la narrazione gorettiana sposterebbe la responsabilità della violenza dal carnefice alla vittima. Presentare la difesa della «purezza» fino alla morte come un ideale – secondo queste studiose - suggerisce che le donne siano le «custodi» della propria integrità sessuale, mentre la sessualità maschile viene vista come una forza incontrollabile e, in definitiva, senza vera responsabilità. Inoltre, la santità dell’undicenne sarebbe pericolosa perché veicolerebbe il messaggio tale per cui sia meglio morire, pur di difendere la propria verginità.

Ancora, Maria Goretti sarebbe un modello che ferirebbe le vittime di abusi, perché proporre una santa che ha resistito fino alla morte creerebbe un confronto doloroso che genera profondi sensi di colpa e vergogna in chi è sopravvissuta alla violenza, portandola a chiedersi perché non abbia agito allo stesso modo. Dulcis in fundo, la venerazione di Maria Goretti spesso rifletterebbe i cosiddetti «miti dello stupro», dove il corpo femminile - anche quello di una bambina di undici anni - viene visto come una tentazione per l'uomo, giustificando implicitamente l'aggressione come una reazione «naturale». Ora, com’è evidente le tre teologhe tedesche fanno molta e grave confusione su parecchi aspetti.

In primo luogo, esse considerano Maria Goretti “solo” per la sua tragica fine mentre invece, come si ricordava in apertura, la giovane santa ha dato prova, appunto, della sua santità anche su molti altri aspetti. In seconda battuta, non solo l’esempio gorettiano ma quello di ogni santo – a ben vedere – segna un abisso tra l’uomo mediamente inteso e chi riesce a vivere con radicalità il Vangelo. Il punto è che, ragionando come Haase e colleghe, dovremmo abolire ogni modello di santità (e magari, già che ci siamo, lo stesso concetto di peccato) per evitare i presunti «sensi di colpa» di chi non riesce a vivere come Dio comanda. Ancora, le tre teologhe tedesche forse non hanno un problema con santa Maria Goretti ma con il cristianesimo.

L’esempio gorettiano, infatti, nella storia è stato preceduto ma anche seguito da quello – del tutto simile - di diverse altre donne. Basti pensare alla vicenda della spagnola Marta Obregón (1969-1992) la quale – la notte del 21 gennaio 1992, mentre rientrava a casa dopo aver pregato davanti al Santissimo – fu rapita e aggredita mortalmente; la giovane, anche in quel caso, difese la sua castità e si prese 14 coltellate: lo stesso numero di quelle inferte a santa Maria Goretti. Anche Marta Obregón è quindi espressione e parte di una «categoria non più sostenibile», per dirla secondo le tre teologhe tedesche? Sarebbe davvero interessante capirlo. Intanto, possiamo concludere come la loro critica paia estremamente fragile e ideologica.

Non si può definire diversamente uno sguardo ad una santa filtrato da una prospettiva che pare più femminista che cristiana. La sensazione, andando anche oltre questo discorso, è che il vero problema sia un altro e cioè non l’esistenza d'una o più «martiri della purezza», bensì della «purezza» stessa. È questo che spiazza davvero la mentalità mondana. È questo che interroga e imbarazza. È questo valore che, alla fine, risulta davvero divisivo e chiede di essere ammirato e seguito o abbandonato. Tutto sta nell’obiettivo che non come donne ma come cristiani in senso lato ci si pone. Se quello di vivacchiare, per citare un altro santo ricordato in questi giorni, Pier Giorgio Frassati (1901-1925) – o di vivere rivolti verso l’alto. Si possono fare mille divagazioni e puntualizzazioni, ma il punto vero è tutto qui. (Foto: Screenshot, Tv2000.it – YouTube/Katholisch.de)


IlTimone

3 luglio 2026

Il Crocifisso Silenzioso di Natalia Ginzurg, di famiglia ebraica cresciuta con educazione atea che nel 1947 aderì al Partito Comunista Italiano

Sul muro di una cantina di Colonia, dove erano rimasti nascosti alcuni ebrei durante l’ultima guerra mondiale, fu ritrovato questo graffito: «Credo nel sole, anche quando non splende; credo nell’amore, anche quando non lo sento; credo in Dio, anche quando tace». Una confessione di fede attualissima in questa vigilia di Pasqua 2018. E noi – a dispetto di quanto attorno a noi, fin quasi dentro le nostre strade e i cortili dei condomini, parla di dolore, di lutti e di odio – non vogliamo rinunciare a quel Segno che ci apre alla speranza. Per questo proponiamo questo articolo, pubblicato sul quotidiano l’Unità, il 22 marzo 1988, esattamente trent’anni fa. Lo scrisse la scrittrice Natalia Ginzburg (Palermo, 1916 – Roma, 1991), figura di primo piano nella letteratura italiana del Novecento.


Il Crocifisso silenzioso

Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule della Scuola. II nostro è uno stato laico che non ha diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso... A me dispiace che il crocefisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato...

II crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo forse smettere di dire cosi?

II crocifisso non genera nessuna discriminazione. È muto e silenzioso. C’è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte del muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa di particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati.

Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non e forse morto nel martirio, come e accaduto a milioni di ebrei nei lager? II crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. II crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo, cancella l’idea di Dio ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli: tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se nonsiamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici, portiamo o porteremo il peso di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici. Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto “ama il prossimo come te spesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade.

Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l’esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando esattamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a vedere quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte del muro. Ma se ci viene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati”. Quando e dove saranno saziati? In Cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti.

Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi non farebbe che scacciare mercanti. Per i veri cattolici, deve essere arduo e doloroso muoversi nel cattolicesimo quale è oggi, muoversi in questa poltiglia schiumosa che è diventato il cattolicesimo, dove politica e religione sono sinistramente mischiate. Deve essere arduo e doloroso, per loro, districare da questa poltiglia l’integrità e la sincerità della propria fede. lo credo che i laici dovrebbero pensare più spesso ai veri cattolici. Semplicemente per ricordarsi che esistono, e studiarsi di riconoscerli, nella schiumosa poltiglia che è oggi il mondo cattolico e che essi giustamente odiano. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde dei mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. È tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri”.

Natalia Ginzburg

2 luglio 2026

Scomunica anche per i fedeli che aderiscono allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X



Decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede,
02.07.2026

[B0568]

Prot. N. 99/2009

DECRETO

Nonostante le ammonizioni rivolte al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San PioX, il Vescovo Alfonso de Galarreta, avendo compiuto un atto di natura scismatica mediante la consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontàdel Sommo Pontefice, è incorso ipso facto nelle pene previste dal can. 1387 e dal can. 1364 §1 CIC 2021.

Dichiaro dunque a tutti gli effetti giuridici che sia il suddetto Vescovo Alfonso de Galarreta sia Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica.

Dichiaro inoltre che il Vescovo Bernard Fellay, avendo partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come conconsacrante, avendo così aderito pubblicamente all'atto scismatico, è incorso nella scomunica latae sententiae prevista dal can. 1364 § 1 CIC 2021.

Si ammoniscono i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto nella pena della scomunica latae sententiae.

Dal Palazzo del Dicastero, 2 luglio 2026

Víctor M. Card. Fernández
Prefetto

John J. Kennedy
Arcivescovo tit. di Ossero
Segretario per la Sezione Disciplinare

Mons. Armando Matteo
Segretario per la Sezione Dottrinale



Nota Esplicativa del Dicastero per la Dottrina della Fede, 02.07.2026

[B0568]

Prot. N. 99/2009

NOTA ESPLICATIVA

Dai tempi di San Paolo VI fino agli ultimi colloqui, svoltisi recentemente presso questo Dicastero, i molteplici tentativi di ricondurre gli aderenti al movimento iniziato da Mons. Marcel Lefebvre alla piena comunione con la Chiesa cattolica si sono rivelati vani. Tale situazione si è ulteriormente aggravata a causa delle recenti consacrazioni episcopali celebrate senza mandato pontificio, contro la volontà del Santo Padre, in aperta violazione del diritto canonico. Pertanto, questo Dicastero, nel fedele esercizio delle funzioni ad esso affidate, ritiene necessario rilevare che tale atto ha configurato il delitto di scisma, con le conseguenze canoniche per i ministri sacri e per i fedeli laici coinvolti. Infatti, come già dichiarato nel 1988, “tale disobbedienza - che porta con sé un rifiuto pratico del Primato romano - costituisce un atto scismatico” (cfr. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Ecclesia Dei, 3).

A tale riguardo, d’ora in poi:

  1. I ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici (cfr. Ecclesia Dei, 5 c; Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Nota esplicativa sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre, 24.08.1996, 5-6), risultando soggetti alla scomunica prevista dal diritto (can. 1364 § 1 CJC).
  2. Per quanto concerne i fedeli laici, sono da ritenersi scismatici e scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibidem, 7), ancora vigente, che questo Dicastero fa propria.
  3. Si avverte, infine, il santo Popolo di Dio che i ministri sacri della Fraternità Sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi.
La Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con sincero affetto e viva sollecitudine tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione. I Nunzi Apostolici disporranno delle procedure che gli Ordinari potranno utilizzare nei diversi casi.

Si esortano, infine, tutti i fedeli a rimanere saldi nella comunione con il Romano Pontefice, con i Vescovi in comunione con lui e con tutta la Chiesa (cfr. Lumen Gentium, 22; can. 751 CIC), e ad astenersi dal partecipare alle celebrazioni e attività promosse dalla suddetta Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Dal Palazzo del Dicastero, 2 luglio 2026

Víctor M. Card. Fernández
Prefetto

Mons. Armando Matteo
Segretario per la Sezione Dottrinale

John J. Kennedy
Arcivescovo tit. di Ossero
Segretario per la Sezione Disciplinare

[01078-IT.01] [Testo originale: Italiano]

[B0568-XX.01]

12 giugno 2026

Messaggio del Santo Padre Leone XIV ai sacerdoti in occasione della giornata per la santificazione sacerdotale

 

Solennità del Sacro Cuore di Gesù, 12 giugno 2026

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Carissimi fratelli sacerdoti,

nel giorno in cui la Chiesa contempla il Cuore trafitto del suo Signore, da cui scaturisce una fonte inesauribile di pace e unità per tutto il genere umano, rivolgo anzitutto a me stesso e a tutti voi le parole che Dio indirizzò al popolo di Israele: «Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2; cfr 1Pt 1,16). Questa chiamata divina attraversa i secoli, risuonando anche oggi con forza per ogni credente e, in modo particolarmente esigente, per noi sacerdoti. La santità non è un’opzione fra le tante né un ideale astratto: chiama in causa la stessa identità di ogni persona che vuole partecipare alla vita del Risorto.

Santità è partecipazione al mistero di Cristo

Dio ci invita a partecipare alla sua stessa santità. Quando ci chiama ad essere santi perché Egli è santo, ci indica la via da percorrere: lasciarci plasmare secondo il suo Cuore. E per noi, carissimi fratelli, questa chiamata è particolarmente radicale. Il Signore ha promesso: «Vi darò pastori secondo il mio cuore, che vi guideranno con scienza e intelligenza» (Ger 3,15). La santità che ci è richiesta è un abbandono fiducioso: lasciarci trasformare dal suo Santo Spirito. Eppure proprio qui emerge il grande paradosso della nostra vita sacerdotale: siamo chiamati a partecipare alla stessa santità di Dio, ma portiamo questo tesoro in vasi di creta (cfr 2Cor 4,7), siamo limitati e imperfetti, spesso segnati da debolezze e stanchezze, talvolta da ferite. Come può un cuore umano, così vulnerabile, rispondere a una chiamata così alta? Il sacerdote vive questa tensione, ma sa dove trovare pace: nel costato aperto del Signore Gesù.

Un cammino di unione

L’unione del nostro cuore con il Cuore di Cristo non è una esperienza riservata a pochi eletti, ma un cammino sacramentale, eucaristico, che si attua nel quotidiano. Carissimi fratelli, nell’Ordinazione siamo stati configurati a Cristo, ma occorre sempre ravvivare in noi il dono della grazia attraverso la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, il servizio umile ai fratelli e alle sorelle. Restiamo uniti a Cristo in tutto: in ciò che facciamo e in ciò che ci accade quotidianamente. Allora la santità, invano cercata con sforzi isolati, si rivelerà per ciò che è: corrispondenza alla grazia che ci previene, ci sostiene, ci trasfigura. Non esistono, infatti, compartimenti separati nella nostra umanità. La preghiera, il ministero, le relazioni, la stanchezza, le gioie e i fallimenti, persino il tempo apparentemente perduto o l’amore che sembra sprecato, tutto diventa luogo privilegiato del rivelarsi di Dio e del suo amore infinito.

Il sacerdote con un cuore integro, semplice e puro, è contemplativo nel mezzo dell’azione, misericordioso, fedele nella prova, gioioso nel dono di sé. Il mondo ha un grande bisogno di pastori che non offrano solo parole o programmi, ma la testimonianza viva di un cuore riconciliato, diffondendo il buon profumo della santità di Cristo. Una vita sacerdotale salda e configurata al Cuore di Gesù è segno credibile di unità, di pace e di misericordia. Così, in un tempo segnato da divisioni e paure, possiamo essere costruttori di pace, testimoni della tenerezza del Buon Pastore, che sa radunare chi è disperso e curare chi è ferito, e il nostro zelo non è agitazione, ma il traboccare di un amore che «è estasi, è uscita, è dono, è incontro» (Francesco, Lett. enc. Dilexit nos, 28).

Il Cuore di Cristo è il cuore dei santi

La risposta alla vocazione ad essere santi non sta tanto nello sforzo di ascesi e perfezione, pur necessario, ma nell’adesione fiduciosa all’amore rivelato nel Cuore trafitto di Gesù. L’apostolo Giovanni ci fa contemplare il costato aperto del Crocifisso (cfr Gv 19,34), in cui Dio ci mostra definitivamente come Egli sia santo: non nella distanza inaccessibile di una perfezione separata, ma in un amore che si dona sino a farsi ferire e che può quindi diventare sorgente di misericordia e di vita. Il Sacro Cuore di Gesù è icona per eccellenza dell’amore di Dio: un amore onnipotente proprio perché capace di farsi vulnerabile, di mutare il dolore in grazia, la sofferenza in speranza.

Quel Cuore benedetto dunque è il “luogo” in cui la santità si mostra come prossimità e tenerezza. La santità del sacerdote allora può manifestarsi nella vicinanza umile e coraggiosa, nell’essere di tutti e per tutti, tenendo aperta la porta del recinto affinché molti possano entrare e trovare pascolo e riposo (cfr Gv 10,9). Per questo, ci è richiesta una relazione con Dio che non ci allontani dagli uomini, ma ci renda prossimi per tutti, che plasmi cuori pazienti, teneri, capaci di vicinanza, di compassione e di ascolto. Così, per mezzo dell’unione del nostro cuore imperfetto con il Cuore trafitto di Gesù, si realizza il nostro cammino di santità. Non viviamo più noi, ma vive in noi Cristo (cfr Gal2,20). Una santità così non si vive da soli. Abbiate cura della fraternità presbiterale: cercatevi, ascoltatevi, sostenetevi. Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce. Ce lo ricorda ancora Sant’Agostino: «Come non trovarci nelle tenebre? Amando i fratelli. Quale la prova che amiamo i fratelli? Questa: che non rompiamo l’unità e osserviamo la carità» (In Epist. Io. ad Parthos II, 3).

Carissimi sacerdoti, rinnovate ogni giorno il vostro “eccomi” davanti al Cuore trafitto di Cristo. Consegnatevi totalmente a Lui, affinché possiate amare il suo popolo con lo stesso amore con cui Egli lo ama. E ricordate con gioia, come amava ripetere il Santo Curato d’Ars, che «il sacerdozio è l’amore del Cuore di Gesù» (cfr Benedetto XVI, Lettera per l’Indizione dell’Anno Sacerdotale [16 giugno 2009]: AAS 101 [2009], 569). Questo amore è caparra e garanzia che nulla di noi sarà perduto, se tutto di noi sarà consegnato e offerto. Affido tutti e ciascuno alla Vergine Maria, Madre dei Sacerdoti. Lei, che custodì nel suo cuore il mistero del Figlio, ci insegni a custodire e far battere in noi il Cuore di Cristo, Salvatore del mondo.

12 giugno 2026, Solennità del Sacro Cuore di Gesù.

LEONE PP. XIV

Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana

3 giugno 2026

Le origini della festa del Corpus Domini

La solennità del Sacratissimo Corpo e Sangue di Cristo o più semplicemente definita Corpus Domini è celebrata nella Chiesa Cattolica il giovedì dopo la domenica della Santissima Trinità oppure è trasferita alla domenica successiva. La solennità fu istituita per onorare la presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento sostenuta ed incoraggiata anche dai numerosi miracoli eucaristici di cui la storia della Chiesa rifulge. Nello specifico, ricordiamo le visioni di Santa Giuliana di Mont Cornillon e il miracolo di Bolsena, le quali saranno particolarmente decisive per l’indizione della solennità.

La visione di Santa Giuliana di Mont Cornillon
Santa Giuliana (1193-1258) fu sin da piccola molto devota del Santissimo Sacramento e da sempre aveva desiderato una festa speciale che ne celebrasse la grandezza e che sottolineasse la Presenza di Nostro Signore nel Tabernacolo. A partire dai 16 anni, Giuliana cominciò ad avere una visione che si ripeté svariate volte nella sua vita. La giovane vedeva una brillante luna piena che presentava però una macchia scura. Una volta, durante la visione, il Signore l’aiutò a comprenderne il significato. La luna rappresentava la Chiesa e quella macchia scura simboleggiava la mancanza di una grande festa liturgica in onore del Santissimo Sacramento. Santa Giuliana confessò la visione al vescovo di Liegi Robert de Thorete e a Jacques Pantaléon, il futuro papa Urbano IV. Il vescovo de Thorete fu molto colpito da questa richiesta del Cielo e nel 1246 convocò un sinodo che autorizzò la celebrazione di una festa dedicata a Nostro Signore nel Santissimo Sacramento – Corpus Domini – che si terrà nella sua stessa diocesi sin dal 1247.

Il Miracolo Eucaristico di Bolsena
Don Pietro da Praga era diventato molto incredulo nel suo amore per l’Eucaristia e aveva sviluppato diversi dubbi sul fatto che questo fosse il vero Corpo e Sangue di Nostro Signore. Nel 1263, mentre celebrava la Santa Messa nella Chiesa di Santa Cristina a Bolsena, allo spezzare del Pane, cominciò a fluire da esso il prezioso Sangue di Nostro Signore il quale macchiò i lini dell’altare, il corporale e persino il pavimento. Papa Urbano IV, che all’epoca risiedeva ad Orvieto, ordinò che i lini, impregnati dal prezioso sangue del Divin Redentore, fossero portati nel Duomo di Santa Maria Assunta ad Orvieto, dove sono custoditi ancora oggi.

Proclamazione della festa del Corpus Domini
L’11 agosto 1264, Papa Urbano IV pubblicò la bolla Transiturus de hoc mundo in cui, dopo aver esaltato l’amore di Nostro Signore Gesù Cristo espresso nella Santa Eucaristia, ordinò la celebrazione annuale della solennità del Corpus Domini per la Chiesa Universale. La bolla prevedeva poi varie indulgenze per i fedeli che partecipano alla Santa Messa e all’Ufficio. In occasione dell’istituzione di questa bellissima solennità San Tommaso d’Aquino si occupò della stesura della solenne liturgia che ancora oggi la contraddistingue.


Adoro Te devote

Adoro Te devote, latens Deitas,

Quae sub his figuris vere latitas:

Tibi se cor meum totum subiicit,

Quia te contemplans totum deficit.

Visus, tactus, gustus in te fallitur,

Sed auditu solo tuto creditur.

Credo quidquid dixit Dei Filius:

Nil hoc verbo Veritatis verius.

In cruce latebat sola Deitas,

At hic latet simul et humanitas;

Ambo tamen credens atque confitens,

Peto quod petivit latro paenitens.

Plagas, sicut Thomas, non intueor;

Deum tamen meum te confiteor.

Fac me tibi semper magis credere,

In te spem habere, te diligere.

O memoriale mortis Domini!

Panis vivus, vitam praestans homini!

Praesta meae menti de te vivere

Et te illi semper dulce sapere.

Pie pellicane, Iesu Domine,

Me immundum munda tuo sanguine.

Cuius una stilla salvum facere

Totum mundum quit ab omni scelere.

Iesu, quem velatum nunc aspicio,

Oro fiat illud quod tam sitio;

Ut te revelata cernens facie,

Visu sim beatus tuae gloriae.

https://www.divinarivelazione.org/le-origini-della-festa-del-corpus-domini/

29 maggio 2026

“Pregare è meglio che dormire”. È la formula del fajr, la preghiera islamica dell’alba che d’estate in Italia cade prima delle quattro di mattina

A Genova la sveglia la punta il muezzin



La resa all’occupazione dei spazio sonoro di un culto senza accordo con lo Stato

Nel quartiere Cornigliano l’adhān risuona cinque volte al giorno. Telenord lo ha filmato. I residenti lo subiscono. La politica finge di non sentire.

“Pregare è meglio che dormire”. È la formula del fajr, la preghiera islamica dell’alba che d’estate in Italia cade prima delle quattro di mattina.

Non viene sussurrata a porte chiuse. Attraversa i muri, entra nelle camere di chi non l’ha scelta, sveglia chi l’indomani lavora.

E non proviene da moschee riconosciute, in tutta Italia se ne contano dieci, ma da garage, capannoni, ex supermercati, appartamenti, che i Comuni chiamano “centri culturali” per non doverli chiudere.

Genova non è un’eccezione. È la regola. Gli esempi si moltiplicano più velocemente della capacità di raccontarli.

A Civitella di Romagna un appartamento si è trasformato in minareto: nessun luogo di culto autorizzato nella zona, il sindaco costretto ad andare in televisione nazionale per ricordare che le regole valgono per tutti.

A Padova, via Turazza, i canti vanno avanti giorno e notte, centinaia di fedeli pregano sui marciapiedi, chi protesta viene minacciato di morte.

A Udine il muezzin ha cantato dalle tre alle quattro e mezza di notte durante il Ramadan.

A Carnate, in Brianza, la moschea funzionava in un ex supermercato sotto i portici di un condominio.

A Milano, lungo via Padova, tre centri di preghiera in poche centinaia di metri e un quarto in allestimento senza neppure il cartello lavori.

E questi sono solo i casi che hanno fatto notizia di recente.

Non è multiculturalismo. Non è libertà di culto. Non è convivenza. È islamizzazione strisciante dello spazio pubblico italiano, condotta nel disinteresse o nella complicità attiva di chi amministra.

Perché il vero scandalo non è il muezzin, anche se ci sarebbe da discuterne. È il sindaco che non lo ferma.

A Genova quel centro islamico non è nato ieri. La comunità comprò l’immobile nel 2001. Nel 2013 il sindaco Doria annunciò un “centro di cultura islamico con luogo di preghiera annesso” e si impegnò a trovare una sede migliore, più grande, più degna.

Vent’anni di radicamento con la benedizione istituzionale, in un quartiere che ha il reddito più basso della città – 19.000 euro l’anno – e che la polizia presidia con operazioni straordinarie per il degrado.

La stessa benedizione che a Venezia ha prodotto sette candidati bengalesi del PD distribuiti su tutta la terraferma come pedine su una scacchiera. Che ad Agrigento ha messo la professione di fede islamica in arabo su un manifesto elettorale.

Che a Monfalcone ha partorito una lista islamica al tre per cento con la promessa pubblica: “È solo l’inizio”.

Il muezzin all’alba è il versante acustico dello stesso progetto. Non è rumore. È rivendicazione territoriale.

Chi obietta tirando in ballo le campane mente sapendo di mentire. Le campane sono un suono senza contenuto verbale, regolato da decreti diocesani conformi alla legge sull’inquinamento acustico: dalle 7 alle 22 nei feriali, dalle 8 nei festivi, durata massima tre minuti.

Un parroco di Pramaggiore è stato multato di 1.400 euro nel 2025 per volume eccessivo. La Chiesa cattolica, protetta dal Concordato, accetta limiti, si autoregola, paga le sanzioni.

L’Islam in Italia non ha firmato mezza riga con lo Stato. Il Senato lo certifica: dodici confessioni acattoliche hanno sottoscritto l’intesa prevista dall’articolo 8 della Costituzione. Dai valdesi ai buddisti.

L’Islam no. Eppure pretende che il proprio credo attraversi i muri delle case altrui. Prima dell’alba.

L’adhān non è un rintocco. È una professione di fede: “Allah è il più grande” ripetuto quattro volte, la shahāda e all’alba quella formula chirurgica – “pregare è meglio che dormire” – che non è un invito. È un programma.

Ahmad Mansour, il maggiore esperto europeo di integrazione, smontò la favola della convivenza acustica commentando il caso di Colonia: non si tratta di diversità, si tratta di potere. La moschea vuole visibilità. Il muezzin è una dimostrazione di potere.

Perfino l’Arabia Saudita l’ha capito prima dell’Italia. Nel 2021 Riad ha imposto il limite di un terzo del volume massimo agli altoparlanti delle moschee. Le preghiere non possono più essere diffuse integralmente dagli amplificatori esterni.

La Fondazione Oasis ha spiegato il meccanismo: un volume alto è stato storicamente strumento di islamizzazione dello spazio pubblico.

Il Paese che custodisce La Mecca riduce il volume nelle proprie moschee. L’Italia lo subisce nei propri garage abusivi.

E lo subisce sempre negli stessi posti. Nelle periferie, non nei quartieri con il portiere. Dove il reddito medio è 19.000 euro, non dove ne dichiarano 50.000. Il muezzin all’alba non sveglia chi ha l’avvocato e i doppi vetri.

Sveglia chi ha le tapparelle rotte, il turno alle sei e nessun assessore a cui telefonare.

L’occupazione dello spazio pubblico – elettorale, urbanistico, acustico – sceglie sempre i quartieri che non sanno difendersi. I quartieri dove tra qualche anno la lista islamica non prenderà il tre per cento ma il quindici, perché nel frattempo gli italiani che potevano permetterselo se ne sono andati.

Non servono leggi nuove. Basta applicare la 447 del 1995, l’articolo 844 del codice civile, il 659 del codice penale. Le leggi ci sono. Mancano i sindaci disposti a farle valere, senza guardare a chi prega dentro il capannone trasformato in sala di preghiera.

Manca il coraggio di dire ciò che ogni residente sa e non può dire senza essere chiamato razzista.

Un Paese in cui il muezzin sveglia i quartieri prima dell’alba da minareti, che in Italia non sono mai stati autorizzati, e lo fa nel colpevole silenzio delle istituzioni, non è un Paese tollerante.

È un Paese che si sta arrendendo.

A Mazara del Vallo l’ex sindaco disse che il muezzin “fa parte della nostra cultura”. Là la kasbah ha mille anni e i musulmani sono il venti per cento della popolazione.

A Cornigliano il centro islamico ha vent’anni e la cultura del quartiere è fatta di portuale, di acciaio, di operai liguri che alle cinque di mattina vanno a lavorare, non a pregare. Nessuna kasbah. Nessuna tradizione condivisa. Solo l’adhān prima dell’alba e un Comune che guarda altrove.

Quando un culto senza accordo con lo Stato occupa lo spazio sonoro di un quartiere da strutture abusive e le autorità non intervengono, quando chi protesta viene zittito e chi denuncia viene chiamato intollerante, non siamo di fronte a un problema di decibel.

Siamo di fronte a una resa. Non solo genovese. E le rese non sono mai finite bene per chi le ha firmate.

Roberto Riccardi - Nuovo Giornale Nazionale

18 aprile 2026

L'imam insegna il "catechismo" islamico in parrocchia. E il vescovo assiste

Dopo aver ceduto lo scorso anno la parrocchia per la fine del Ramadan, stasera a Brindisi l'imam sale sul pulpito per catechizzare fedeli e vescovo sull'islam. Succede nella parrocchia di San Lorenzo, il quale fu assistente delle truppe cristiane contro i turchi. Dopo anni a condannare il proselitismo, ci portiamo in casa "l'apostolato" musulmano.


Il “catechismo” islamico si fa in parrocchia per islamizzare quel che resta dei fedeli cattolici. Ha dello sconcertante la deriva “cattomana” che proviene dalla Diocesi di Brindisi dove già lo scorso anno c’erano state le prime avvisaglie di cedimento alla locale comunità musulmana da parte di una parrocchia. Allora erano stati i musulmani a invitare islamici e non alla cena di chiusura del Ramadan nella chiesa di San Carlo di Brindisi. Oggi il piano si è inclinato ancora di più: stasera, infatti, assisteremo al primo catechismo islamico fatto in una struttura ecclesiale. E il vescovo assisterà alla lezione dell’imam.

Succede nella parrocchia di San Lorenzo da Brindisi (quartiere Sant’Elia), che stasera a partire dalle 19.15 aprirà le porte per un intervento dell’imam della locale comunità islamica Khaled Bouchelaghem, il quale, come scrivemmo già lo scorso anno, ha evidentemente “piantato le tende” in casa cattolica, confermando, tra l’altro quanto prescritto nelle sure coraniche secondo cui dove arriva l’Islam quello è territorio dell’Islam. Con lui ci sarà anche il vescovo della Diocesi di Brindisi-Ostuni monsignor Giovanni Intini, al quale sono affidate le conclusioni della serata.


L’intento, ovviamente, è sempre quello di favorire il dialogo, così come spiegato sul sito della Diocesi che sostiene l’iniziativa della parrocchia, giustificata dall’ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso dallo slogan «se conosci bene l’altro lo ami davvero», frase che sembra scolpita su chissà quale tavola nella pietra, ma che in realtà è stata coniata da Marco Impagliazzo della Comunità di San’Egidio.



Conosci l’Islam?”. Questo il titolo dell’incontro che è finalizzato unicamente a dare la parola all’Imam affinché, una volta salito in cattedra, catechizzi i malcapitati parrocchiani con la ormai consueta tecnica della dissimulazione. Curioso il punto di domanda messo alla fine, segno che la provocazione è quella di dire sottotraccia: dato che noi non conosciamo l’Islam, ce lo facciamo raccontare da loro.

A questo punto si potrebbe anche buttarla sull’ironia e rispondere che l’Islam, se lo conosci lo eviti, ma sarebbe una frase islamofobica che non si armonizzerebbe con l’intento cedevole di regalare ai seguaci di Maometto un formidabile e gratuito pulpito di indottrinamento.

Una situazione, questa, che farebbe rivoltare dal sepolcro gli 800 martiri della vicina Otranto, i quali potrebbero rispondere alla domanda mostrando il sacrificio della loro vita, dato che l’Islam che loro hanno conosciuto non è certo quello edulcorato e dissimulato che verrà presentato stasera.

Ma questa è una domanda che andrebbe posta anche al patrono della chiesa di Brindisi, quel San Lorenzo proclamato doctor apostolicus in tempi recenti da Papa Giovanni XXIII e che, che coincidenza!, nel 1601 volle farsi arruolare tra i 4 cappellani che diedero conforto spirituale alle truppe cattoliche durante la guerra contro i Turchi in Ungheria, tra l’altro, raccontano le cronache, distinguendosi per la sua fermezza di valori. Ironia della sorte o se vogliamo, un vero e proprio affronto al santo, che per difendere i cristiani dagli islamici non esitò a esporsi alla morte in battaglia mettendo in conto anche il martirio. Questioni giudicate troppo polverose, evidentemente, di cui la Diocesi di Brindisi-Ostuni ha deciso di farsi beffe.

Così come è altrettanto evidente che se un vescovo propone ai fedeli di essere catechizzati sulla religione maomettana, caldeggiando tra l’altro la presenza «di comunità parrocchiali, comunità religiose, operatori ecclesiali, aggregazioni, insegnanti IRC, insegnanti e docenti, associazioni territoriali e social media», è perché, molto probabilmente, ritiene che non ci sia bisogno granché di conoscere la dottrina, la storia e il magistero cattolico, non perché tutti lo conoscano, ma perché superfluo ostacolo al pieno raggiungimento del dialogo.

Di questo passo, c’è da scommetterlo, il prossimo anno potremo assistere alla preghiera coranica direttamente in chiesa o in una sua struttura ad essa collegata. A nessuno dalle parti di Brindisi è venuto il dubbio sul perché nei paesi a maggioranza islamica, i cattolici non potrebbero mai andare in una moschea a presentare la loro religione? Magari come fece San Francesco davanti al sultano? Semplice: perché questa verrebbe vista come un’azione di proselitismo, che da quelle parti sono pronti a punire severamente.

Noi, invece, il proselitismo, l’evangelizzazione, l’apostolato “dei lontani” li abbiamo banditi schifati come una bestemmia, cosicché, invece di preoccuparsi semmai di catechizzare gli islamici che giungono sulle nostre coste, ci facciamo volentieri catechizzare da loro. Ma questo non è forse un proselitismo al contrario che ha come effetto la cancellazione della fede cattolica? E il vescovo, una volta perso questo “sale” con quale autorevolezza potrà proclamare le verità della fede cristiana a tutti, se lui, per primo quelle verità, come ad esempio che Gesù Cristo è l’unico Signore, è pronto a calpestarle? Interessante menù, eccellenza, ma ci dica: fate anche qualcosa di cattolico? 

LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA