29 dicembre 2017

Il Papa in lotta contro Satana

Nei primi cinque anni di pontificato Francesco ha citato numerosissime volte il diavolo, insistendo non soltanto sulla sua esistenza ma anche sulla sua pericolosità



L’ha citato in cinque anni più di quanto abbiano fatto insieme i suoi predecessori nell’ultimo mezzo secoloper Papa Bergoglio il diavolo e la sua capacità di dividere sono argomenti comuni nella sua predicazione quotidiana. Una predicazione controcorrente, dato che il Maligno è stato per lungo tempo un grande assente. Ecco una piccola e incompleta rassegna di citazioni. 

Francesco ne ha parlato l’ultima volta con un gruppo di gesuiti durante il recente viaggio in Myanmar, riferendosi ai Rohingya e più in generale alla situazione dei profughi: «Oggi si discute tanto su come salvare le banche… Ma chi salva la dignità di uomini e donne oggi? La gente che va in rovina non interessa più a nessuno. Il diavolo riesce ad agire così nel mondo di oggi». 

Fin dall’omelia della prima messa concelebrata con i cardinali nella Cappella Sistina all’indomani dell’elezione, il 14 marzo 2013, Bergoglio, citando una frase di Léon Bloy, aveva affermato: «Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo». Il giorno dopo, incontrando i cardinali riuniti nella Sala Clementina, il nuovo Pontefice, abbandonando il discorso scritto, aveva detto: «Non cediamo mai al pessimismo, a quell’amarezza che il diavolo ci offre ogni giorno».  

Rivolgendosi alla Gendarmeria vaticana il 28 settembre 2013 Francesco ricordava che «il diavolo cerca di creare la guerra interna, una sorta di guerra civile e spirituale». Nell’omelia di Santa Marta il 14 ottobre 2013 il Papa argentino invitava a non confondere la presenza del diavolo con le malattie psichiche: «No! La presenza del demonio è nella prima pagina della Bibbia». 

Il 29 settembre 2014, nella messa in Santa Marta Bergoglio spiegava che «Satana è nemico dell’uomo ed è astuto perché presenta le cose come se fossero buone, ma la sua intenzione è distruggerlo, magari con motivazioni umanistiche».  

Il 3 ottobre 2015, rivolgendosi alla Gendarmeria vaticana, Francesco ricordava che «Satana è un seduttore, è uno che semina insidie e seduce col fascino, col fascino demoniaco, ti porta a credere tutto. Lui sa vendere con questo fascino, vende bene, ma paga male alla fine!».  

Il 12 settembre 2016 nell’omelia mattutina il Papa spiegava che «il diavolo ha due armi potentissime per distruggere la Chiesa: le divisioni e i soldi. Il diavolo semina gelosie, ambizioni, idee, ma per dividere! O semina cupidigia… È una guerra sporca quella delle divisioni è come un terrorismo». 

Il 13 ottobre 2017 Francesco ha descritto l’azione «che il diavolo lentamente fa, nella nostra vita, per cambiare i criteri, per portarci alla mondanità. Si mimetizza nel nostro modo di agire, e noi difficilmente ce ne accorgiamo». 

E come non ricordare, infine, le parole con cui il Pontefice, nell’intervista con don Marco Pozza per Tv2000 sul Padre Nostro, ha ricordato che il diavolo «è una persona» e non bisogna «mai dialogare con Satana» perché «è più intelligente di noi».  

27 dicembre 2017

“Senza Gesù non c’è Natale; c'è un'altra festa, ma non il Natale!”

PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 27 dicembre 2017



Natale del Signore Gesù

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei soffermarmi con voi sul significato del Natale del Signore Gesù, che in questi giorni stiamo vivendo nella fede e nelle celebrazioni.

La costruzione del presepe e, soprattutto, la liturgia, con le sue Letture bibliche e i suoi canti tradizionali, ci hanno fatto rivivere «l’oggi» in cui «è nato per noi il Salvatore, il Cristo Signore» (Lc 2,11).

Ai nostri tempi, specialmente in Europa, assistiamo a una specie di “snaturamento” del Natale: in nome di un falso rispetto che non è cristiano, che spesso nasconde la volontà di emarginare la fede, si elimina dalla festa ogni riferimento alla nascita di Gesù. Ma in realtà questo avvenimento è l’unico vero Natale! Senza Gesù non c’è Natale; c'è un'altra festa, ma non il Natale. E se al centro c’è Lui, allora anche tutto il contorno, cioè le luci, i suoni, le varie tradizioni locali, compresi i cibi caratteristici, tutto concorre a creare l’atmosfera della festa, ma con Gesù al centro. Se togliamo Lui, la luce si spegne e tutto diventa finto, apparente. 

Attraverso l’annuncio della Chiesa, noi, come i pastori del Vangelo (cfr Lc 2,9), siamo guidati a cercare e trovare la vera luce, quella di Gesù che, fattosi uomo come noi, si mostra in modo sorprendente: nasce da una povera ragazza sconosciuta, che lo dà alla luce in una stalla, col solo aiuto del marito... Il mondo non si accorge di nulla, ma in cielo gli angeli che sanno la cosa esultano! Ed è così che il Figlio di Dio si presenta anche oggi a noi: come il dono di Dio per l’umanità che è immersa nella notte e nel torpore del sonno (cfr Is 9,1). E ancora oggi assistiamo al fatto che spesso l’umanità preferisce il buio, perché sa che la luce svelerebbe tutte quelle azioni e quei pensieri che farebbero arrossire o rimordere la coscienza. Così, si preferisce rimanere nel buio e non sconvolgere le proprie abitudini sbagliate.

Ci possiamo chiedere allora che cosa significhi accogliere il dono di Dio che è Gesù. Come Lui stesso ci ha insegnato con la sua vita, significa diventare quotidianamente un dono gratuito per coloro che si incontrano sulla propria strada. Ecco perché a Natale si scambiano i doni. Il vero dono per noi è Gesù, e come Lui vogliamo essere dono per gli altri. E, siccome noi vogliamo essere dono per gli altri, scambiamo dei doni, come segno, come segnale di questo atteggiamento che ci insegna Gesù: Lui, inviato dal Padre, è stato dono per noi, e noi siamo doni per gli altri.

L’apostolo Paolo ci offre una chiave di lettura sintetica, quando scrive - è bello questo passo di Paolo -: «E’ apparsa la grazia di Dio, che porta la salvezza a tutti gli uomini e che ci insegna a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt2,11-12). La grazia di Dio “è apparsa” in Gesù, volto di Dio, che la Vergine Maria ha dato alla luce come ogni bambino di questo mondo, ma che non è venuto “dalla terra”, è venuto “dal Cielo”, da Dio. In questo modo, con l’incarnazione del Figlio, Dio ci ha aperto la via della vita nuova, fondata non sull’egoismo ma sull’amore. La nascita di Gesù è il gesto di amore più grande del nostro Padre del Cielo.

E, infine, un ultimo aspetto importante: nel Natale possiamo vedere come la storia umana, quella mossa dai potenti di questo mondo, viene visitata dalla storia di Dio. E Dio coinvolge coloro che, confinati ai margini della società, sono i primi destinatari del suo dono, cioè - il dono - la salvezza portata da Gesù. Con i piccoli e i disprezzati Gesù stabilisce un’amicizia che continua nel tempo e che nutre la speranza per un futuro migliore. A queste persone, rappresentate dai pastori di Betlemme, «apparve una grande luce» (Lc 2,9-12). Loro erano emarginati, erano malvisti, disprezzati, e a loro apparve la grande notizia per prima. Con queste persone, con i piccoli e i disprezzati, Gesù stabilisce un’amicizia che continua nel tempo e che nutre la speranza per un futuro migliore. A queste persone, rappresentate dai pastori di Betlemme, apparve una grande luce, che li condusse dritti a Gesù. Con loro, in ogni tempo, Dio vuole costruire un mondo nuovo, un mondo in cui non ci sono più persone rifiutate, maltrattate e indigenti. 


Cari fratelli e sorelle, in questi giorni apriamo la mente e il cuore ad accogliere questa grazia. Gesù è il dono di Dio per noi e, se lo accogliamo, anche noi possiamo diventarlo per gli altri - essere dono di Dio per gli altri - prima di tutto per coloro che non hanno mai sperimentato attenzione e tenerezza. Ma quanta gente nella propria vita mai ha sperimentato una carezza, un'attenzione di amore, un gesto di tenerezza... Il Natale di spinge a farlo. Così Gesù viene a nascere ancora nella vita di ciascuno di noi e, attraverso di noi, continua ad essere dono di salvezza per i piccoli e gli esclusi.

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20171227_udienza-generale.html

26 dicembre 2017

“Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11).

"per loro non c’era posto nell’alloggio. Inevitabilmente sorge la domanda su come andrebbero le cose, se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta. ci sarebbe posto per loro? E poi ci viene in mente che questa notizia, apparentemente casuale, della mancanza di posto nell’alloggio che spinge la Santa Famiglia nella stalla, l’evangelista Giovanni l’ha approfondita e portata all’essenza scrivendo: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11). Così la grande questione morale su come stiano le cose da noi riguardo ai profughi, ai rifugiati, ai migranti ottiene un senso ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per lui? non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi? Ciò comincia col fatto che non abbiamo tempo per Dio. Quanto più velocemente possiamo muoverci, quanto più efficaci diventano gli strumenti che ci fanno risparmiare tempo, tanto meno tempo abbiamo a disposizione. E Dio? La questione che riguarda Lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è impostata in modo che Egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra bussare alla porta del nostro pensiero, Egli deve essere allontanato con qualche ragionamento. Per essere ritenuto serio, il pensiero deve essere impostato in modo da rendere superflua l’“ipotesi Dio”. Non c’è posto per Lui. Anche nel nostro sentire e volere non c’è lo spazio per Lui. Noi vogliamo noi stessi, vogliamo le cose che si possono toccare, la felicità sperimentabile, il successo dei nostri progetti personali e delle nostre intenzioni. Siamo completamente “riempiti” di noi stessi, così che non rimane alcuno spazio per Dio. E per questo non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri. A partire dalla semplice parola circa il posto mancante nell’alloggio possiamo renderci conto di quanto ci sia necessaria l’esortazione di san Paolo: “Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare!” (Rm 12,2).

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20121224_christmas.html

24 dicembre 2017

In queste ore che ci separano dal Natale, mi raccomando: trovate qualche momento per fermarvi in silenzio e in preghiera davanti al presepe, per adorare nel cuore il mistero del vero Natale, quello di Gesù, che si avvicina a noi con amore, umiltà e tenerezza.

PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
IV Domenica di Avvento, 24 dicembre 2017



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa domenica che precede immediatamente il Natale, ascoltiamo il Vangelo dell’Annunciazione (cfr Lc 1,26-38).
In questo brano evangelico possiamo notare un contrasto tra le promesse dell’angelo e la risposta di Maria. Tale contrasto si manifesta nella dimensione e nel contenuto delle espressioni dei due protagonisti. L’angelo dice a Maria: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (vv. 30-33). È una lunga rivelazione, che apre prospettive inaudite. Il bambino che nascerà da questa umile ragazza di Nazaret sarà chiamato Figlio dell’Altissimo: non è possibile concepire una dignità più alta di questa. E dopo la domanda di Maria, con cui lei chiede spiegazioni, la rivelazione dell’angelo diventa ancora più dettagliata e sorprendente.

Invece, la risposta di Maria è una frase breve, che non parla di gloria, non parla di privilegio, ma solo di disponibilità e di servizio: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (v. 38). Anche il contenuto è diverso. Maria non si esalta di fronte alla prospettiva di diventare addirittura la madre del Messia, ma rimane modesta ed esprime la propria adesione al progetto del Signore. Maria non si vanta. E' umile, modesta. Rimane come sempre.

Questo contrasto è significativo. Ci fa capire che Maria è veramente umile e non cerca di mettersi in mostra. Riconosce di essere piccola davanti a Dio, ed è contenta di essere così. Al tempo stesso, è consapevole che dalla sua risposta dipende la realizzazione del progetto di Dio, e che dunque lei è chiamata ad aderirvi con tutta sé stessa.

In questa circostanza, Maria si presenta con un atteggiamento che corrisponde perfettamente a quello del Figlio di Dio quando viene nel mondo: Egli vuole diventare il Servo del Signore, mettersi al servizio dell’umanità per adempiere al progetto del Padre. Maria dice: «Ecco la serva del Signore»; e il Figlio di Dio, entrando nel mondo dice: «Ecco, io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,7.9). L’atteggiamento di Maria rispecchia pienamente questa dichiarazione del Figlio di Dio, che diventa anche figlio di Maria. Così la Madonna si rivela collaboratrice perfetta del progetto di Dio, e si rivela anche discepola del suo Figlio, e nel Magnificat potrà proclamare che «Dio ha innalzato gli umili» (Lc 1,52), perché con questa sua risposta umile e generosa ha ottenuto una gioia altissima, e anche una gloria altissima.


Mentre ammiriamo la nostra Madre per questa sua risposta alla chiamata e alla missione di Dio, chiediamo a lei di aiutare ciascuno di noi ad accogliere il progetto di Dio nella nostra vita, con sincera umiltà e coraggiosa generosità.

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/angelus/2017/documents/papa-francesco_angelus_20171224.html


20 dicembre 2017

La Santa Messa - Riti di introduzione

PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 20 dicembre 2017





Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei entrare nel vivo della celebrazione eucaristica. La Messa è composta da due parti, che sono la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica, così strettamente congiunte tra di loro da formare un unico atto di culto (cfr Sacrosanctum Concilium, 56; Ordinamento Generale del Messale Romano, 28). Introdotta da alcuni riti preparatori e conclusa da altri, la celebrazione è dunque un unico corpo e non si può separare, ma per una comprensione migliore cercherò di spiegare i suoi vari momenti, ognuno dei quali è capace di toccare e coinvolgere una dimensione della nostra umanità. È necessario conoscere questi santi segni per vivere pienamente la Messa e assaporare tutta la sua bellezza.

Quando il popolo è radunato, la celebrazione si apre con i riti introduttivi, comprendenti l’ingresso dei celebranti o del celebrante, il saluto – “Il Signore sia con voi”, “La pace sia con voi” –, l’atto penitenziale – “Io confesso”, dove noi chiediamo perdono dei nostri peccati –, il Kyrie eleison, l’inno del Gloria e l’orazione colletta: si chiama “orazione colletta” non perché lì si fa la colletta delle offerte: è la colletta delle intenzioni di preghiera di tutti i popoli; e quella colletta dell’intenzione dei popoli sale al cielo come preghiera. Il loro scopo – di questi riti introduttivi – è di far sì «che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a celebrare degnamente l’Eucaristia» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 46). Non è una buona abitudine guardare l’orologio e dire: “Sono in tempo, arrivo dopo il sermone e con questo compio il precetto”. La Messa incomincia con il segno della Croce, con questi riti introduttivi, perché lì incominciamo ad adorare Dio come comunità. E per questo è importante prevedere di non arrivare in ritardo, bensì in anticipo, per preparare il cuore a questo rito, a questa celebrazione della comunità.

Mentre normalmente si svolge il canto d’ingresso, il sacerdote con gli altri ministri raggiunge processionalmente il presbiterio, e qui saluta l’altare con un inchino e, in segno di venerazione, lo bacia e, quando c’è l’incenso, lo incensa. Perché? Perché l’altare è Cristo: è figura di Cristo. Quando noi guardiamo l’altare, guardiamo proprio dov’è Cristo. L’altare è Cristo. Questi gesti, che rischiano di passare inosservati, sono molto significativi, perché esprimono fin dall’inizio che la Messa è un incontro di amore con Cristo, il quale «offrendo il suo corpo sulla croce […] divenne altare, vittima e sacerdote» (prefazio pasquale V). L’altare, infatti, in quanto segno di Cristo, «è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 296), e tutta la comunità attorno all’altare, che è Cristo; non per guardarsi la faccia, ma per guardare Cristo, perché Cristo è al centro della comunità, non è lontano da essa.

Vi è poi il segno della croce. Il sacerdote che presiede lo traccia su di sé e lo stesso fanno tutti i membri dell’assemblea, consapevoli che l’atto liturgico si compie «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». E qui passo a un altro argomento piccolissimo. Voi avete visto come i bambini fanno il segno della croce? Non sanno cosa fanno: a volte fanno un disegno, che non è il segno della croce. Per favore: mamma e papà, nonni, insegnate ai bambini, dall’inizio - da piccolini - a fare bene il segno della croce. E spiegategli che è avere come protezione la croce di Gesù. E la Messa incomincia con il segno della croce. Tutta la preghiera si muove, per così dire, nello spazio della Santissima Trinità – “Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo” –, che è spazio di comunione infinita; ha come origine e come fine l’amore di Dio Uno e Trino, manifestato e donato a noi nella Croce di Cristo. Infatti il suo mistero pasquale è dono della Trinità, e l’Eucaristia scaturisce sempre dal suo cuore trafitto. Segnandoci con il segno della croce, dunque, non solo facciamo memoria del nostro Battesimo, ma affermiamo che la preghiera liturgica è l’incontro con Dio in Cristo Gesù, che per noi si è incarnato, è morto in croce ed è risorto glorioso.

Il sacerdote, quindi, rivolge il saluto liturgico, con l’espressione: «Il Signore sia con voi» o un’altra simile – ce ne sono parecchie –; e l’assemblea risponde: «E con il tuo spirito». Siamo in dialogo; siamo all’inizio della Messa e dobbiamo pensare al significato di tutti questi gesti e parole. Stiamo entrando in una “sinfonia”, nella quale risuonano varie tonalità di voci, compreso tempi di silenzio, in vista di creare l’“accordo” tra tutti i partecipanti, cioè di riconoscersi animati da un unico Spirito e per un medesimo fine. In effetti «il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 50). Si esprime così la comune fede e il desiderio vicendevole di stare con il Signore e di vivere l’unità con tutta la comunità.

E questa è una sinfonia orante, che si sta creando e presenta subito un momento molto toccante, perché chi presiede invita tutti a riconoscere i propri peccati. Tutti siamo peccatori. Non so, forse qualcuno di voi non è peccatore…Se qualcuno non è peccatore alzi la mano, per favore, così tutti vediamo. Ma non ci sono mani alzate, va bene: avete buona la fede! Tutti siamo peccatori; e per questo all’inizio della Messa chiediamo perdono. E’ l’atto penitenziale. Non si tratta solamente di pensare ai peccati commessi, ma molto di più: è l’invito a confessarsi peccatori davanti a Dio e davanti alla comunità, davanti ai fratelli, con umiltà e sincerità, come il pubblicano al tempio. Se veramente l’Eucaristia rende presente il mistero pasquale, vale a dire il passaggio di Cristo dalla morte alla vita, allora la prima cosa che dobbiamo fare è riconoscere quali sono le nostre situazioni di morte per poter risorgere con Lui a vita nuova. Questo ci fa comprendere quanto sia importante l’atto penitenziale. E per questo riprenderemo l’argomento nella prossima catechesi.

Andiamo passo passo nella spiegazione della Messa. Ma mi raccomando: insegnate bene ai bambini a fare il segno della croce, per favore!

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20171220_udienza-generale.html

Padre Pio da Pietrelcina: L’obbedienza.

L’atteggiamento che domina la vita di Padre Pio, ed esprime alla Chiesa autentico amore, è quello dell’obbedienza. Obbedienza filiale sempre: senza “se” e senza “ma”, senza porre condizioni, senza esigere spiegazioni. Insieme obbedienza attiva e responsabile.

In Padre Pio, forse nulla vi è di più grande che il suo silenzio, persistente, caparbio, sebbene tanto umile, riverente e amoroso nei confronti della madre Chiesa. “Io figlio divoto della santa ubbidienza … ubbidirò senza aprir bocca”. Padre Pio intervenne più volte a difendere la Chiesa e gli uomini della Chiesa. Padre Pio non fu un predicatore. Tuttavia la sua obbedienza e la sua fedeltà alla chiesa sono state la predica più lunga, la più convincente. Il 12 settembre 1968, dieci giorni prima di morire, Padre Pio pensò con affetto, ancora una volta, alla chiesa.

Scrisse una lettera al Papa Paolo VI per riconfermare l’amore e l’obbedienza, data prima di chiudere gli occhi, per dire che tutta la sua lunga vita era stata amore ed obbedienza alla Chiesa. Volle, come per tutta la vita, affidarsi alla maternità della Chiesa, per compiere, aggrappato ad essa, l’ultimo passo.

https://www.padrepiodapietrelcina.com/it/padre-pio-obbedienza/

18 dicembre 2017

Ringraziamento....

Signore Gesù, io ti ringrazio perché mi hai donato te stesso nella Comunione eucaristica, e sei divenuto il cibo spirituale che mi sostiene nel quotidiano cammino e il pegno della mia futura risurrezione

Ti adoro umilmente, perché tu sei il mio Dio, e voglio unire la mia adorazione all'inno incessante di gloria che elevano a te gli angeli e i santi.

Ti offro, o Signore, la mia vita perché tu la trasformi nella tua.
Fà che io sia un prolungamento di te in mezzo ai miei fratelli e possa portare frutti di salvezza per me e per il mondo.

O Gesù, che ascolti chi ripone in te la fiducia, ti prego di aiutare tutti gli uomini miei fratelli.
Ti raccomando in particolare la mia famiglia, i parenti, gli amici quanti ho incontrato nella vita, anche se ho ricevuto del male.

Benedici la tua Chiesa e donale sacerdoti santi. Soccorri i sofferenti e i perseguitati e attira a te i peccatori e i lontani.
Libera le anime del purgatorio e falle entrare presto con te nel cielo.

17 dicembre 2017

La gioia del cristiano non si può comprare, viene dalla gioia e dell’incontro con Gesù Cristo

PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
III Domenica di Avvento, 17 dicembre 2017


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nelle scorse domeniche la liturgia ha sottolineato che cosa significhi porsi in atteggiamento di vigilanza e che cosa comporti concretamente preparare la strada del Signore. In questa terza domenica di Avvento, detta “domenica della gioia”, la liturgia ci invita a cogliere lo spirito con cui avviene tutto questo, cioè, appunto, la gioia. San Paolo ci invita a preparare la venuta del Signore assumendo tre atteggiamenti. Sentite bene: tre atteggiamenti. Primo, la gioia costante; secondo, la preghiera perseverante; terzo, il continuo rendimento di grazie. Gioia costante, preghiera perseverante e continuo rendimento di grazie.

Il primo atteggiamento, gioia costante: «Siate sempre lieti» (1 Ts 5,16), dice San Paolo. Vale a dire rimanere sempre nella gioia, anche quando le cose non vanno secondo i nostri desideri; ma c’è quella gioia profonda, che è la pace: anche quella è gioia, è dentro. E la pace è una gioia “a livello del suolo”, ma è una gioia. Le angosce, le difficoltà e le sofferenze attraversano la vita di ciascuno, tutti noi le conosciamo; e tante volte la realtà che ci circonda sembra essere inospitale e arida, simile al deserto nel quale risuonava la voce di Giovanni Battista, come ricorda il Vangelo di oggi (cfr Gv 1,23). Ma proprio le parole del Battista rivelano che la nostra gioia poggia su una certezza, che questo deserto è abitato: «In mezzo a voi – dice – sta uno che voi non conoscete» (v. 26). Si tratta di Gesù, l’inviato del Padre che viene, come sottolinea Isaia, «a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore» (61,1-2). Queste parole, che Gesù farà sue nel discorso della sinagoga di Nazaret (cfr Lc 4,16-19), chiariscono che la sua missione nel mondo consiste nella liberazione dal peccato e dalle schiavitù personali e sociali che esso produce. Egli è venuto sulla terra per ridare agli uomini la dignità e la libertà dei figli di Dio, che solo Lui può comunicare, e a dare la gioia per questo.

La gioia che caratterizza l’attesa del Messia si basa sulla preghiera perseverante: questo è il secondo atteggiamento. San Paolo dice: «Pregate ininterrottamente» (1 Ts 5,17). Per mezzo della preghiera possiamo entrare in una relazione stabile con Dio, che è la fonte della vera gioia. La gioia del cristiano non si compra, non si può comprare; viene dalla fede e dall’incontro con Gesù Cristo, ragione della nostra felicità. E quanto più siamo radicati in Cristo, quanto più siamo vicini a Gesù, tanto più ritroviamo la serenità interiore, pur in mezzo alle contraddizioni quotidiane. Per questo il cristiano, avendo incontrato Gesù, non può essere un profeta di sventura, ma un testimone e un araldo di gioia. Una gioia da condividere con gli altri; una gioia contagiosa che rende meno faticoso il cammino della vita.

Il terzo atteggiamento indicato da Paolo è il continuo rendimento di grazie, cioè l’amore riconoscente nei confronti di Dio. Egli infatti è molto generoso con noi, e noi siamo invitati a riconoscere sempre i suoi benefici, il suo amore misericordioso, la sua pazienza e bontà, vivendo così in un incessante ringraziamento.

Gioia, preghiera e gratitudine sono tre atteggiamenti che ci preparano a vivere il Natale in modo autentico. Gioia, preghiera e gratitudine. Diciamo tutti insieme: gioia, preghiera e gratitudine [la gente in Piazza ripete] Un’altra volta! [ripetono]. In questo ultimo tratto del tempo di Avvento, ci affidiamo alla materna intercessione della Vergine Maria. Lei è “causa della nostra gioia”, non solo perché ha generato Gesù, ma perché ci rimanda continuamente a Lui.
..........
E ora saluto con affetto i bambini venuti per la benedizione dei “Bambinelli”, organizzata dal Centro Oratori Romani. E’ bello quello che io posso leggere da qua: l’oratorio è proprio per ognuno di noi. “Sempre c’è un posto per te”, dice il cartello. Sempre c’è un posto per te! Quando pregherete a casa, davanti al presepe con i vostri familiari, lasciatevi attirare dalla tenerezza di Gesù Bambino, nato povero e fragile in mezzo a noi, per darci il suo amore. Questo è il vero Natale. Se togliamo Gesù, che cosa rimane del Natale? Una festa vuota. Non togliere Gesù dal Natale! Gesù è il centro del Natale, Gesù è il vero Natale! Capito?

Chi calunnia Papa Francesco è sui social

di Don Mauro Leonardi

Papa Francesco oggi compie ottantuno anni e il suo pontificato passerà alla storia per essere stato il primo a svolgersi interamente – e pesantemente – nell’epoca dei social. Chi si sorprende di questa mia affermazione pensi a quanti avevano sostenuto che Ratzinger fosse stato spinto alla rinuncia anche per colpa dell’implacabile e quotidiano massacro di cui era oggetto il suo account su Twitter.
Come accadde al padre della parabola del Buon Samaritano (Lc 15) i nemici del Papa sono i “fratelli grandi” del figliol prodigo, cioè i cattolici “seri”, i “Catholically Correct“. L’accusa più velenosa e dolorosa è dire che il Papa “è divisivo e sta portando la Chiesa verso lo scisma”: affermazione che sarebbe solo una sciocchezza risibile se qualcosa del genere non diventasse un pericolo fondato per colpa di chi sta sui social e che lo scisma a parole lo denuncia ma sotto sotto lo auspica e lo crea. Perché noi siamo (e sempre di più saremo) nell’epoca dei social ma molte persone che amano il Papa ancora non hanno capito che i social sono ormai la vera anima della realtà.

Chi quando sente dire “Chiesa” pensa a tutti gli italiani, dal momento che la quasi totalità degli italiani è battezzata, non può che constatare come ogni giorno tantissimi che erano lontani dalla Chiesa, da quando il Papa è Francesco si stiano avvicinando: e quindi chi ha una visione della Chiesa ampia può da solo constatare come con Papa Francesco le ferite della Chiesa si stiano sanando. Ma anche chi ha una visione di Chiesa più piccola, più ristretta, più legata ai numeri, sa perfettamente che la quasi totalità dei cattolici “praticanti” (per usare una parola brutta) è felicemente e serenamente entusiasta del Papa. Io non conosco quasi nessuna suora o prete o religioso o cattolico “impegnato” che non sia sinceramente ammirato di Papa Francesco. E per moltissimi di loro l’entusiasmo è diventato uno sprone verso un cambiamento personale e pastorale.
Avviene però che questa constatazione ovvia – perché non c’è nulla di più ovvio di scoprire che i cattolici sono con il Papa – non abbia lo stesso riscontro sui social. Perché, a guardarli, sembra – dico sembra – che la divisione ci sia. Gli esperti però potrebbero spiegare con dovizia di particolari il fenomeno delle echo chambers cioè delle “casse di risonanza” o “camere degli echi”, dove persone con opinioni simili si scambiano contenuti e idee che si confermano a vicenda facendosi eco l’un l’altra. Purtroppo però, e qui c’è la novità di un pontificato all’epoca dei social, questo tipo di astio “social” è generativo: incrementa ed alimenta quanto finge di descrivere asetticamente. Perché se una persona qualsiasi legge che in cinquemila hanno messo “mi piace” a un articolo, immagina – perché non conosce i meccanismi dei social – che siano stati infinitamente di più quelli che lo hanno letto e quindi che i cinquemila siano solo una percentuale dei moltissimi che lo hanno apprezzato. Non sa, la gente qualsiasi, che, per rimanere nell’esempio, quelle cinquemila persone sono state attentamente individuate dall’algoritmo di Facebook che ha solo cercato diligentemente un “mercato” come farebbe, che so, con il jazz: una cosa tipo “chi ascolta Luis Armstrong ascolta anche Duke Ellington”: e cioè chi legge questo blog legge anche quest’altro, chi segue questa persona segue anche quest’altra. E quindi, alla lunga, chi ha l’impressione di parlare a cinquemila persone in realtà sta parlando solo a cinquemila “se stessi”. Di meccanismi del genere, del tutto nuovi, nei social ce ne sono diversi. Un altro è quello per cui scrive e commenta prevalentemente chi è mosso dall’ira o dall’astio e non scrive chi è semplicemente d’accordo. È un’esperienza che facciamo tutti: se una cosa mi piace e basta, istintivamente non faccio nulla; invece se urta profondamente qualche mia corda faccio lo sforzo di scrivere, polemizzo, ribatto. Sui social, purtroppo, l’ira è più forte della gioia semplice. È vincente l’atteggiamento del tifoso piuttosto che quello della persona serena.
Di questi meccanismi ce ne sono molti e così chi li conosce è in grado di creare opinione pubblica in un modo prima non immaginabile, basti pensare a come oggi si fa politica.
Ai tempi di Paolo VI, come accadde per l’Humanae Vitae, un numero esiguo di persone competenti poteva costruire un’opposizione che comunque era sempre una diatriba tra esperti: perché era chiaro quali erano le persone che stavano sul palcoscenico e quali quelle che stavano in platea. Oggi è assolutamente tutto più fluido e liquido. E chi dice che il Papa sta dividendo la Chiesa mente ma, mentendo, divide e crea divisione. Così se Luxuria dice di essere affascinato dal Papa e che grazie a Bergoglio si è riavvicinato e sta facendo in modo che le persone transgender si ricredano sulla Chiesa attirandosi così le critiche della community LGBT, i fratelli maggiori Catholically Correct se ne adontano e montano un caso per cui sembra che molti siano i cristiani critici verso Vladimir Guadagno: e così i moltissimi cattolici silenziosamente felici per Luxuria, scompaiono e vengono inghiottiti dalle poche migliaia di cattolici che non sanno riconoscere come agisce la Grazia di Dio.
Tornando al Papa, un esempio fra tutti è quello del 5 febbraio di quest’anno, quando due/trecento cartelloni abusivi attorno a san Pietro e vie limitrofe erano diventati, per il web, un numero sterminato, “la capitale tappezzata contro il Papa”. Era accaduto che, sapientemente, quattro cartelloni erano finiti sui blog e sui quotidiani “giusti” e da lì Facebook, Twitter e Whtasapp avevano fatto “lo scisma”, cioè avevano dipinto una cristianità romana che era contro il Papa.
Una calunnia è dire di qualcuno una cosa cattiva che non gli appartiene, ecco perché dico che asserire che il Papa crea lo scisma è calunniare. Chi ferisce la Chiesa non è il Papa ma quanti usano i social per ferire il Papa e la Chiesa: per costruire una fronda mediatica che non esiste ma che essi generano. Un po’ come quando si fa scendere il valore di un’azione facendo circolare informazioni false su una società quotata. Con la differenza che nel caso dei titoli azionari esistono meccanismi di controllo collaudati, qui invece è tutto nuovo ed è tutto agli inizi.
Come reagire? Nel modo più semplice: essendo presenti sui social in modo sereno, costruittivo e positivo. Se finora a proposito di Papa Francesco, sui social la spinta principale è stata quella dell’odio e dell’ira (in genere rivolta non contro il Papa ma contro “i bergogliani”) bisogna che comincino ad esserci, sui social, anche i credenti sereni, tranquilli, paciosi, quelli del “ma lascia che parlino”. Ormai si sta realizzando la profezia per cui i social sono “più reali del reale”. Non è un modo di dire, è la realtà. I nostri rapporti, le nostre relazioni, si stanno conformando al modello dei social: noi ci trattiamo a tavola, in amore, sul lavoro, come ci trattiamo su Facebook e chi non non lo fa è un emarginato, una persona strana. Non è questione di essere d’accordo o meno su questo: è proprio così, facciamocene una ragione. Pensiamo a quando avviene che le persone si fermano accanto a un incidente e pensano a fare un video e a condividerlo prima di chiamare i soccorsi. E successo e succede. Chiediamoci: quante “catene di preghiera” su whatsapp ci sono arrivate “contro” Charlie Gard, il battesimo di Tobia Vendola, il DAT ecc. ecc.? E quante catene di preghiera ci sono arrivate per un viaggio del Papa, o perché venisse ben compresa Amoris Laetitia? Il Papa non è divisivo e non sta portando la Chiesa allo scisma ma chi usa i social in maniera divisiva dicendo che “il Papa è divisivo e porta allo scisma” sta facendo molto danno alla Sposa di Cristo.
Rendiamoci conto di questo: quanti odiano Papa Francesco e lo calunniano sono tutti in un modo o nell’altro sui social. Invece, quasi nessuno di quelli che lo ama e lo stima è presente, o per lo meno lo è con una capacità e perizia tali da contrastare il lavoro nefasto di chi vorrebbe il Papa già morto o di ritorno a Buenos Aires dopo essersi dimesso. Pensiamoci.

https://mauroleonardi.it/2017/12/17/blog-calunnia-papa-francesco-sui-social/

16 dicembre 2017

"Veri Cattolici"......

oggi 16 dicembre, il giorno previsto per un raduno di "veri cattolici" in quel di Verona, per la presentazione di un libro su "la falsa chiesa", si può tranquillamente chiudere dicendo, senza tirarla troppo per le lunghe, che hanno fatto tutti una figura di cacca: l'editore, il don e i suoi fan e di conseguenza le trasmissioni in diretta Facebook per "ragioni tecniche" sono state sospese! 😂😂😂

15 dicembre 2017

Con buona pace di giornalisti pseudocattolici e loro compari:

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO DALLA FEDERAZIONE INTERNAZIONALE DELLE ASSOCIAZIONI DEI MEDICI CATTOLICI

"Una diffusa mentalità dell’utile, la “cultura dello scarto”, che oggi schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti, ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli. La nostra risposta a questa mentalità è un “sì” deciso e senza tentennamenti alla vita. «Il primo diritto di una persona umana è la sua vita. Essa ha altri beni e alcuni di essi sono più preziosi; ma è quello il bene fondamentale, condizione per tutti gli
altri» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’aborto procurato, 18 novembre 1974, 11). Le cose hanno un prezzo e sono vendibili, ma le persone hanno una dignità, valgono più delle cose e non hanno prezzo. Tante volte, ci troviamo in situazioni dove vediamo che quello che costa di meno è la vita. Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa."

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2013/september/documents/papa-francesco_20130920_associazioni-medici-cattolici.html


parola (falsa) del pennivendolo pseudocattolico

14 dicembre 2017

Politici senza dignità

Al TG un politico ha detto che dopo una nascita “dignitosa”, una vita “dignitosa”, finalmente l’uomo e la donna possono avere una morte “dignitosa”...

Nascita “dignitosa” cosa intende questo politico? Quella di chi nasce da utero in affitto e si ritrova con due padri?

Per vita dignitosa cosa intende sempre questo politico?
La vita di chi riesce a conquistare uno del famoso milione di posti di lavoro, lavoro per il quale si “dimenticano” di dire che è superprecario e quindi manco per niente permette una vita dignitosa?

E la morte dignitosa che cosa è? Un omicidio pietoso?

E la morte dei bambini abortiti come va definita? morte dignitosa?

12 dicembre 2017

I misteri della Tilma

dal libro di Antonino Grasso: "GUADALUPE" - Gribaudi, Milano

L'IMMAGINE
 La tilma su cui è impressa l'immagine della Vergine di Guadalupe, è costituita da due teli di ayate, un ruvido tessuto di fibre d'agave, usato dagli indios poveri per coprirsi. Le due parti sono unite da un filo molto sottile. L'immagine  è di 143 centimetri, di carnagione un po' scura, per cui il popolo messicano affettuosamente la chiama Virgen Morena o Morenita. Essa è circondata da raggi solari, ha la luna sotto i suoi piedi, ed è sorretta da un piccolo angelo, le cui ali sono ornate di lunghe penne rosse, bianche e verdi. I tratti del volto sono tendenti al meticcio, per cui anche oggi, a distanza di secoli, la Vergine di Guadalupe appare tipicamente "messicana". Sotto un manto regale dal colore verde-azzurro coperto di stelle dorate, la Vergine indossa una tunica rosa coperta di fiori dorati e stretta sopra la vita da una cintura viola scuro che, presso gli aztechi, era il segno di riconoscimento delle donne incinte e, indica, quindi, la divina maternità di Maria.

 IL DIPINTO E LA TILMA
 In base ai risultati di approfondite analisi scientifiche, iniziate già nel 1666, sarebbe stato assolutamente impossibile dipingere ad olio o tempera un'immagine così nitida sull'ayate e conservarla così bene fino ad oggiSecondo Miguel Cabrera, che condusse diversi esperimenti sulla tilma a partire dal 1751, l'immagine in sostanza non è un dipinto, essendo i colori come incorporati alla trama della tela e lo stesso tessuto dell'ayate avrebbe dovuto disgregarsi in breve tempo nelle pessime condizioni climatiche della radura ai piedi del Tepeyac. L'impossibilità a resistere in simili condizioni da parte di una pittura eseguita senza preparazione del fondo, è testimoniata dall'esperimento condotto dal medico José Ignacio Bartolache, il quale tra il 1785 e il 1787, fece realizzare da filatori e tessitori indigeni, diversi ayates, il più possibile simili a quello di Juan Diego. Dopo diversi tentativi e scelti quelli che sembrano più vicini, all'occhio e al tatto, all'originale, incaricò cinque pittori di eseguire copie della Morenita sulla tela non preparata, adoperando i colori e le tecniche di pittura in uso al tempo delle apparizioni. Una delle copie, precisamente quella dipinta nel 1788 da Rafael Gutiérrez, viene collocata il 12 settembre del 1789 sull'altare della Capilla del Pocito, da poco eretta accanto al santuario, ma ci rimane solo pochi anni: nonostante fosse protetta da due spessi cristalli, dovette essere rimossa dall'altare già nel 1796, perché completamente rovinata.

 PROPRIETA' INSPIEGABILI DELLA TILMA
 Nel 1791, alcuni operai, incaricati di pulire con una soluzione di acido nitrico la cornice d'oro che dal 1777 racchiudeva l'immagine, lasciarono cadere sulla tela parte della soluzione detergente. Stando alle leggi della chimica, l'acido nitrico, oltre a reagire con le proteine presenti nei tessuti d'origine vegetale dando loro un caratteristico colore giallo [reazione xantoproteica], interagendo con la cellulosa che costituisce la struttura portante delle fibre vegetali, avrebbe dovuto disgregare e distruggere la tilma. Invece il tessuto è rimasto inspiegabilmente integro, e le due macchie giallastre della reazione xantoproteica, che non hanno, comunque, toccato la figura della Vergine, sbiadiscono con il passare del tempo. A questo si aggiunga un altro fatto, ancora oggi inspiegabile, ma notato per la prima volta già nella seconda metà del secolo XVIII e via via costantemente confermato fino ai nostri giorni: l'ayaterespinge gli insetti e la polvere, che invece si accumulano sul vetro e sulla cornice.
  Nel 1936, il direttore della sezione di chimica del Kaiser Wilhelm Institut di Heidelberg, dottor Richard Kuhn, insignito del premio Nobel per la Chimica nel 1938, ha la possibilità di analizzare due fili, uno rosso e uno giallo, provenienti da frammenti della tilma di Juan Diego. I risultati delle analisi, condotte con le tecniche più sofisticate allora disponibili, sono incredibili: sulle fibre non vi è alcuna traccia di coloranti, né vegetali, né animali, né minerali.
 Nel 1979, lo scienziato americano Philip Serna Callahan esegue una quarantina di fotografie all'infrarosso dell'immagine, sulle quali può compiere uno studio accurato. Tale studio conferma nella sostanza gli studi precedenti: la quasi totalità della figura fa tutt' un corpo con il tessuto dell'ayate, con l'eccezione di alcune parti, come le mani, che appaiono ridipinte per ridurre la lunghezza delle dita, l'intera parte inferiore compresa la figura dell'angelo, l'argento della luna, l'oro dei raggi solari e delle stelle, e il bianco delle nubi che circondano i raggi stessi, ritenuti da Callahan delle semplici "aggiunte". Non tutti gli scienziati sono d'accordo su questo, perchè sia la più antica descrizione dell'immagine, In tilmatzintli, scritta con ogni probabilità da Antonio Valeriano nella seconda metà del secolo XVI e pubblicata da Luis Lasso de la Vega nel 1649 insieme con il Nican mopohua , sia la copia presente alla battaglia di Lepanto, quindi anteriore al 1571,  mostrano l'immagine come ci appare oggi. È quindi più probabile che gli interventi di mano umana individuati da Philip Serna Callahan siano, più che aggiunte, dei semplici ritocchi. In ogni caso, è significativo che anche le fotografie all'infrarosso abbiano dimostrato la natura "non manufatta" della parte essenziale dell'immagine guadalupana.

GLI OCCHI SEMPRE VIVI
I risultati più incredibili sono venuti dall'esame degli occhi della Vergine di Guadalupe. Secondo la legge ottica di Purkinje-Sanson, due ricercatori che la scoprirono nel secolo XIX, nell'occhio umano si formano tre immagini riflesse degli oggetti osservati: a) una sulla superficie esterna della cornea; b) la seconda sulla superficie esterna del cristallino; c) la terza, rovesciata, sulla superficie interna del cristallino stesso. Che tali immagini riflesse, oltre che negli occhi di una persona vivente, possono essere viste anche negli occhi di un volto umano dipinto su una tela è impossibile. Eppure, nel 1929, il fotografo Alfonso Marcué González, esaminando alcuni negativi dell'immagine della Madonna di Guadalupe, scorge nell'occhio destro qualcosa di simile al riflesso di un mezzo busto umano. La scoperta, viene confermata il 29 maggio 1951 dal fotografo ufficiale del santuario, José Carlos Salinas Chávez, che attesta con un documento scritto di aver notato riflessa nella pupilla del lato destro della Vergine di Guadalupe la testa di Juan Diego, e accerta subito la presenza anche sul lato sinistro" .
Negli anni successivi, Illustri oftalmologi, con osservazioni dirette compiute sulla tilma priva del vetro protettivo, individuano, nel solo occhio destro, la seconda e la terza immagine di Purkinje-Sanson. Nel 1979 l'ingegnere peruviano José Aste Tonsmann, esperto di elaborazione elettronica delle immagini, può analizzare i riflessi visibili negli occhi della Morenita, con il metodo dell'elaborazione elettronica,usato per la decifrazione delle immagini inviate sulla terra dai satelliti artificiali e dalle sonde spaziali. Con questo metodo, basato sulla scomposizione di una figura in punti luminosi e sulla traduzione della luminosità di ciascun punto nel codice binario del calcolatore elettronico, José Aste Tonsmann riesce a ingrandire le iridi degli occhi fino a 2500 volte le loro dimensioni originarie, e a rendere, mediante opportuni procedimenti matematici e ottici, il più possibile nitide le immagini in esse contenute. Il risultato ha, ancora una volta, dell'incredibile: negli occhi della Vergine, è riflessa l'intera scena di Juan Diego che apre la sua tilma davanti al vescovo Juan de Zumárraga e agli altri testimoni del miracolo. In questa scena è possibile individuare, da sinistra verso destra guardando l'occhio: un indio seduto, che guarda in alto; il profilo di un uomo anziano, con la barba bianca e la testa segnata da un'avanzata calvizie e da qualcosa di simile alla chierica dei frati; un uomo più giovane; un indio dai lineamenti marcati, con barba e baffi, certamente Juan Diego, che apre il proprio mantello, ancora privo dell'immagine, davanti al vescovo; una donna dal volto scuro; un uomo dai tratti spagnoli che si accarezza la barba con la mano. Tutti questi personaggi guardano verso la tilma, meno il primo, l'indioseduto, che sembra guardare piuttosto il viso di Juan Diego. Insomma, negli occhi dell'immagine di Guadalupe vi è come una istantanea di quanto accaduto nel vescovado di Città di Messico al momento in cui l'immagine stessa si formò sulla tilma. Al centro delle pupille, infine, si nota, in scala molto più ridotta, un'altra scena, del tutto indipendente dalla prima, in cui compare un vero e proprio gruppo familiare indigeno composto da una donna, da un uomo, da alcuni bambini, e - nel solo occhio destro - da altre persone in piedi dietro la donna.
La scoperta e la conferma scientifica della presenza di queste immagini negli occhi appare come la conferma definitiva dell'origine prodigiosa dell'icona guadalupana: è materialmente impossibile dipingere tutte queste figure in cerchietti di circa 8 millimetri di diametro, quali sono le iridi della Morenita, e per di più nell'assoluto rispetto di leggi ottiche scoperte solo un secolo dopo! Inoltre, la scena del vescovado come appare negli occhi, non è quella che poteva essere vista dalla supeficie della tilma, dato che vi compare Juan Diego con la tilma dispiegata davanti al vescovo. A questo proposito José Aste Tonsmann avanza l'ipotesi che la Vergine fosse presente, sebbene invisibile, al fatto, e abbia proiettata sulla tilma la propria immagine, avente negli occhi il riflesso di ciò che stava vedendo.

IL LINGUAGGIO DEGLI INDUMENTI
Anche gli indumenti della Vergine, sono avvolti dal mistero ed hanno profondi significati simbolici. In base ad uno studio scientifico, la disposizione delle stelle sul manto e dei fiori sulla veste sembra tutt'altro che casuale. Mario Rojas Sánchez, traduttore dei testi náhuatl sull'apparizione e studioso della cultura azteca, partendo dalla somiglianza fra i grandi fiori in boccio visibili sulla tunica della Vergine e il simbolo azteco del tépetl, cioè del monte, ha identificato sulla tunica una "mappa" dei principali vulcani del Messico; quanto alle stelle, invece, ha potuto accertare, grazie alla collaborazione dell'osservatorio Laplace di Città di Messico, che esse corrispondono alle costellazioni presenti sopra Città del Messico nel solstizio d'inverno del 1531 che cadeva proprio il 12 dicembre, non viste però secondo la normale prospettiva "geocentrica", ma secondo una prospettiva cosmocentrica, ossia come le vedrebbe un osservatore posto al di sopra della volta celeste.


3 dicembre 2017

In quel momento, io piangevo. facevo in modo che non si vedesse. loro piangevano, pure.....

Papa Francesco: "..... Ed è arrivato il momento che loro venissero per salutarmi. In fila indiana – quello non mi è piaciuto, uno dopo l’altro –; ma subito volevano cacciarli via dal palco. E io lì mi sono arrabbiato e ho sgridato un po’ – sono peccatore – e  ho detto tante volte la parola “rispetto”, rispetto. Ho fermato la cosa, e loro sono rimasti lì. Poi, dopo averli ascoltati a uno a uno con l’interprete che parlava la loro lingua, io cominciai a sentire qualcosa dentro: “Ma io non posso lasciarli andare senza dire una parola”, e ho chiesto il microfono. E ho incominciato a parlare… Non ricordo cosa ho detto. So che a un certo punto ho chiesto perdono. Credo due volte, non ricordo. Ma la sua domanda è “cosa ho sentito”: in quel momento, io piangevo. Facevo in modo che non si vedesse. Loro piangevano, pure. E poi, ho pensato che eravamo in un incontro interreligioso, mentre i leader delle altre tradizioni religiose erano lontani. [Allora ho detto:] “No, venite anche voi: questi sono i rohingya di tutti noi”. E loro hanno salutato. Non sapevo cosa dire di più perché li guardavo, salutavo… E ho pensato: “Tutti noi abbiamo parlato, i leader religiosi. Ma uno di voi, che faccia una preghiera, uno del vostro gruppo…”. E credo che fosse un imam, un “chierico” della loro religione, che ha fatto quella preghiera, e anche loro hanno pregato lì, con noi. E, visto tutto il trascorso, tutto il cammino, io ho sentito che il messaggio era arrivato. "


http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/december/documents/papa-francesco_20171202_viaggioapostolico-bangladesh-voloritorno.html

2 dicembre 2017

Salve o dolce Vergine, salve o dolce Madre,
In Te esulta tutta la Terra ed i cori degli angeli.

Tempio santo del Signore, gloria delle Vergini,
Tu giardino del Paradiso, soavissimo fiore.

Tu sei trono altissimo, Tu altar purissimo,
in Te esulta, o piena di grazia, tutta la creazione.

Paradiso mistico, fonte sigillata,
il Signore in Te germoglia l’albero della vita.

O Sovrana semplice, o Potente umile,
apri a noi le porte del Cielo, dona a noi la luce.

Amen


1 dicembre 2017

L'odio e la violenza non può essere da Dio

Fondamentalismo anche "cattolico"

"Il fondamentalismo è una malattia che c’è in tutte le religioni. Noi cattolici ne abbiamo alcuni, non alcuni, tanti, che credono di avere la verità assoluta e vanno avanti sporcando gli altri con la calunnia, con la diffamazione, e fanno male, fanno male. E questo lo dico perché è la mia Chiesa, anche noi, tutti! E si deve combattere. Il fondamentalismo religioso non è religioso. Perché? Perché manca Dio. E’ idolatrico, come è idolatrico il denaro. Fare politica nel senso di convincere questa gente che ha questa tendenza, è una politica che dobbiamo fare noi leader religiosi. Ma il fondamentalismo che finisce sempre in una tragedia o in reati, è una cosa cattiva, ma ce n’è un po’ in tutte le religioni."


E TRA I "CATTOLICI" ABBIAMO ANCHE FONDAMENTALISTI CHE AUGURANO AL PAPA DI CREPARE AL PIÙ PRESTO POSSIBILE....

30 novembre 2017

E ora sta a vedere che Magister ti riprende anche San Paolo che nel suo discorso agli ateniesi, che senza fare il nome, fa solo un’allusione a Gesù

😄
Atti (17,22-31): «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in tempi costruiti dalle mani dell' uomo, né dalle mani dell'uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo. Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all'oro, all'argento e alla pietra, che porti l'impronta dell'arte e dell'immaginazione umana. Dopo essere passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».


27 novembre 2017

"cavare gli occhi"... ma dai!

Ma dai.... l'Arcivescovo che ha detto che cava gli occhi, taglia teste... ma insomma! 
Se volete essere ridicoli ci state riuscendo alla grande!


26 novembre 2017

Pecore e capri

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 
E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.
Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?
Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?
E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere;
ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?
Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me.
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna.


22 novembre 2017

La Messa è rifare il calvario, non è uno spettacolo.


PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 22 novembre 2017


La Santa Messa - 3. La Messa è il memoriale del Mistero pasquale di Cristo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguendo con le Catechesi sulla Messa, possiamo domandarci: che cos’è essenzialmente la Messa? La Messa è il memoriale del Mistero pasquale di Cristo. Essa ci rende partecipi della sua vittoria sul peccato e la morte, e dà significato pieno alla nostra vita.
Per questo, per comprendere il valore della Messa dobbiamo innanzitutto capire allora il significato biblico del “memoriale”. Esso «non è soltanto il ricordo degli avvenimenti del passato, ma li rende in certo modo presenti e attuali. Proprio così Israele intende la sua liberazione dall’Egitto: ogni volta che viene celebrata la Pasqua, gli avvenimenti dell’Esodo sono resi presenti alla memoria dei credenti affinché conformino ad essi la propria vita» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1363). Gesù Cristo, con la sua passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo ha portato a compimento la Pasqua. E la Messa è il memoriale della suaPasqua, del suo “esodo”, che ha compiuto per noi, per farci uscire dalla schiavitù e introdurci nella terra promessa della vita eterna. Non è soltanto un ricordo, no, è di più: è fare presente quello che è accaduto venti secoli fa. 

L’Eucaristia ci porta sempre al vertice dell’azione di salvezza di Dio: il Signore Gesù, facendosi pane spezzato per noi, riversa su di noi tutta la sua misericordia e il suo amore, come ha fatto sulla croce, così da rinnovare il nostro cuore, la nostra esistenza e il nostro modo di relazionarci con Lui e con i fratelli. Dice il Concilio Vaticano II: «Ogni volta che il sacrificio della croce, col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato, viene celebrato sull’altare, si effettua l’opera della nostra redenzione» (Cost. dogm. Lumen gentium, 3).

Ogni celebrazione dell’Eucaristia è un raggio di quel sole senza tramonto che è Gesù risorto. Partecipare alla Messa, in particolare alla domenica, significa entrare nella vittoria del Risorto, essere illuminati dalla sua luce, riscaldati dal suo calore. Attraverso la celebrazione eucaristica lo Spirito Santo ci rende partecipi della vita divina che è capace di trasfigurare tutto il nostro essere mortale. E nel suo passaggio dalla morte alla vita, dal tempo all’eternità, il Signore Gesù trascina anche noi con Lui a fare Pasqua. Nella Messa si fa Pasqua. Noi, nella Messa, stiamo con Gesù, morto e risorto e Lui ci trascina avanti, alla vita eterna. Nella Messa ci uniamo a Lui. Anzi, Cristo vive in noi e noi viviamo in Lui. «Sono stato crocifisso con Cristo – dice San Paolo -, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,19-20). Così pensava Paolo.

Il suo sangue, infatti, ci libera dalla morte e dalla paura della morte. Ci libera non solo dal dominio della morte fisica, ma dalla morte spirituale che è il male, il peccato, che ci prende ogni volta che cadiamo vittime del peccato nostro o altrui. E allora la nostra vita viene inquinata, perde bellezza, perde significato, sfiorisce. 

Cristo invece ci ridà la vita; Cristo è la pienezza della vita, e quando ha affrontato la morte la annientata per sempre: «Risorgendo distrusse la morte e rinnovò la vita» (Preghiera eucaristica IV). La Pasqua di Cristo è la vittoria definitiva sulla morte, perché Lui ha trasformato la sua morte in supremo atto d’amore. Morì per amore! E nell’Eucaristia, Egli vuole comunicarci questo suo amore pasquale, vittorioso. Se lo riceviamo con fede, anche noi possiamo amare veramente Dio e il prossimo, possiamo amare come Lui ha amato noi, dando la vita.

Se l’amore di Cristo è in me, posso donarmi pienamente all’altro, nella certezza interiore che se anche l’altro dovesse ferirmi io non morirei; altrimenti dovrei difendermi. I martiri hanno dato la vita proprio per questa certezza della vittoria di Cristo sulla morte. Solo se sperimentiamo questo potere di Cristo, il potere del suo amore, siamo veramente liberi di donarci senza paura. Questo è la Messa: entrare in questa passione, morte, risurrezione, ascensione di Gesù; quando andiamo a Messa è come se andassimo al calvario, lo stesso. Ma pensate voi: se noi nel momento della Messa andiamo al calvario – pensiamo con immaginazione – e sappiamo che quell’uomo lì è Gesù. Ma, noi ci permetteremo di chiacchierare, di fare fotografie, di fare un po’ lo spettacolo? No! Perché è Gesù! Noi di sicuro staremmo nel silenzio, nel pianto e anche nella gioia di essere salvati. Quando noi entriamo in chiesa per celebrare la Messa pensiamo questo: entro nel calvario, dove Gesù dà la sua vita per me. E così sparisce lo spettacolo, spariscono le chiacchiere, i commenti e queste cose che ci allontano da questa cosa tanto bella che è la Messa, il trionfo di Gesù.
Penso che ora sia più chiaro come la Pasqua si renda presente e operante ogni volta che celebriamo la Messa, cioè il senso del memoriale. La partecipazione all’Eucaristia ci fa entrare nel mistero pasquale di Cristo, donandoci di passare con Lui dalla morte alla vita, cioè lì nel calvario. La Messa è rifare il calvario, non è uno spettacolo.

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20171122_udienza-generale.html

17 novembre 2017

Che ne dite se vi date una ripassatina al Catechismo della Chiesa Cattolica?

Quanto propinato dai media, nonché da certi “cattolici” come da immagine allegata (il solito Socci) chissà quale novità è arrivata da Papa Francesco. Secondo loro quasi un via libera all’eutanasia. In realtà quanto detto da Papa Francesco si trova scritto e non da ora nel Catechismo della Chiesa Cattolica:

2278 L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.

http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a5_it.htm

#ripigliatevechesieteridicoli


16 novembre 2017

A proposito della più volta annunciata, e sempre mancata, fine del mondo

“Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, ma non lo vedrete. 
Vi diranno: Eccolo là, o: eccolo qua; non andateci, NON SEGUITELI
Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all'altro del cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno.”



15 novembre 2017

Nella preghiera – domando - ci lasciamo meravigliare o pensiamo che la preghiera è parlare a Dio come fanno i pappagalli?



Pregare, come ogni vero dialogo, è anche saper rimanere in silenzio - nei dialoghi ci sono momenti di silenzio -, in silenzio insieme a Gesù. E quando noi andiamo a Messa, forse arriviamo cinque minuti prima e incominciamo a chiacchierare con questo che è accanto a noi. Ma non è il momento di chiacchierare: è il momento del silenzio per prepararci al dialogo. È il momento di raccogliersi nel cuore per prepararsi all’incontro con Gesù. Il silenzio è tanto importante! Ricordatevi quello che ho detto la settimana scorsa: non andiamo ad un uno spettacolo, andiamo all’incontro con il Signore e il silenzio ci prepara e ci accompagna. Rimanere in silenzio insieme a Gesù. E dal misterioso silenzio di Dio scaturisce la sua Parola che risuona nel nostro cuore. Gesù stesso ci insegna come realmente è possibile “stare” con il Padre e ce lo dimostra con la sua preghiera. I Vangeli ci mostrano Gesù che si ritira in luoghi appartati a pregare; i discepoli, vedendo questa sua intima relazione con il Padre, sentono il desiderio di potervi partecipare, e gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Abbiamo sentito nella Lettura prima, all’inizio dell’udienza. Gesù risponde che la prima cosa necessaria per pregare è saper dire “Padre”. Stiamo attenti: se io non sono capace di dire “Padre” a Dio, non sono capace di pregare. Dobbiamo imparare a dire “Padre”, cioè mettersi alla sua presenza con confidenza filiale. Ma per poter imparare, bisogna riconoscere umilmente che abbiamo bisogno di essere istruiti, e dire con semplicità: Signore, insegnami a pregare.

Questo è il primo punto: essere umili, riconoscersi figli, riposare nel Padre, fidarsi di Lui. Per entrare nel Regno dei cieli è necessario farsi piccoli come bambini. Nel senso che i bambini sanno fidarsi, sanno che qualcuno si preoccuperà di loro, di quello che mangeranno, di quello che indosseranno e così via (cfr Mt 6,25-32). Questo è il primo atteggiamento: fiducia e confidenza, come il bambino verso i genitori; sapere che Dio si ricorda di te, si prende cura di te, di te, di me, di tutti.

La seconda predisposizione, anch’essa propria dei bambini, è lasciarsi sorprendere. Il bambino fa sempre mille domande perché desidera scoprire il mondo; e si meraviglia persino di cose piccole perché tutto è nuovo per lui. Per entrare nel Regno dei cieli bisogna lasciarsi meravigliare. Nella nostra relazione con il Signore, nella preghiera –domando - ci lasciamo meravigliare o pensiamo che la preghiera è parlare a Dio come fanno i pappagalli? No, è fidarsi e aprire il cuore per lasciarsi meravigliare. Ci lasciamo sorprendere da Dio che è sempre il Dio delle sorprese? Perché l’incontro con il Signore è sempre un incontro vivo, non è un incontro di museo. È un incontro vivo e noi andiamo alla Messa non a un museo. Andiamo ad un incontro vivo con il Signore.

12 novembre 2017

Il Papa all’Angelus: fede e carità per essere pronti all'incontro con Dio


Per entrare nel Regno dei cieli dobbiamo essere pronti all’incontro con il Signore. E non basta una vita scandita dalla fede se non è orientata anche dalla carità. E’ quanto ha affermato Papa Francesco all'Angelus ricordando la parabola delle dieci vergini. Non si deve aspettare - ha aggiunto il Santo Padre - “l’ultimo momento della nostra vita per collaborare con la grazia di Dio”. Si “deve farlo già da adesso”. 
“Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora”. In questo passo conclusivo del racconto evangelico delle dieci vergini – afferma il Papa – Gesù ci dice che “vegliare non significa soltanto non dormire, ma essere preparati”. E bisogna prepararsi all’incontro con il Signore “come se fosse l’ultimo giorno”. La lampada - spiega il Pontefice - è “il simbolo della fede che illumina la nostra vita”. L’olio è il simbolo della carità “che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede”. Una vita povera di carità è priva della vera luce:
“Se ci lasciamo guidare da ciò che ci appare più comodo, dalla ricerca dei nostri interessi, la nostra vita diventa sterile, incapace di dare vita agli altri, e non accumuliamo nessuna scorta di olio per la lampada della nostra fede; e questa si spegnerà al momento della venuta del Signore, o ancora prima”.
“La condizione per essere pronti all’incontro con il Signore - sottolinea Papa Francesco - non è soltanto la fede, ma una vita cristiana ricca di amore e carità per il prossimo”:
“Se invece siamo vigilanti e cerchiamo di compiere il bene, con gesti di amore, di condivisione, di servizio al prossimo in difficoltà, possiamo restare tranquilli mentre attendiamo la venuta dello sposo: il Signore potrà venire in qualunque momento, e anche il sonno della morte non ci spaventa, perché abbiamo la riserva di olio, accumulata con le opere buone di ogni giorno. La fede ispira la carità e la carità custodisce la fede”.

http://it.radiovaticana.va/news/2017/11/12/il_papa__bisogna_essere_pronti_allincontro_con_il_signore/1348456