6 febbraio 2013

La Successione Apostolica, verità da ricordare



Ricordiamo alcune verità bibliche:

1 - Il Signore Gesù vuole che il suo Vangelo sia annunziato a tutte le genti e assicura che in quest'opera universale e perenne egli sarà sempre coi suoi inviati o apostoli fino alla fine dei mondo (cfr. Matteo 28, 19-20; Marco 16, 15). In effetti con la scelta dei Dodici e la missione loro affidata Gesù aveva fatto chiaramente capire che quest'opera universale e perenne di salvezza si sarebbe realizzata mediante il servizio di persone qualificate e autorizzate (cfr. Matteo 28, 18-20; Marco 16, 15; Luca 24, 46-49; Giovanni 20, 20-23).

I Dodici hanno ricevuto questo mandato direttamente dal Maestro (cfr. Marco 3, 14, e paralleli). Ma essi sono morti. Come può essere continuato questo ministero qualificato voluto dal Maestro divino? Come sarà perpetuata la struttura della comunità dei suoi discepoli quale egli ha chiaramente indicata?

2 - Gli Apostoli hanno ben capito questa volontà del loro Maestro. Perciò non solo ebbero la preoccupazione di predicare il Vangelo anche fuori della Palestina, nel mondo allora conosciuto, ma si circondarono di collaboratori, che potessero continuare la loro missione. A questi essi trasmisero anche mediante un gesto visibile e significativo, vale a dire con la imposizione delle mani l'autorità che essi avevano ricevuto dal loro Maestro. In seguito diedero disposizioni che, quando essi fossero morti, altri uomini fedeli ed esimi, subentrassero al loro posto.

Abbiamo qui delineata quella che si chiama “successione apostolica”, cioè la continuità del ministero o servizio qualificato nella Chiesa mediante uomini collegati ai Dodici senza interruzione, e mediante i Dodici allo stesso divino Fondatore della Chiesa.

GIUSTIFICA LA BIBBIA QUESTA CONTINUITÀ?
Giustificazione biblica

Un assertore esplicito della successione apostolica è, in modo particolare, san Paolo. Non molto tempo prima della sua morte scriveva a Timoteo: “Tu, dunque, figlio mio, fortificati nella grazia che è in Cristo Gesù. Le cose che udisti da me con l'appoggio di molti testimoni, affidale ad uomini fedeli, capaci di istruire altri a loro volta” (2 Timoteo 2, 1-2).

Spiegazione:

1 - Quando Paolo scriveva queste parole ave- va poca o nessuna speranza di ricuperare la libertà, di poter cioè vivere ancora a lungo. Prevedendo prossima la sua fine si preoccupa di assicurare la continuità nella trasmissione del Vangelo mediante ministri fedeli e ben preparati. Timoteo era certamente uno di questi. A lui Paolo, in una Lettera precedente, aveva raccomandato: “Non trascurare il carisma che è in te e che ti fu dato per mezzo della profezia insieme all'imposizione delle mani dei presbiteri” (1 Timoteo 4, 14).

Timoteo, dunque, può essere considerato il primo anello, dopo Paolo, d'una lunga catena, che è la successione apostolica. Questo significano le parole: “Le cose da me udite con l'appoggio di molti testimoni”. Si tratta d'una consegna, d'una trasmissione di poteri. L'espressione allude a un particolare momento nella vita di Timoteo, nel quale ricevette la missione di predicare il Vangelo con autorità. La consegna era accompagnata da un rito, cioè la imposizione delle mani (cfr. 1 Timoteo 4, 14; 6, 12).

2 - Ma Paolo guarda più avanti. Egli vuole che anche dopo Timoteo vi siano nella Chiesa uomini fedeli e capaci di continuare la stessa autorevole missione. Ad essi Timoteo deve trasmettere lo stesso ministero che ha ricevuto da Paolo: “Le cose che udisti da me affidale ad uomini fedeli, capaci”.

Abbiamo qui il secondo anello della stessa catena: come Timoteo si ricollega a Paolo nel servizio qualificato e autorevole della Parola, così altri devono collegarsi a lui e, mediante lui, a Paolo, a Cristo. Questo servizio non è perciò lasciato allo sbaraglio, alla balìa di avventurieri, ma deve essere continuato mediante la trasmissione da parte di coloro che a loro volta l'hanno ricevuto e fedelmente esercitato.

3 - La catena continua. Gli uomini fedeli e capaci, a cui Timoteo ha affidato le cose udite da Paolo, ossia il Vangelo autentico di Cristo, devono fare lo stesso cammino, affidare cioè ad altri, fedeli e capaci, quelle stesse cose, non altre.

Abbiamo qui il terzo anello della catena. E' implicito nel pensiero di Paolo che su questi altri incombe lo stesso dovere, vale a dire di non spezzare la catena, ma continuarla affidando ad altri ancora lo stesso qualificato e autorevole servizio della Parola. E così fino alla fine dei tempi.

4 - In questa chiara esposizione dell'Apostolo sono ben delineati i connotati di quella che si chiama “la successione apostolica”. E' una catena ininterrotta - ripetiamo - che dal Signore Gesù, mediante gli Apostoli da lui scelti, autorizzati, inviati, e mediante i loro legittimi successori, deve continuare fino alla fine del mondo (cfr. Matteo 28, 20). Chi si pone fuori di questa catena non ha nessuna autorità, nessun diritto, nessuna garanzia di annunciare il Vangelo eterno del Figlio di Dio. Il Signore Gesù ha assicurato la sua presenza, cioè la sua assistenza, ai suoi Apostoli, non ad altri, fino alla fine del mondo.

Commenta un biblista:
“La "successione apostolica" è qui chiaramente delineata (...). L'Apostolo si preoccupa che Timoteo stesso si prepari dei collaboratori nell'insegnamento, tra i quali, ovviamente, qualcuno avrebbe dovuto prendere il suo posto quando il discepolo stesso sarebbe morto. "Quelle cose da me udite davanti a molti testimoni, affidale in custodia ad uomini sicuri, i quali siano capaci di ammaestrare anche altri" (2 Timoteo 2, 2). Come Cristo si è creato i suoi rappresentanti legittimi, cioè gli Apostoli, così questi si scelgono e designano dei successori, i quali a loro volta designano altri; e così fino alla fine dei tempi. C'è una "legittimità" di rappresentanza, la quale non può prescindere, oltre che da specifiche doti umane e spirituali, quali l'apostolo ripetutamente enumera, anche da un autentico e ben chiaro rapporto di ascendenza che, in qualche maniera, ricolleghi a colui o a coloro dai quali viene gestita la rappresentanza”.
0 Timoteo, custodisci il deposito (1Timoteo 6, 20)

Noi arriveremo alla stessa conclusione esaminando ciò che Paolo scrive ancora a Timoteo nella prima Lettera: “0 Timoteo, custodisci il deposito” (1 Timoteo 6, 20).

Quando Paolo scriveva questa Lettera, dense nubi si addensavano all'orizzonte della sua vita. Infatti, dopo appena due anni, arriverà per lui il tempo di levare l'ancora (cfr. 2 Timoteo 4, 6), e verserà il suo sangue come offerta a Dio gradita.

In questo contesto, le parole sopra citate a Timoteo, che era stato preposto alla guida della chiesa di Efeso, hanno tutto il sapore di un testamento. Al discepolo, che aveva tutte le caratteristiche di un Vescovo, Paolo raccomanda di custodire il deposito. Nel linguaggio giuridico del tempo deposito era qualcosa consegnata a una persona di fiducia, che contraeva il diritto-dovere di custodire la cosa consegnata nella sua integrità per riconsegnarla a suo tempo sostanzialmente immutata.

Al di là della metafora, le cose sono chiare senza possibile dubbio. Cristo ha affidato il deposito del Vangelo agli Apostoli. Paolo si sentiva ed era Apostolo di Cristo a tutti gli effetti. Come i Dodici egli sentiva di essere un depositario della Parola di Dio. Presentendo vicina la sua fine terrena, affidava tale deposito a persona qualificata e di fiducia quale era appunto Timoteo.

Trattandosi di un deposito, Timoteo a sua volta dovrà fare lo stesso, finché il tesoro depositato si conservi integro fino al ritorno del Depositante, che è Cristo Signore. Si forma così una catena ininterrotta di depositari, che garantiscono la custodia integra kl deposito conforme alla volontà del Padrone.

“Come Paolo ha ricevuto gli insegnamenti che ha trasmesso ai suoi discepoli (cfr. 1 Corinzi 11, 2 e 23; 15, 1-3; Galati 2, 2.9), così dovrà fare a sua volta Timoteo il deposito (cfr. 1 Timoteo 6, 20) è da custodirsi e insieme trasmettersi. Canale di questa trasmissione è Timoteo insieme ad altri, perché non udì da solo gli insegnamenti di Paolo, ma fra molti testimoni (cfr. 1 Timoteo 6, 12). Timoteo e i testimoni insieme formano come una sola vox populi del cristianesimo che è la vox Dei, ed essi a loro volta trasmetteranno quella unica voce ad uomini fedeli”.

Modalità nella successione

Gli Apostoli dunque ebbero dei collaboratori, ai quali trasmisero il ministero o servizio qualificato e autorevole di maestri e guide delle comunità. I collaboratori divennero successori. Ma quale fu la forma concreta di questa successione? Chi ne fu il soggetto?

1 - Dai documenti in nostro possesso, soprattutto dagli Atti degli Apostoli e dalle Lettere di san Paolo, appare chiaro che la trasmissione dei poteri dell'Apostolo è personale e individuale, non collettiva e anonima. A Gerusalemme abbiamo il caso di Giacomo. Fin dai primissimi tempi appare come il Vescovo di quella chiesa, attorniato da anziani o presbiteri (cfr. Atti Il, 30; 15, 6-13; 21, 8). Simile corso ebbe luogo nelle chiese di Efeso con la presenza e l'opera di Timoteo (cfr. 1 Timoteo 1, 3), e di Creta con Tito (cfr. Tito 1, 5). Ben a ragione i due collaboratori dell'Apostolo vanno considerati come i primi successori in quelle comunità col potere d'insegnare e di guidare.

La stessa cosa sembra potersi dire della chiesa di Antiochia di Siria. Con ogni probabilità fu Pietro a guidare quella chiesa per un certo tempo (cfr. Galati 2, 11). A lui successe Evodio, a cui tenne dietro come Vescovo Ignazio, che finì la vita col martirio a Roma nel 107 d.C. Il martire Ignazio è il testimone più esplicito della forma monarchico-episcopale delle chiese fin dai suoi tempi, vale a dire fin dalla seconda metà del primo secolo (cfr. infra).

Infine è molto probabile che “gli angeli” delle sette chiese, di cui parla l'Apocalisse nei capitoli 2 e 3 (cfr. anche 1, 20), rappresentino i singoli Vescovi di quelle chiese. E Giovanni scrisse verso la fine del primo secolo.

2 - Tuttavia, almeno in alcune chiese di origine paolina, sembra che la successione si sia attuata in un primo tempo in una forma collegale, sfociata a breve scadenza in quella monarchica, a imitazione delle altre chiese. Le cose si sarebbero svolte nel modo seguente in sintonia con quanto aveva fatto lo stesso Paolo.

Finché visse l'apostolo era lui il responsabile. Ma la cura immediata delle singole comunità era affidata a un consiglio di anziani (cfr. Atti 14, 23; 1 Tessalonicesi 5, 12-13). Tra gli anziani era eletto uno chiamato “episcopo” con funzioni direttive particolari (cfr. Tito I# 5). La figura dell'episcopo è di qualcuno che debba avere qualità non comuni (cfr. 1 Timoteo 3, 1 ss; Tito 1, 7-9). E' significativo il fatto che Paolo, nella Lettera a Tito (1, 7), parli dell'episcopo al singolare.

Dopo la morte dell'Apostolo, assai di buon'ora, prevalse la forma monarchica di successione. L'episcopo divenne Vescovo, imitando il comportamento avuto da Paolo nei riguardi di Timoteo e Tito.

3 - Testimone autorevole di questo sviluppo è certamente il martire Ignazio di Antiochia, già ricordato. Egli visse nella seconda metà del primo secolo e fu quindi contemporaneo dell'autore dell'Apocalisse. Di lui rimangono numerose e chiare testimonianze sulla struttura delle singole chiese, che si accentra nella figura del Vescovo.

“Procurate di fare ogni cosa (...) sotto la guida del Vescovo, che tiene il luogo di Dio”: “Nessuno faccia senza il Vescovo alcuna di quelle cose, che riguardano la Chiesa (...). Dove appare (il Vescovo), ivi sia la comunità, come dov'è Gesù Cristo, ivi è la Chiesa cattolica. Quello che il Vescovo fa è approvato da Dio”.

In tutte le lettere di Ignazio, anche in quelle indirizzate alle chiese di origine paolina, la figura del Vescovo appare in modo chiaro ed inequivocabile.

“Dato che prima della fine del 1 secolo si trovano chiese sotto un unico Vescovo, si può presumere che uno dei membri del collegio fosse eletto a succedere all'apostolo, dopo la morte di lui, come capo monarchico della chiesa”.

http://digilander.libero.it/ametistaazzurra1967/21.htm

5 febbraio 2013

Bufala anticattolica numero.....



Succede spesso – anche negli attuali pamphlet anticristiani e in particolare anticattolici – di vedere citata una lettera di Leone X al fratello subito dopo l’elezione a papa, nel 1513.

Quel Medici subito dopo il conclave, avrebbe scritto:

"Quot commoda dat nobis haec fabula Christi!", quanti vantaggi ci dà questa favola di Cristo.

Parole citate, ovviamente, per dimostrare che, se neanche i Papi hanno creduto nella verità del Vangelo, meno che mai possiamo farlo noi.

Peccato per quei polemisti che QUELLA LETTERA DI LEONE X NON SIA MAI ESISTITA E CHE SIA STATA INVENTATA DAL POLEMISTA PROTESTANTE JOHN BALE NELLA SUA OPERA THE PAGEANT OF POPES, il corteo dei Papi, pochi anni dopo la morte del pontefice fiorentino.

Il grande storico cattolico Pastor, poi, ha dimostrato in maniera inconfutabile che è falsa anche un’altra lettera attribuita allo stesso Pontefice che, uscito dal Conclave, avrebbe scritto al fratello Giuliano: «Godiamoci il Papato, visto che ci è stato dato».

[Vittorio Messori, Il Timone, maggio 2009, pp. 64-65]

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LA PRESUNTA LETTERA DI PAPA LEONE X, INDIRIZZATA AL AL CARDINALE BEMBO CON LA FATIDICA FRASE

"Historia docuit quantum nos invasse illa de Christo fabula" (La storia ci insegna quanto ci abbia fruttato quella favola di Cristo).

SI TROVEREBBE NEGLI ARCHIVI VATICANI.

Ce lo dice un tal Luca Cascioli (quello che pretendeva che i tribunali italiani facessero indagini per stabilire "l'inesistenza di Gesù") e sarebbe così catalogata:

Archivi vaticani - Corr. LeoneX - vol. 3° - volume cartonato grigio con cordame di collatura - scaffale 41 - 2° piano inf. Mcrofilm disponibile ( http://www.luigicascioli.it/recensioni_ita.php )

In altri siti la frase è riportata così: "Quantum nobis nostrique que ea de Christo fabula profuerit, satis est omnibus seculis notum".

Possibile che esistano due versioni della stessa lettera? Ed entrambe scritte in un latino maccheronico?

LA VERITÀ È UN'ALTRA.

NON ESISTE NESSUNA LETTERA. NON SOLO, NON ESISTE NESSUN "VOLUME 3" DELLA CORRISPONDENZA DI LEONEX, NESSUNO "SCAFFALE 41" E NESSUN "SECONDO PIANO INFERIORE".

ADDIRITTURA C'È CHI SI INVENTA FITTIZIE COLLOCAZIONI PER DARE PIÙ AUTOREVOLEZZA ALLA FALSA CITAZIONE.

La Vera Chiesa



non si riconosce del numero di coloro che ne fanno parte, ma è anche vero che se coloro che fanno parte della VERA CHIESA DI CRISTO fossero solo due e tre che si riuniscono nel SUO nome, vuol dire che la CHIESA DI CRISTO si sarebbe rivelata un fallimento.

LA VERA CHIESA DI CRISTO quindi non può essere solo un piccolo gruppo di settari che dicono di riunirsi nel nome di Cristo, con la pretesa tra l'altro di essere solo loro i salvati condannando tutti gli altri alle pene dell'inferno.
Al di la di quanto possono dire i vari gruppuscoli di settari, ben altro sono il numero di coloro che saranno salvati:

"Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani.

E gridavano a gran voce:
«La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello».

Allora tutti gli angeli che stavano intorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi, si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio dicendo:

«Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».
Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: «Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello.
Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.

Non avranno più fame,
né avranno più sete,
né li colpirà il sole,
né arsura di sorta,
perché l'Agnello che sta in mezzo al trono
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi».

Apocalisse 7,9-17

La Chiesa Cattolica a differenza dei settari, non spedisce all'inferno coloro che non ne fanno parte, pur sostenendo che la Verità non può che trovarsi in un unica Chiesa, visto che non ci possono essere tante verità, ma la Verità per essere tale non può che essere che una sola:

DICHIARAZIONE "DOMINUS IESUS"
CIRCA L'UNICITÀ E L'UNIVERSALITÀ SALVIFICA 
DI GESÙ CRISTO E DELLA CHIESA

"l'azione salvifica di Gesù Cristo, con e per il suo Spirito, si estende, oltre i confini visibili della Chiesa, a tutta l'umanità. Parlando del mistero pasquale, nel quale Cristo già ora associa a sé vitalmente nello Spirito il credente e gli dona la speranza della risurrezione, il Concilio afferma: «E ciò non vale solamente per i cristiani ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo infatti è morto per tutti e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale»."

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20000806_dominus-iesus_it.html

4 febbraio 2013

Quale e' la vera Chiesa?

Sono tante Chiese che si dicono cristiane; ecco le principali:

La Chiesa Cattolica, che conta 980 milioni di anime.

La Chiesa Ortodossa separata da quella Cattolica da circa mille anni; conta 250 milioni di anime; professa quasi tutte le verità sempre credute dalla Chiesa cattolica, con la quale è in ottimi e cordiali rapporti.
Dobbiamo pregare perché avvenga quanto prima la riunificazione delle due Chiese sorelle.

La Chiesa protestante, separata dalla Chiesa cattolica dal tempo di Lutero (1522). È suddivisa in 400 Chiese o religioni protestanti principali (oggi agglomerate nel Consiglio mondiale delle Chiese Evangeliche) e in migliaia di Chiese protestanti secondarie. Tutte queste Chiese protestanti, insieme, contano circa 550 milioni di anime. Con la Chiesa cattolica sono in buoni rapporti ecumenici.

Inoltre dal principio protestante del libero esame della Bibbia sono pullulate innumerevoli SETTE che oggi costituiscono un enorme pericolo per tutto il cristianesimo sia cattolico che protestante: di queste parleremo nella prossima catechesi.

Povero Protestantesimo, frantumato in centinaia e migliaia di Chiese o religioni, una diversa dall'altra! S. Paolo grida: "Cristo è stato forse diviso? (2)" Non ci sono centinaia e migliaia di Cristo! Uno solo è Cristo, quindi una sola è la vera Chiesa di Cristo!

-- Non possono essere vere le Chiese Protestanti per questi motivi:
Praticamente sono fondate da uomini quali Lutero, Calvino, Enrico VIII, ecc.
Negano alcuni Sacramenti e diverse verità che i loro antenati hanno creduto per 1.400 anni.

-- Conservano alcuni principi non santi e che possono spingere all'indifferentismo e perfino al peccato, come esprimiamo qui sotto.

-- Ritengono che sia sufficiente la Fede per la salvezza eterna e non occorrono le opere.

-- Sostengono che ognuno è già predestinato da Dio o al paradiso o all'inferno. Quindi è inutile essere virtuosi.

-- Professano il libero esame della Bibbia quindi la supremazia del giudizio privato nella interpretazione della Sacra Scrittura. Principio contagioso e catastrofico come riconobbe lo stesso Lutero che andava ripetendo: nel Protestantesimo ci sono tante religioni quante sono le teste.

-- Negano l'autorità che Gesù ha dato al Papa, autorità che i Riformatori attribuiscono poi a se stessi: Lutero si attribuì un'autorità tanto esagerata da scrivere: "Io non posso sentire né sopportare niente che sia contrario a ciò che insegno. Chiunque insegna diversamente da quello che io insegno, sarà figlio dell'inferno". Calvino attribuiva a sè un'autorità dispotica. Ha scritto: "Dio ha conferito a me l'autorità di dichiarare ciò che è bene e ciò che è male". Conforme a queste sue idee dittatoriali, comandava si infliggesse la morte, o di spada o di fuoco, a tutti quelli che non la pensavano come lui. Fece imprigionare il suo avversario in teologia, Serveto, e lo fece morire a fuoco lento. Lutero nega il libero arbitrio cioè la libertà umana e quindi la responsabilità dell'individuo; perciò esorta perfino a peccare, come per esempio quando scrive: "Sii peccatore, e pecca fortemente. Bisogna peccare per tutto il tempo che siamo in questo mondo; il peccato non può separarci da Dio, dovessimo anche ogni giorno commettere mille adulteri ed altrettanti omicidi". Enrico VIII, dopo aver difeso la chiesa Cattolica contro Lutero e Calvino, per il fatto che il Papa non gli concesse il divorzio dalla sua legittima moglie, abbandonò il Cattolicesimo e fondò la Chiesa Protestante anglicana di cui si dichiarò Capo al posto del Papa. Poi si risposò cinque volte, e due spose le uccise e altre tre le ripudiò. Condannò alla morte molti nobili (tra cui il suo Cancelliere S. Tommaso Moro), perché non lo vollero riconoscere capo supremo della Chiesa.

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Paul Claudel: "Che volete con tutte le vostre religioni? Ce ne sono tante di religioni? Per me non ce n'è che una: la religione cristiana, cattolica, apostolica e romana. Tutto il resto non è che opera dell'uomo".

E possiamo gridare con Leone Bloy:

"Sei fuori della Chiesa Cattolica? Sei nell'errore!" Sei nella Chiesa Cattolica? Ti dirò con S. Paolo: Essa "è colonna e fondamento della verità".


Inquisizione: ci hanno preso in giro per secoli

la verità sull’inquisizione romana: meno oscura di quanto si pensi

Nel 2012 la storica Marina Montesano dell’Università di Genova ha pubblicato il libro “Caccia alle streghe“ (Salerno Editrice 2012) con la quale ha evidenziato come il fenomeno dell’Inquisizione sia innanzitutto Rinascimentale e non si sviluppò nel Medioevo (che invece la vulgata definisce i “secoli bui dell’inquisizione”).


NELL’INTERO PERIODO TRA METÀ QUATTROCENTO E METÀ SETTECENTO LE
CONDANNE ALLA PENA CAPITALE OSCILLANO TRA LE 40MILA E LE 60MILA E L’AREA GEOGRAFIA MAGGIORMENTE COINVOLTA IN QUESTA PRATICA FU QUELLA GERMANICA E PROTESTANTE.

Al contrario, l’Inquisizione spagnola -cattolica, per capirci meglio- «ebbe in realtà un uso giudiziario della tortura assai moderato e un numero di vittime molto basso, se paragonato all’Europa centro-settentrionale».

In questi giorni un altro storico ha pubblicato un libro sull’argomento. Si tratta del britannico Christopher Black con il suo Storia dell’Inquisizione in Italia. Tribunali, eretici, censura (Carocci 2013), recensito da Paolo Mieli sul Corriere della Sera. Mieli spiega: «Già Adriano Prosperi — con Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori e missionari (Einaudi) — anni fa aveva sfatato la tesi, tramandataci dalla storiografia anticlericale, secondo cui l’Inquisizione romana fu nient’altro che un “tribunale sanguinario”». Ora lo storico Black «documenta meticolosamente come le sentenze di morte furono “relativamente poche” se confrontate a quelle di quasi tutti gli altri tribunali italiani, la tortura “più rara”, e si diedero ai “rei” concrete opportunità di “patteggiamento della pena”».

Quella che riguarda l’Inquisizione, prosegue Black, non fu «una storia così macabra come le leggende e i pregiudizi possono suggerire», né si può dire che assomigli «alle immagini dedicate da Francisco Goya alle ultime fasi dell’Inquisizione spagnola». Dopo il Medioevo, nell’area in cui operava l’Inquisizione, la tortura era in larga parte «più selettiva, fisicamente meno aggressiva e meno raccapricciante e fantasiosa» di quella che è oggi praticata in molti Stati moderni, o di fatto accettata, attraverso «misure legislative straordinarie di estradizione che violano in vario modo le convenzioni internazionali e i diritti dei prigionieri».

Paolo Mieli spiega che anche John Tedeschi, in Il giudice e l’eretico. Studi sull’Inquisizione romana (Vita e Pensiero), ha efficacemente raccontato come l’Inquisizione romana sia stata tutt’altro che «una caricatura di tribunale», un «tunnel degli orrori», un «labirinto giudiziario dal quale era impossibile uscire». E la storica Anne Schutte ha spiegato, con molti validi argomenti, che quel sistema inquisitoriale ha «offerto la migliore giustizia criminale possibile nell’Europa dell’età Moderna». La Schutte ha anche invitato a riflettere sul fatto che ci furono Papi, come Paolo III e Pio IV, i quali ebbero un approccio «morbido» a questi temi; che un discreto numero di vescovi tra il 1520 e il 1570 abbracciarono idee di «riforma», e altri si batterono per «porre un freno alla severità degli inquisitori e limitarne l’intrusione nelle credenze personali». Tra episcopato e inquisitori si ebbe, in altre parole, un rapporto più che dialettico.

Black afferma di condividere le argomentazioni di Adriano Prosperi e Simon Ditchfield secondo cui «l’Inquisizione romana, nonostante il suo lato oscuro, è stata anche una forza creativa ed educativa, che ha contribuito a definire e influenzare la cultura italiana almeno fino al XIX secolo».
Concordiamo comunque con il suo avvertimento:

«Correggendo le esagerazioni della “leggenda nera”, spero però di non alimentarne una “rosa” o “grigia”», rimane il fatto che il fenomeno in sé-come conclude Paolo Mieli, «non è certo idilliaco. Tuttavia ciò che più colpisce è che quello delle diverse inquisizioni appare come un mondo sfaccettato, incoerente, a tratti persino contraddittorio. Del quale restano impressi gli intrecci tra giustizia e politica, che si presentano assai simili a quelli tornati alla luce cinque secoli dopo».

http://www.losai.eu/inquisizione-ci-hanno-preso-in-giro-per-secoli/#.UQ9waaWreWR

3 febbraio 2013

Elogio di Pio IX

di Franco Cardini

PAPA MOLTO AMATO, MA ANCHE ODIATO E CALUNNIATO. GIOVANNI PAOLO II LO BEATIFICA, IL MONDO LAICISTA LO CONDANNA. RITRATTO DI UN PAPA CHE FU SANTO E RE. E PROFETA: VIDE PRIMA DI TUTTI I GUASTI CHE AVREBBERO PRODOTTO IL MATERIALISMO COMUNISTA E LIBERISTA.


"Benedite, gran Dio, l’Italia": l’invocazione intensa e commossa di Pio IX, un secolo e mezzo dopo che fu proferita, si legge non senza un qualche imbarazzo. Il Mastai Ferretti era un italiano nato a Senigallia, nello Stato Pontificio, era un uomo del suo tempo, l’Ottocento, che per qualcuno è il secolo formidabile del Romanticismo che si apre con Napoleone e si chiude alla vigilia della prima Guerra mondiale, e per qualcun altro è soltanto il siècle imbécille. Non gli si può certo rimproverare di aver cullato qualche entusiasmo per gli ideali di patria, di unità e di libertà. Non ci si può meravigliare se il suo entusiasmo di patriota cattolico si scaldò per alcuni anni alla fiamma del federalismo neoguelfo. Non ci si può scandalizzare se dinanzi agli sviluppi centralistici, autoritari e giacobini dell’ala prevalente del movimento di unità nazionale, la coscienza del suo ruolo di capo della Chiesa e di principe di uno Stato italico che aveva diritto e bisogno di preservare la sua sovranità lo spinse a chiamarsi fuori da un coro unitario sempre più egemonizzato dal militarismo e dall’espansionismo annessionistico dei piemontesi e dal radicalismo giacobino dei garibaldini.

Ho francamente qualche disagio a tornare su Pio IX dopo le polemiche nate nell’estate scorsa dalla sua beatificazione e dalla mostra che all’interno del Meeting di Rimini è stata dedicata a una rilettura della storia del Risorgimento. Quanto al primo tema, non riesco francamente a convincermi che in un paese nel quale la religione cattolica è ancora forte e diffusa — anche se non più maggioritaria — sia ancora tanto radicata l’ignoranza relativa al carattere e al meccanismo dei processi di beatificazione e di canonizzazione: processi tipici ed esclusivi dell’ambito ecclesiale, che la Chiesa conduce iuxta sua propria principia e all’unico fine di stabilire se il candidato alla canonizzazione ha vissuto o no in grado eroico le virtù cristiane.

Per i cattolici, la proclamazione di un santo è uno dei pochissimi casi nei quali il pontefice romano è direttamente assistito dallo Spirito Santo e quindi infallibile. Ma nella canonizzazione non hanno alcun peso le opzioni politiche o culturali del candidato alla santità: elevare Luigi IX di Francia alla gloria degli altari non comporta affatto il santificare la prassi e gli obiettivi della "settima" e della "ottava" crociata; riconoscere la santità di Giovanna d’Arco non comporta per nulla una sanzione delle sue qualità tattiche o strategiche; beatificare Pio IX non comporta l’approvazione del suo comportamento politico in quanto sovrano dello Stato Pontificio. Un santo può anche essere stato uno sprovveduto, uno sciocco, un fallito: questo non conta, lo Spirito soffia dove vuole. Un santo è un eroe delle virtù cristiane: la Chiesa ne decreta l’eroicità, il pontefice la legittima, lo Spirito Santo assiste quale Supremo Garante. Questo è tutto. E non ci sono eccezioni o perplessità protestanti, o laiche, o musulmane, o ebree che tengano.

Ma bastano le ragioni della santità a ben giudicare Pio IX? Credo che a correttamente valutarne l’opera sia necessario apprezzare anche le sue caratteristiche civili. Papa Mastai Ferretti sostenne con grande dignità l’urto dell’espansionismo piemontese e dell’aggressività massonica: difese con moderazione ma con fermezza la libertà del suo piccolo Stato investito dalla furia di forze che non esitarono ad abbandonarsi a un vero e proprio atto di brigantaggio internazionale culminato nell’aggressione e nell’invasione di uno Stato sovrano. Il Piemonte sabaudo, ampliatosi e legittimatosi in Regno d’Italia, si comportò con lo Stato Pontificio come Hitler e Stalin, settant’anni dopo, si sarebbero comportati con la Polonia. Non è ultracattolico il dirlo: è semplicemente esito d’un’occhiata senza pregiudizi al mondo della storia.

Pio IX portò con dignità e con fermezza la sua croce: sovrano senza più regno, prigioniero nella sua stessa casa, adulato e calunniato al tempo stesso.

Difese il potere temporale: quel potere che, grazie a un’ottima e provvidenziale scelta concorde di Santa Sede e Governo italiano, è tornato sia pur simbolicamente a riproporsi mezzo secolo dopo la sua brigantesca soppressione. Non v’è dubbio che il potere temporale ha appesantito e compromesso la vita della Chiesa cattolica; ma è stato il prezzo che essa ha pagato per non finir a fungere da cappellana di palazzo di potenti della terra, come e invece accaduto alle chiese riformate e ortodosse.

Pio IX volle il Sillabo: ch’è "datato", ma che in più punti conserva intatto il suo valore profetico. Alludo ai commi 58 — 59, relativi al materialismo assoluto, che suonano profetica condanna del materialismo comunista non meno che dell’ipermaterialismo iperliberista che presiede alla globalizzazione.

Cronologia

1792. A Senigallia nasce dalla contessa Caterina Solazzi e dal conte Girolamo Giovanni Maria Mastai Ferretti. Lo stesso giorno riceve il battesimo.

1797. Il piccolo Giovanni Maria cade nelle acque di un torrente. Salvato da un domestico, manifesta i primi segni di epilessia.

1803. Entra nel Collegio degli Scolopi a Volterra.

1809. Si trasferisce a Roma, ospite dello zio Paolino Mastai, canonico della Basilica Vaticana, per proseguire gli studi di filosofia e teologia al Collegio Romano.

1815. Inizia la sua opera di assistenza all’istituto per ragazzi abbandonati Tata Giovanni di Roma.

1819. 10 aprile - È ordinato sacerdote e nominato direttore del Tata Giovanni.

1823. Si reca in Cile, accompagnando il Nunzio Apostolico Giovanni Muzi. Vi rimane fino al 1825. 1827. 3 giugno — È consacrato vescovo, a soli 35 anni, dal cardinale Castiglioni, futuro papa Pio VIII. È arcivescovo di Spoleto, dove viene chiamato a fronteggiare alcuni moti rivoluzionari e il terremoto del 1832.

1832. 22 dicembre. È trasferito alla sede vescovile di Imola.

1840. 17 dicembre. Riceve il cappello cardinalizio.

1846. 16 giugno. È eletto papa a soli 54 anni. Succede a Gregorio XVI. 16 luglio. Emana "L’Editto del perdono", con cui concede l’amnistia per i delitti politici. 8 novembre. Prima Enciclica, la Qui pluribus, in cui condanna le società segrete, la Massoneria e il Comunismo.

1847. Concede un’ampia libertà di stampa. Istituisce la Guardia civica, il Muni cipio e il Consiglio comunale di Roma. L’anno successivo concede lo Statuto. 1848. 10 febbraio. Dalla loggia del Quirinale pronuncia il celebre discorso in cui esclama: "Gran Dio, benedite l’Italia". 29 aprile. Prodama la Chiesa neutrale nel conflitto tra Piemonte e Austria. 3 maggio. Invia all’Imperatore d’Austria una lettera in difesa dell’indipendenza italiana. 15 novembre. Viene ucciso Pellegrino Rossi, capo del Governo di Pio IX. 24 novembre. Si rifugia a Gaeta, mentre l’Urbe cade in mano ai repubblicani.

1850. 12 aprile. Rientra a Roma. Concede una nuova, ampia amnistia. 1852. 2 febbraio. Chiede allo zar Nicola I che siano rispettati i cattolici e il popolo polacco.

1854. 8 dicembre. Proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. 1857. Visita i territori dello Stato Pontificio. Il viaggio dura 4 mesi, 1860. La sconfitta nella battaglia di Castelfidardo segna per lo Stato Pontificio la perdita di Legazioni (Bologna, Perugia, Urbino, Velletri), Marche e Umbria. 1861. 1 luglio. Fonda "L’Osservatore Romano". 1864. 8 dicembre. Pubblica l’enciclica Quanta cura con annesso il Syllabum, elenco dei "principali errori dei nostri tempi".

1869. 7 dicembre. Apre il Concilio Vaticano I, che verrà sospeso il 18 luglio 1870, a causa della guerra francoprussiana.

1870. 18 luglio. Proclama il dogma dell’Infallibilità papale ex cathedra. 20 settembre. Con la presa di Roma da parte dei piemontesi, Pio IX si rinchiude in volontaria prigionia in Vaticano. 8 dicembre. Dichiara san Giuseppe patrono della Chiesa universale.

1871. 3 febbraio. Roma èdichiarata capitale; Vittorio Emanuele TI vi farà il suo ingresso il 3 luglio. 13 maggio. Viene promulgata la Legge delle Guarentigie, che il Papa respinge come atto unilaterale di un governo aggressore.

1874. Invita i cattolici a non partecipare alle elezioni politiche in Italia (Non expedit). Nasce a Venezia l’Opera dei Congressi, che riunisce i cattolici italiani "intransigenti", fedeli alle esortazioni del papa.

1875. 16 giugno. Consacra la Chiesa al Sacro Cuore.

1878. 7 febbraio. Muore dopo il più lungo pontificato della storia. È sepolto provvisoriamente in san Pietro.

1881. 13 luglio. La salma viene traslato nella Basilica di san Lorenzo. Durante il tragitto, alcuni esagitati tentano di gettare la bara nel Tevere.

1907. 11 febbraio. Pio X ordina l’introduzione dei processi dìocesani ordinari per la causa di beatificazione dì Pio IX. Il processo prosegue il suo iter sotto il pontificato di Pio XII.

1985. 6 luglio. Giovanni Paolo Il riconosce le virtù eroiche del servo di Dio Pio IX.

1986. 15 gennaio. La consulta medica dichiara all’unanimità che, per intercessione di Pio IX, suor Maria Teresa di san Paolo del Carmelo di Nantes ha ottenuto una guarigione miracolosa, l’li febbraio 1911.

2000. 3 settembre. In piazza san Pietro sono proclamati beati Angelo Giuseppe Roncalli e Giovanni Maria Mastai Ferretti.

"Tra le leggende costruite ad arte per legittimare la presa di Roma, screditando Pio IX, vi è quella relativa al "malgoverno" dello Stato Pontificio. Indubbiamente, quello dei papi era un regno di questo mondo, con tutti i difetti e i limiti delle cose umane. Ma un rapido confronto con le nazioni dell’epoca dimostra che le cose non andavano poi tanto male per i cittadini pontifici. I quali, innanzitutto, si erano visti garantiti più di mille anni di pace, grazie al prestigio internazionale e all’assoluta mancanza di mire espansionistiche del regno.

[...] La pressione fiscale nello Stato Pontificio oscilla tra i 20 e i 22 franchi a persona, mentre in Piemonte è tra i 30 e 32 franchi, in Francia tocca i 40 e in Inghilterra addirittura gli 80. Pio IX cura il prosciugamento delle paludi di Ostia e di Ferrara, la bonifica dell’agro romano, amplia i principali porti sull’Adriatico, fornisce Roma dell’acqua potabile, promuove sin dal 1847 l’illuminazione a gas, dà nuovo impulso a scavi e restauri, fa poggiare oltre 400 chilometri di ferrovia. Roma possiede un ospedale ogni 9000 abitanti, mentre Londra uno ogni 40.000; e un istituto di beneficenza ogni 2700 abitanti, contro uno su 7000 della capitale inglese".

(Alessandro Gnocchi — Mario Palmaro, Formidabili quei Papi. Pio IX e Giovanni XXIII: due rifratti in con froluce, Ancora, Milano 2000, pp. 30-32).

Bibliografia

- Alessandro Gnocchi Mario Palmaro, Formidabili quei Papi. Pio IX e Giovanni XXIII: due ritratti in controluce, Ancora, Milano 2000.
- Roberto De Mattei, Pio IX, Piemme, Casale Mon.to (AL) 2000.
- Rino Cammilleri, Elogio del Sillabo, Leonardo, Milano 1994.
- Angela Pellicciari Risorgimento da riscri vere, Ares, Milano 1998.
- Gerlando Lentini, La bugia risorgimentale. Il Risorgimento italiano dalla parte degli sconfitti, Il Cerchio, Rimini 1999.
- Paolo Gulisano, O Roma o morte! Pio IX e il Risorgimento, Il Cerchio, Rimini 2000.

Il Timone - n. 10 Novembre/Dicembre 2000

2 febbraio 2013

A Lanciano, il monaco dubbioso vide l'ostia tramutarsi in carne e il vino in sangue

Secondo l’esame medico, la carne era costituita dal tessuto muscolare striato del miocardio

IL MIRACOLO EUCARISTICO DI LANCIANO (750)

Che cos'è un Miracolo Eucaristico?


L’Eucaristia è il Sacramento che sotto le specie o apparenze del pane e del vino contiene realmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. Perciò l'Eucaristia è il centro focale della Chiesa Cattolica. Gesù si rende presente nell'Eucaristia mediante la Transustanziazione, cioè la conversione totale della sostanza del pane nel corpo e della sostanza del vino nel sangue del Signore. Del pane e del vino restano soltanto le specie, o apparenze.

Ma come è presente Gesù nell'Eucaristia? E’ presente secondo il modo della sostanza, cioè è presente tutto in tutte le singole parti delle specie del pane e del vino. Per questo spezzando l'Ostia consacrata non si spezza il corpo di Gesù. Teniamo sempre presente che Gesù come Dio è presente in ogni luogo, mentre come uomo è presente solo in cielo e nell’Eucaristia.

Dobbiamo quindi avere una somma venerazione per il Santissimo Sacramento, ricordando che in esso è presente veramente, realmente e sostanzialmente quel Gesù che in Cielo siede alla destra del Padre. A questo punto possiamo dire che cos'è un Miracolo Eucaristico: è un evento prodigioso che rivela, in modi diversi, la presenza di Gesù nella sua realtà viva e operante in mezzo a noi: e ciò allo scopo di confermare e ravvivare la nostra fede.

Il Miracolo di Lanciano

A Lanciano, in Abruzzo, attorno al 750, Gesù ha voluto dare prova della sua presenza reale nell'Eucaristia. Nella chiesa di San Francesco, dove avvenne il miracolo, un'iscrizione marmorea racconta il prodigio del quale sono tuttora conservate le reliquie: "Circa gli anni del Signore ettecento, in questa chiesa un monaco sacerdote dubitò se nell'Ostia consacrata ci fosse veramente il Corpo di Nostro Signore, e nel calice il Sangue. Celebrò Messa e, dette le parole della consacrazione, vide divenire Carne l'Ostia e Sangue il vino. Fu mostrata ogni cosa ai circostanti, e quindi a tutto il popolo. La Carne è ancora intera e il Sangue diviso in cinque parti disuguali che tanto pesano tutte unite quanto ciascuna separata. Tutto ciò può essere visto in questa Cappella fatta da Giovanni Francesco Valsecca a sue proprie spese, l'anno del Signore 1636". Le analisi di laboratorio, in questi ultimi anni, eseguite più volte e da diversi esperti, confermano che sono carne e sangue umani conservatisi incorrotti.

Il 3 novembre del 1974, Giovanni Paolo II, allora Cardinale di Cracovia, si recò in pellegrinaggio a Lanciano e sostando davanti alle sacre Reliquie esclamò: "Fa, o Signore, che noi sempre più crediamo in Te, speriamo in Te, amiamo te". In calce la firma. Il 4 dicembre 1981, ricevendo i Vescovi della Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana li salutò dicendo: "Il culmine della evangelizzazione si realizza nell’Eucaristia, in essa infatti si raggiunge la piena identificazione dell’uomo con Cristo. Non tralasciate occasione per ravvivare negli uomini la devozione verso la divina Eucaristia, che d’altronde è molto sentita tra le comunità di entrambe le regioni, non solo per la presenza, fin dal secolo VIII, del già menzionato Santuario del Miracolo Eucaristico".

L'esame scientifico

Nel novembre 1970, per le istanze dell'Arcivescovo di Lanciano, Monsignor Perantoni, e del ministro provinciale dei Conventuali di Abruzzo, e con l'autorizzazione di Roma, i Francescani di Lanciano decisero di sottoporre a un esame scientifico queste "reliquie" che risalivano a quasi 12 secoli prima. II compito fu affidato al dott. Edoardo Linoli, capo del servizio all'ospedale d'Arezzo e professore di anatomia, di istologia, di chimica e di microscopia clinica, coadiuvato dal prof. Ruggero Bertelli dell'Università di Siena. II dott. Linoli effettuò dei prelevamenti sulle sacre reliquie, il 18 novembre 1970, poi eseguì le analisi in laboratorio.

II 4 marzo 1971, il professore presentò un resoconto dettagliato dei vari studi fatti. Ecco le conclusioni essenziali:
1. La "carne miracolosa" è veramente carne costituita dal tessuto muscolare striato del miocardio.
2. II "sangue miracoloso" è vero sangue: l'analisi cromatografica lo dimostra con certezza assoluta indiscutibile.
3. Lo studio immunologico manifesta che la carne e il sangue sono certamente di natura umana e la prova immunoematologica permette di affermare con tutta oggettività e certezza che ambedue appartengono allo stesso gruppo sanguigno AB. Questa identità del gruppo sanguigno può indicare l'appartenenza della carne e del sangue alla medesima persona, con la possibilità tuttavia dell'appartenenza a due individui differenti del medesimo gruppo sanguigno.
4. Le proteine contenute nel sangue sono normalmente ripartite, nella percentuale identica a quella dello schema siero-proteico del sangue fresco normale.
5. Nessuna sezione istologica ha rivelato traccia di infiltrazioni di sali o di sostanze conservanti utilizzate nell'antichità allo scopo di mummificazione. Certo, la conservazione di proteine e dei minerali osservati nella carne e nel sangue di Lanciano non è né impossibile né eccezionale: le analisi ripetute hanno permesso di trovare proteine nelle mummie egiziane di 4 e di 5.000 anni. Ma è opportuno sottolineare che il caso di un corpo mummificato secondo i procedimenti conosciuti, è molto differente da quello di un frammento di miocardio, lasciato allo stato naturale per secoli, esposto agli agenti fisici atmosferici e biochimici.

II prof. Linoli scarta anche l'ipotesi di un falso compiuto nei secoli passati: "Infatti", dice, "supponendo che si sia prelevato il cuore di un cadavere, io affermo che solamente una mano esperta in dissezione anatomica avrebbe potuto ottenere un 'taglio' uniforme di un viscere incavato (come si può ancora intravedere sulla 'carne') e tangenziale alla superficie di questo viscere, come fa pensare il corso prevalentemente longitudinale dei fasci delle fibre muscolari, visibile, in parecchi punti nelle preparazioni istologiche. Inoltre, se il sangue fosse stato prelevato da un cadavere, si sarebbe rapidamente alterato, per deliquescenza o putrefazione".

La relazione del prof. Linoli fu pubblicata in Quaderni Sclavo in Diagnostica, 1971, fasc. 3 (Grafiche Meini, Siena) e suscitò un grande interesse nel mondo scientifico. Anche nel 1973, il Consiglio superiore dell'Organizzazione mondiale della Sanità, O.M.S., organismo dell'O.N.U., nominò una commissione scientifica per verificare, mediante esperimenti di controllo, le conclusioni del medico italiano. I lavori durarono 15 mesi con 500 esami. Le ricerche furono le medesime di quelle effettuate dal prof. Linoli, con altri complementi.

La conclusione di tutte le reazioni e di tutte le ricerche confermarono ciò che già era stato dichiarato e pubblicato in Italia. In maniera precisa, fu affermato che i frammenti prelevati a Lanciano non potevano essere assimilati a tessuti mummificati. La loro conservazione dopo quasi dodici secoli, in reliquiari di vetro e in assenza di sostanze conservanti, antisettiche, antifermentative e mummificanti, non è scientificamente spiegabile: infatti i vasi che racchiudono queste reliquie non impediscono l'accesso dell'aria e della luce né l'entrata di parassiti d'ordine vegetale o animale, veicoli ordinari dell'aria atmosferica.

In quanto alla natura del frammento di carne, la commissione dichiara senza esitazione che si tratta di un tessuto vivente perché risponde rapidamente a tutte le reazioni cliniche proprie degli esseri viventi. Questo responso perciò conferma pienamente le conclusioni del prof. Linoli. E non è meno sorprendente constatare che un miracolo italiano dell'alto medioevo abbia interessato sino a questo punto l'OMS e le Nazioni Unite! Ma, è questa un'altra sorpresa, l'estratto-riassunto dei lavori scientifici della Commissione Medica dell'OMS e dell'ONU, pubblicato in dicembre 1976 a New York e a Ginevra, dichiara nella sua conclusione che la scienza, consapevole dei suoi limiti, si arresta davanti alla impossibilità di dare una spiegazione. L'ultimo paragrafo non è certamente una dichiarazione di fede religiosa, ma è almeno l'apologia dell'umiltà che deve possedere colui che si dedica alla ricerca scientifica.

Lo scienziato, a un certo momento delle sue investigazioni, deve ricordarsi che non è altro che un uomo sul pianeta terrestre. In conclusione si può dire che la Scienza, chiamata a testimoniare, ha dato un certo ed esauriente responso, riguardo all'autenticità del Miracolo Eucaristico di Lanciano.

Osservazioni di ordine spirituale

La Carne e il Sangue miracolosi di Lanciano sono dunque tali e quali sarebbero se fossero stati prelevati il giorno stesso su un vivente. Ora, nell'Eucaristia, c'è appunto un vivente che si dona a noi: Gesù, il risuscitato di Pasqua, che aveva affermato: "Io sono il Pane vivo disceso dal cielo e ciò che io dono, è la mia carne per la vita del mondo". Quando ci comunichiamo, mangiamo veramente, in maniera sacramentale, una carne reale, animata e gloriosa, e beviamo il sangue vivente dell'Uomo-Dio che, uscito dalla tomba, non può più morire.

D'altra parte, la carne di Lanciano è un tessuto del cuore. Ora, questo simbolizza più di tutte le altre parti del Corpo di Cristo, l'amore di cui egli dà testimonianza. Certo, comunicandoci, noi riceviamo il Corpo intero del Signore, sotto le sacre specie, ma è soprattutto il Cuore che si dona a noi nel "Sacramento del Suo Amore". Si realizzano allora per ciascuno di noi le parole di San Giovanni: "Gesù, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine", sino alla sua morte sulla croce certamente, ma soprattutto sino a donarsi ad essi come nutrimento, comunicando loro così i benefici della sua morte redentrice e della sua vita gloriosa.

II miracolo di Lanciano, attestato storicamente da una lunga tradizione, autenticato dalla stessa scienza, ha anche una portata spirituale e mistica: ci fa capire che Gesù Cristo è sempre vivente e che il suo Cuore ci ama appassionatamente. Di conseguenza, quale corroborante per la nostra fede un tale prodigio! E come ci spinge a ringraziare Colui che ci ha amato per primo sino a donarci la sua carne e il suo sangue in cibo e in bevanda!

http://www.zenit.org/article-7797?l=italian

La Santa Messa


In questa conversazione affrontiamo un tema di straordinaria importanza per la fede cattolica: parleremo della Santa Messa, del Sacrificio eucaristico: sapete bene che noi cattolici siamo obbligati a partecipare alla Santa Messa tutte le domeniche e el feste comandate. Sapete anche che saltare la Messa, non partecipare al Sacrificio eucaristico per colpa propria costituisce un peccato grave, un peccato mortale, e per ottenere il perdono è necessario fare una buona confessione.

Quando parlo della Santa Messa sottolineo il termine di “Sacrificio eucaristico” perché proprio la verità fondamentale della Messa, il significato essenziale della Messa come “Sacrificio” è spesso dimenticato in casa cattolica e contestato dai cristiani non cattolici.

Come è nostra abitudine, vogliamo chiarire innanzitutto che cosa è la Messa, che cosa insegna la dottrina cattolica riguardo la Santa Messa e poi vedremo le contestazioni che vengono avanzate alla dottrina cattolica, cercando di mostrare come queste contestazioni siano insostenibili.

Naturalmente, non mancheremo di fare una breve incursione nel campo della storia dei primi cristiani, e domanderemo alla storia, alle tracce che ci ha lasciato, ai documenti che sono giunti fino a noi, di dirci che cosa pensavano i primi cristiani riguardo la santa Messa.

Erano questi cristiani consapevoli che la Messa è il sacrificio incruento di Gesù oppure la consideravano solo un atto di culto che ricordava, rappresentava simbolicamente, l’ultima Cena?

Iniziamo questa conversazione con una considerazione di ordine generale, che mi pare molto utile per la nostra fede. L’importanza della Santa Messa si comprende se poniamo attenzione a quanto scrive un autore classico, il Royo Marin, in un giustamente celebre studio intitolato “Teologia della perfezione cristiana”.

Ascoltiamo: “La Messa ha gli stessi fini e produce gli stessi effetti della croce” e questo autore specifica che “Con la Messa possiamo dare a Dio tutto l’onore che gli è dovuto in riconoscimento della sua infinita maestà e del suo supremo dominio, nella maniera più perfetta possibile e in grado rigorosamente infinito. Una sola Messa glorifica più Iddio di quanto lo glorificheranno in Cielo, per tutta l’eternità, tutti gli angeli, i santi e i beati, compresa Maria Santissima” (p. 549).

Perché la Messa, una sola Messa, vale più di ogni altra preghiera, di ogni altro culto, vale più di tutta la lode offerta a Dio in Paradiso, dagli angeli, dai santi, compresa – badate bene – Maria Santissima?

Si può rispondere in questo modo: Poiché il sacerdote principale della Messa è Gesù Cristo e la sua dignità è infinita, e siccome nella Santa Messa viene immolata e offerta a Dio una vittima di dignità infinita, che è lo stesso Gesù Cristo, si capisce bene perché la Messa – una sola Messa - dà a Dio un culto di lode e di ringraziamento che oltrepassa all’infinito ciò che le creature, tutte le creature del Cielo e della terra, sono in condizione di prestare. Capite bene, amici, quanto è importante la Santa Messa.

Veniamo subito alla prima domanda: che cosa è la Messa? Il Catechismo di san Pio X, che ho avuto la grazia di studiare quando ero bambino, risponde alla domanda in questo modo: “La santa Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue sull’altare, in memoria e rinnovazione del sacrificio della Croce”.

È difficile trovare una sintesi più ricca e profonda del significato della Messa di quella offerta dal Catechismo di san Pio X. Ci vorrebbe una intera trasmissione per esaminare ogni parola, ma le nostre – sapete bene – sono conversazioni di apologetica, non di dottrina.

Il recente Catechismo della Chiesa Cattolica ci insegna, al n. 1330, che la Santa Messa è un “Santo Sacrificio, perché attualizza l’unico sacrificio di Cristo Salvatore e comprende anche l’offerta della Chiesa”.

Dunque per noi Cattolici la Santa Messa è innanzitutto il Sacrificio di Gesù, è lo stesso sacrificio della Croce, con una differenza: che duemila anni fa, sul Monte Calvario, inchiodato alla Croce, Gesù si è sacrificato volontariamente versando il suo sangue e meritando per noi ogni grazia; invece, sull’altare delle nostre chiese Gesù si sacrifica misticamente, per il ministero del sacerdote, senza spargere il suo sangue e ci applica i meriti guadagnati con il sacrificio della croce.

La Messa è un mistero grande, ma è un mistero vero. La dottrina cattolica insegna che il sacrifico della Messa e quello della Croce non sono e non possono essere che un solo e identico sacrifico, come una e identica è la vittima: Gesù Cristo, immolato una volta sola sulla Croce con sacrificio cruento.

La dottrina cattolica insegna che la vittima cruenta del Calvario e quella incruenta della Messa non sono due vittime, ma una sola, il cui sacrificio si rinnova ogni giorno nell’Eucaristia.

Qui sorge subito la prima domanda alla quale chi si occupa di apologetica deve saper rispondere. Perché noi cattolici, a differenza di coloro che contestano il significato della Messa, diciamo che la Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù?

La risposta è molto semplice: perché lo ha insegnato Gesù Cristo, è esplicitamente ricordato nella Sacra Scrittura e perché è sempre stato insegnato e creduto dai veri cristiani, dalle origini fino ai nostri giorni.

La Sacra Scrittura è estremamente chiara. Nell’Ultima Cena del Giovedì santo, quando Gesù ha istituito l’Eucaristia, il Signore ha compiuto un vero e proprio sacrifico, dicendo che il suo Corpo era “dato”, cioè offerto in sacrificio.

A conferma di quanto stiamo dicendo, valga per tutti ciò che riporta il Vangelo di san Luca, al capitolo 22 e versetto 19: “Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi”.

Prestiamo attenzione a queste parole. Il Corpo del Signore non viene soltanto offerto come cibo ai discepoli, ma è “dato” per i discepoli e questa è una evidente allusione al carattere sacrificale, cioè di sacrificio, del rito che Gesù sta compiendo, cioè della Messa.

Ancora. Gesù ha compiuto un vero e proprio sacrificio dicendo che il suo sangue era versato, come si versava nei sacrifici. Sentiamo il Vangelo di san Matteo, al capitolo 26, versetti 27 e 28: “Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”.

Dunque, il Corpo “dato” e il Sangue “versato” costituiscono un vero e proprio sacrificio. Questo è il fondamento della dottrina cattolica sulla Santa Messa.

E il Signore Gesù, dopo aver istituito e celebrato la prima Santa Messa proprio nell’Ultima Cena, ordina ai discepoli di rinnovare quel sacrifico eucaristico: “Fate questo in memoria di me”, sono le parole pronunciate da Gesù e riportate dal vangelo di Luca. Parole che riporta anche san Paolo nella prima lettera che ha scritto ai cristiani di Corinto, capitolo 12, versetto 25 “Fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”.

Ovviamente, quando Gesù ha dato questo comando ai suoi discepoli, quando ha ordinato loro di rinnovare il sacrificio dell’ultima Cena e del Calvario, ha dato loro anche il “potere” di eseguirlo, quindi li ha ordinati, li ha costituiti “sacerdoti”. Il sacerdote è dunque colui che ha ricevuto il potere e l’ordine di rinnovare il sacrificio eucaristico, di celebrare la Santa Messa.

Quando un sacerdote celebra la Santa Messa obbedisce al comando di Gesù: fate questo in memoria di me. Allora la Chiesa, ripetendo il gesto eucaristico del suo Fondatore, compie un vero e proprio sacrificio, quello stesso che offrì Gesù.

Proseguiamo nella nostra riflessione. Questa verità fondamentale riguardante il carattere di vero e proprio sacrifico della Messa è stata contestata, nel XVI secolo, dall’eretico Martin Lutero, dall’eretico Zwingli e dopo di loro da tutti i membri della variegata e numerosa famiglia protestante.

Zwingli, in un pubblico dibattito organizzato il 29 gennaio 1523 dalle autorità di Zurigo, sostenne apertamente che la Messa, il culto dei santi, il celibato dei sacerdoti, i voti monastici, le pratiche di devozione erano tutte superstizioni, non insegnate dal Vangelo, am inventate dalla Chiesa. Anche la Messa era un gesto superstizioso, che non aveva fondamento nel Vangelo e nella volontà di Cristo.

Ai giorni nostri, anche i testimoni di Geova, che non dobbiamo confondere con i Protestanti (i Protestanti credono alla divinità di Cristo, i Testimoni di Geova non ci credono) negano che la Messa abbia carattere di sacrificio.

Nel loro opuscolo intitolato “Accertatevi di ogni cosa” i testimoni di Geova scrivono che “Cristo è in cielo, non è portato giù quotidianamente nel sacrificio della messa”.

Ora, tocca agli studiosi della Bibbia, ai teologi e agli esegeti, ai professori di Sacra liturgia rispondere a queste contestazioni facendo uso della Sacra Scrittura e mostrare, come abbiamo fatto –purtroppo superficialmente – in apertura di questa conversazione, che la dottrina cattolica è totalmente conforme all’insegnamento di Gesù e della Sacra Scrittura.

Noi ci occuperemo di storia. Anche la storia ci può dare qualche indicazione interessante. Domanderemo alla storia di dirci, sulla base delle testimonianze, dei documenti, delle tracce che sono giunte fino a noi, che cosa pensavano i primi cristiani della Messa. Essi pensavano che si trattasse di un sacrificio, del sacrificio eucaristico – come crediamo noi cattolici – oppure di una semplice commemorazione, di un ricordo, di un rito, di una “cena”, come pensano Protestanti e testimoni di Geova?

La risposta della storia è chiara e inequivocabile. I primi cristiani celebravano e partecipavano alla Messa consapevoli che si trattava del sacrificio eucaristico, esattamente come crediamo oggi noi cattolici.

È giunto il momento di portare le prove. E le prove, cari amici, sono abbondanti!

Cominciamo dalla famosa Didachè , detta anche Dottrina degli Apostoli, opera della quale non si conosce l’autore, o gli autori, ma che fu composta alcuni dicono verso la fine del primo secolo, altri intorno alla metà del secondo; dunque è uno scritto antichissimo, di inestimabile valore, quasi contemporaneo al Vangelo di san Giovanni o successivo di alcuni decenni.

La Didachè è un manuale di pietà scritto per i fedeli e per i catecumeni che si preparavano a ricevere il battesimo nei primi tempi del Cristianesimo.

Al capitolo XIV leggiamo questo passo estremamente interessante: “Ogni domenica, giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie, dopo che avrete confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro. Chiunque ha qualche lite con il suo compagno, non si riunisca a voi prima che siano riconciliati, affinché non sia profanato il vostro sacrificio. Così infatti ha detto il Signore: “in ogni luogo e in ogni tempo, mi sia offerto un sacrificio mondo; poiché io sono un gran re, dice il Signore, e il nome mio è ammirevole tra le genti”.

Soffermiamo per un istante la nostra attenzione e cerchiamo di sottolineare la ricchezza di queste poche righe. Dunque, alla fine del primo secolo, o nei primi decenni del secondo, la storia tramanda un documento che rivela le convinzioni e abitudini dei cristiani di quel tempo.

Ricordiamole: si radunavano la domenica (proprio come facciamo noi cattolici), “spezzano il pane e rendono grazie” (come succede nella Santa Messa alla quale partecipiamo noi cattolici); “dopo aver confessato i peccati” (come insegna la nostra dottrina: bisogna confessare i peccati mortali prima di fare al Comunione); e, questo ci interessa particolarmente, i cristiani del primo secolo credevano che la Messa fosse un “sacrificio”, lo stesso Sacrificio di Gesù sul Calvario, rinnovato sull’altare della Santa Messa.

Qui ci troviamo di fronte ad un conferma documentata storicamente, straordinaria, antichissima che i primi cristiani avevano della Messa lo stesso pensiero che abbiamo oggi noi cattolici.

Ne consegue che Protestanti e Testimoni di Geova, negando il valore sacrificale della Messa non solo si pongono in contrasto con l’insegnamento di Gesù e con la Sacra Scrittura, ma riprendono un pensiero eretico che aveva fatto capolino nelle sette medievali e che non era conosciuto dai primi cristiani.

Andiamo avanti in questo breve viaggio nella storia dei primi cristiani e arriviamo, sempre in epoca antichissima, a sant’Ignazio di Antiochia, morto a Roma, martire, nell’anno 107.

Sant’Ignazio fu autore di celeberrime lettere, che ci sono giunte. In quella inviata ai Cristiani che vivevano a Smirne, sant’Ignazio scrive: “Si astengano poi dall’Eucaristia e dalla preghiera liturgica della Chiesa perché non credono che l’Eucaristia è la vera Carne del Signore nostro Gesù Cristo; quella Carne che ha patito per i nostri peccati e che il Padre celeste ha risuscitato, per la sua potente bontà” (VII, 1).

Quello che abbiamo appena ascoltato è un testo di valore storico inestimabile. Sant’Ignazio ci informa della fede dei primi cristiani sull’Eucaristia, Corpo di Cristo, ma conferma la fede e la consapevolezza che l’Eucaristia è quello stesso Corpo di Cristo che ha patito, dunque che si è sacrificato per i nostri peccati.

Questo è ciò che insegna ancora la dottrina cattolica dopo duemila anni, dottrina cattolica rimasta fedele all’insegnamento del Vangelo e alla prassi dei primi cristiani.

Proseguiamo questa breve incursione nel campo della storia dei primi cristiani. Il nome di san Cipriano vi è ormai noto, perché è stato citato in qualche nostra conversazione recente.

San Cipriano (ca 205-258) è vissuto nel III secolo, è stato Vescovo di Cartagine ed è morto martire per la fede durante la persecuzione scatenata dall’Imperatore romano Valeriano.

Trattando dell’Eucaristia, Cipriano usa espressioni di straordinaria chiarezza che rivelano la fede dei cristiani dei primi secoli: “Sacrificio vero e pieno”, “Sacrificio vero e sommo”, “Sacrificio verissimo e singolare”.

Molte altre testimonianze si potrebbero portare. La storia conferma che la Santa Messa, celebrata dai cristiani fin dalle origini, obbedendo in questo al comando del Signore, è sempre stata considerata il Sacrificio incruento, cioè senza spargimento di sangue, di Gesù. Lo stesso Sacrificio del Calvario.

L’ultima conferma che ci offre la storia, questa sera, viene da San Cirillo di Gerusalemme, santo, Padre della Chiesa, vissuto nel IV secolo (ca 315- ca 387), il quale, istruendo i neofiti, scriveva: “Dopo compiuto il sacrificio spirituale, rito incruento, sopra quell’ostia di propiziazione, noi supplichiamo Dio per la pace universale della Chiesa, per il retto ordine del mondo, per l’imperatore, per gli eserciti e gli alleati, per i malati e in generale preghiamo noi tutti per tutti coloro che han bisogno di aiuto e offriamo questa vittima…”

Come si vede, tra i cristiani dei primi secoli è vivissima la consapevolezza che la Santa Messa è “sacrificio spirituale”, “offerta della vittima” che è Cristo. Esattamente la stessa fede conservata dalla Chiesa cattolica fino ai nostri giorni.

Ma la storia ci consegna anche altre importanti testimonianze. Sappiamo come si celebrava la Messa in epoca antica ed è impressionante constatare come noi cattolici abbiamo conservato, nella sostanza, i vari momenti della celebrazione liturgica.

Un grande cristiano dei primissimi tempi, un maestro dell’apologetica, san Giustino, vissuto nel secondo secolo, un pagano convertito al cattolicesimo, morto martire verso l’anno 165, ci ha lasciato, tra altre opere, anche due “Apologie”, dedicate una all’Imperatore Antonino e l’altra al Senato Romano o allo stesso imperatore. Apologie scritte per illustrare chi erano e che cosa pensavano i cristiani, nella speranza che questo facesse prender coscienza alle autorità del bene che facevano i cristiani e cessassero così le persecuzioni.

Nella prima “Apologia”, scritta verso la metà del secondo secolo, Giustino descrive la celebrazione eucaristica. Dopo aver detto che il Pane e il Vino consacrati sono il Corpo e il Sangue di Cristo (cap. 66), Giustino ci ricorda che “nel giorno detto del sole” (questo era la domenica), “Convengono tutti nello stesso luogo” (quindi i cristiani si radunavano, come facciamo oggi noi cattolici nelle nostre chiese), “si leggono le memorie degli Apostoli, oppure le scritture dei profeti” (ecco le nostre letture della Messa), “poi, quando il lettore ha finito, chi presiede l’adunanza parla ammonendo ed esortando” (ecco l’omelia del sacerdote celebrante dopo le letture), “quindi ci alziamo insieme in piedi e facciamo le preghiere” (queste sono le preghiere dei fedeli), “e terminata la preghiera si offre pane, vino e acqua” (siamo al nostro offertorio), “chi presiede, con tutto il fervore di cui è capace, eleva preghiere e azioni di grazia” (siamo alla Consacrazione), “poi si fa la distribuzione” (ecco la Comunione). È ricordata anche la raccolta delle offerte.

È per noi cattolici una grande consolazione constatare quanto la Chiesa sia rimasta fedele alla dottrina insegnata da Gesù e alla Tradizione. Sono i Protestanti e i Testimoni di Geova che hanno introdotto delle novità, inventate da uomini, che nulla hanno a che fare con il Vangelo e con la Tradizione.

Credo molto opportuno terminare questa conversazione riportando alla nostra memoria la celeberrima Professione di fede del Papa Paolo Vi, quando parla della Santa Messa.

Dice il Papa: “Noi crediamo che la Messa, celebrata dal sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell’ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e dei membri del Corpo mistico, è il sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari.”.

Questo è ciò che crediamo noi cattolici. Per adesso credo che possa bastare. A risentirci, a Dio piacendo.

Giampaolo Barra

http://digilander.libero.it/catholica/htm/apologetica/santamessa.htm

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Ricordiamo che nella Santa Messa non si celebra un nuovo sacrificio di cristo, ma l'unico sacrificio di cristo che viene reso attuale:


1362 L'Eucaristia è il MEMORIALE della Pasqua di Cristo, l'attualizzazione e l'offerta sacramentale del SUO UNICO SACRIFICIO, nella Liturgia della Chiesa, che è il suo Corpo. In tutte le preghiere eucaristiche, dopo le parole della istituzione, troviamo una preghiera chiamata anamnesi o memoriale.

1363 Secondo la Sacra Scrittura, IL MEMORIALE non è soltanto il ricordo degli avvenimenti del passato, ma la proclamazione delle meraviglie che Dio ha compiuto per gli uomini [Cf ⇒ Es 13,3 ]. LA CELEBRAZIONE LITURGICA DI QUESTI EVENTI, LI RENDE IN CERTO MODO PRESENTI E ATTUALI. Proprio così Israele intende la sua liberazione dall'Egitto: ogni volta che viene celebrata la Pasqua, gli avvenimenti dell'Esodo sono resi presenti alla memoria dei credenti affinché conformino ad essi la propria vita.

1364 Nel Nuovo Testamento il memoriale riceve un significato nuovo. Quando la Chiesa celebra l'Eucaristia, fa memoria della Pasqua di Cristo, e questa diviene presente: IL SACRIFICIO CHE CRISTO HA OFFERTO UNA VOLTA PER TUTTE SULLA CROCE RIMANE SEMPRE ATTUALE: [Cf ⇒ Eb 7,25-27 ] “Ogni volta che il sacrificio della croce, "col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato", viene celebrato sull'altare, si effettua l'opera della nostra redenzione” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3].

http://www.vatican.va/archive/ITA0014/__P40.HTM

COSA VUOL DIRE MEMORIALE?:

"Memoriale indica, nella liturgia ebraica e cristiana, l'atto liturgico di far memoria di un avvenimento importante della storia della salvezza. Tale memoria è ritenuta attualizzante: il fatto ricordato è reso presente, e i suoi frutti resi disponibili per i partecipanti al rito."

http://it.wikipedia.org/wiki/Memoriale

QUINDI FATE ATTENZIONE A QUANDO TESTIMONI DI GEOVA E PENTECOSTALI ATTACCANO LA SANTA MESSA RIPETENDO PAPPAGALLESCAMENTE, CITANDO EBREI Eb 7,25-27, CHE I CATTOLICI RIPETONO OGNI VOLTA UN NUOVO SACRIFICIO DI CRISTO: NON E AFFATTO VERO. E' SEMPRE LO STESSO ED UNICO SACRIFICIO CHE VIENE RESO ATTUALE.

1 febbraio 2013

Fate sempre molta attenzione quando i pentecostali fanno citazioni dai padri della chiesa o da documenti della Chiesa Cattolica.



Nell'immagine riportata vi e' un esempio delle loro falsificazioni. sembrerebbe addirittura che san giovanni crisostomo sia a favore del sola scriptura e che la chiesa cattolica smentisca uno dei suoi santi.

la realta' e' che San Giovanni Crisostomo quelle parole non le ha mai scritte:

queste parole attribuite a San Giovanni Crisostomo e riportate dai falsari pentecostali non esistono

“San Giovanni Crisostomo (anno 390 circa): “Quando l’eresia si impadronirà della Chiesa, sappiate che non vi sarà prova di vera fede e di cristianità se non con le Sacre Scritture, perché quelli che si volgeranno altrove periranno” (In Mattheum Homelia 49).”

San Giovanni Crisostomo, l’autore della liturgia ortodossa sarebbe un fautore del Sola Scriptura! Tutti i siti che si sono copiati questa citazione hanno inoltre riportato fedelmente anche l'errore d'ortografia latina "Mattheum".
Questa citazione non esiste, o almeno non esiste a quelle coordinate.
Il link che segue è l’epistola 49, e se l'autore mi dicesse dove ha visto quella frase ne saremmo lieti:

www.newadvent.org/fathers/200149.htm
(In inglese)

http://www.abbaye-saint-benoit.ch/saints/chrysostome/matthieu/049.htm
(In francese, se lo preferite)

San Giovanni Crisostomo al contrario afferma «non hanno trasmesso tuttο con le lettere, ma molte cose non sono state scritte. Sia le une che le altre pero sono egualmente degne di fede. Di modo che noi consideriamo la Tradizione della Chiesa degna di fede. La Tradizione non è nient' altro che questo» (Hom. 4,2 in 2 Thess.)

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AL LINK È RIPORTATA UNA SERIE DI FALSE CITAZIONI DEI PADRI DELLA CHIESA ALLE QUALI USUALMENTE RICORRONO I "NATI DI NUOVO" PER VOLER FAR CREDERE CHE I PADRI DELLA CHIESA FOSSERO PROTESTANTI

http://famigliacattolica.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=8461935

DIFFIDATE SEMPRE QUANDO NATI DI NUOVO O TESTIMONI DI GEOVA CITANO I PADRI DELLA CHIESA VOLENDO FAR CREDERE CHE QUESTI SONO DALLA LORO PARTE

Fate attenzione ai lupi rapaci....

Riportiamo di nuovo l'avviso di fare attenzione ai lupi rapaci che pur non conoscendovi, vi inviano mail con lo scopo di rubarvi la vostra fede.

Prima si chiamava Marco Zagami ora è Marco Digesù, ma naturalmente nessuno dei due è il suo vero nome. Come dovreste sapere al demonio piace agire nelle tenebre.....

Questo Marco Di Gesù, alias Marco Zagami, e anche altri nomi è l'amministratore di una velenosa pagina pentecostale anticattolica.

Da un recentissimo commento nella nostra pagina:

S...R...: Scusate il disturbo, ma ho trovato un messaggio da me che dopo allego, mio nipote mi ha insegnato come fare copiare e incollare, è stato lui a scrivermi a facebook e l'ha fatto per farmi distrarmi un po. Io solo con voi ho parlato anche se mi piace girare per le pagine, mi sapete dire chi è questo che afferma che il Purgatorio non esiste ? Io ci credo eccome !! Come si è permesso e poi come ha fatto a sapere che io ho parlato con voi o con te......allego......Marco Digesù
Il purgatorio è un' invenzione della chiesa cattolica romana. Dio ti benedica

di: Bibbia & Dottrine cattoliche a confronto....
segue uno dei suoi velenosi link....

NON FATEVI INGANNARE DA CUORICINI E DAI SUOI FALSI DIO TI BENEDICA.....