24 marzo 2020
Santi Sacerdoti
Sembra una frase fatta, “morto sul campo”. Don Giuseppe era arciprete di Casnigo ormai da quasi quattordici anni e avrebbe concluso la sua missione a Casnigo. L’ha conclusa prima, in un ospedale, a Lovere, colpito dal coronavirus. Già lo scorso anno aveva avuto problemi di salute. Il suo sorriso perenne, la sua disponibilità, ma anche il suo attivismo nella realizzazione di opere importanti e costose, quel sorriso nascondeva le preoccupazioni. “Era una persona semplice, schietta, di una grande gentilezza e disponibilità verso tutti, credenti e non credenti. Il suo saluto era ‘pace e bene’. Sempre cordiale e disponibile verso l’amministrazione pubblica, le associazioni e non solo quelle della parrocchia, partecipava a tutte le manifestazioni senza essere mai invadente. Alla festa dei coscritti del ‘47 non mancava mai. Perfino per le veglie funebri chiedeva prima ai parenti se fosse gradita la sua presenza, per dire la discrezione che aveva. Era amato da tutti, da Fiorano arrivavano ancora i suoi ex parrocchiani dopo anni a trovarlo. Ma aveva anche una capacità incredibile di risolvere i problemi economici, di bussare alle porte giuste per avere aiuti. Si muoveva con il suo ‘galletto’ e quel casco vecchio che sembrava quello di sturmtruppen, ha valorizzato i santuari (l’ultima grana era il tetto della Trinità…) e il recupero della sagrestia opera di Ignazio Hillipront . E naturalmente il nuovo Oratorio, la sua opera maggiore che lo ha preoccupato parecchio. Un arciprete amato da tutti”. Questa la testimonianza di Giuseppe Imberti, a lungo sindaco di Casnigo.
Don Giuseppe è “morto da prete”.
“E mi commuove profondamente il fatto che l’arciprete di Casnigo, don Giuseppe Berardelli – cui la comunità parrocchiale aveva comprato un respiratore – vi abbia rinunciato di sua volontà per destinarlo a qualcuno più giovane di lui”: le parole sono di un Operatore Sanitario di lungo corso della Casa di Riposo San Giuseppe di Casnigo. Già, don Giuseppe al respiratore aveva rinunciato, anche se ne aveva bisogno, e questa è forse la miglior fotografia dell’anima di un sacerdote che negli anni trascorsi in Val Seriana aveva conquistato tutti: “Era un prete che ascoltava tutti, sapeva ascoltare, chiunque si rivolgeva a lui sapeva che poteva contare sul suo aiuto – comincia cosi il ricordo di Clara Poli, per anni sindaca di Fiorano, dove Don Giuseppe è stato a lungo parroco – per Fiorano è stato un ottimo parroco, grazie a lui e a don Luigi Manenti che era a Semonte, sono riuscita ad aprire il Centro di Auto Aiuto che ha permetto di aiutare tante famiglie e tanti ragazzi sbandati, senza di lui sarebbe stato impossibile. Con lui l’amministrazione è riuscita a mettere in piedi il grande Cre che adesso è davvero diventato un punto di riferimento per tutti i giovani”. Clara si commuove: “Una grande persona”, poi sorride. “Lo ricordo sulla sua vecchia moto Guzzi, amava la sua moto, e quando lo si vedeva passare era sempre allegro e pieno di entusiasmo, ha regalato pace e gioia alle nostre comunità”.
L’Arciprete di Casnigo don Giuseppe Berardelli aveva 72 anni. Nato il 21 agosto 1947, era originario di Fonteno. Ordinato sacerdote il 30 giugno 1973, il suo primo incarico era stato di coadiutore nella parrocchia di San Giuseppe in città alta, quindi a Calolzio dal 1976 al 1984. Divenne in seguito parroco di Gaverina e dal 1993 parroco di Fiorano al Serio. Nel 2006 la nomina ad arciprete di Casnigo. Aveva avuto problemi di salute ma lui combatteva col suo solito sorriso e quella grinta a chi si affida a Dio. E’ morto all’ospedale di Lovere. Nessun funerale ma i casnighesi lo hanno salutato a modo loro, a mezzogiorno di lunedì 16 marzo si sono affacciati sul balcone di casa e lo hanno salutato con un applauso. Don Giuseppe, appena diventato Arciprete a Casnigo nel 2006 ha lavorato da subito al progetto di ristrutturazione del nuovo oratorio dedicato a San Giovanni Bosco e a San Giovanni Paolo II, il Papa di cui Casnigo conserva la talare-reliquia nel Santuario della Madonna d’Erbia. Don Giuseppe era un prete mariano, molto legato al Santuario ed era amato da tutti. “Il suo è un arrivederci – conclude Clara Poli – non ci lascia soli, da lassù veglia su di noi e continua a scorrazzare fra le nubi con la sua motocicletta, chissà quanti progetti sta facendo lassù, anche per noi”….
Di Piero Bonicelli - 23 marzo 2020
Papa Francesco - S.Messa - 24 marzo 2020
Ho avuto la notizia che in questi giorni sono venuti a mancare alcuni medici, sacerdoti, non so se qualche infermiere, ma si sono contagiati, hanno preso il male perché erano al servizio degli ammalati. Preghiamo per loro, per le loro famiglie, e ringrazio Dio per l’esempio di eroicità che ci danno nel curare gli ammalati.
“Tanti cristiani incapaci di fare ogni cosa ma lamentandosi di tutto... La colpa è degli altri..."
Liturgia della Parola: Ez 47,1-9.12; Sal 45; Gv 5,1-16
Omelia - La malattia dell’accidia e l’acqua che ci rigenera
Liturgia della Parola: Ez 47,1-9.12; Sal 45; Gv 5,1-16
Omelia - La malattia dell’accidia e l’acqua che ci rigenera
La liturgia di oggi ci fa riflettere sull’acqua, l’acqua come simbolo di salvezza, perché è un mezzo di salvezza, ma l’acqua è anche un mezzo di distruzione: pensiamo al Diluvio … Ma in queste letture, l’acqua è per la salvezza.
Nella prima lettura, quell’acqua che porta alla vita, che risana le acque del mare, un’ac-qua nuova che risana. E nel Vangelo, la piscina, quella piscina dove andavano i malati, piena d’acqua, per risanarsi, perché si diceva che ogni tanto si muovessero le acque, come fosse un fiume, perché un angelo scendeva dal cielo a muoverle, e il primo, o i primi, che si buttavano nell’acqua erano guariti. E tanti – come dice Gesù – tanti malati, “giacevano un grande numero di infermi, ciechi, zoppi, paralitici”, lì, aspettando la guarigione, che si muovesse l’acqua.
Si trovava lì un uomo che da 38 anni era malato. 38 anni lì, aspettando la guarigione. Fa pensare, questo, no? E’ un po’ troppo … perché uno che vuole essere guarito si arrangia per avere qualcuno che lo aiuti, si muove, è un po’ svelto, anche un po’ furbo … ma questo, 38 anni lì, al punto che non si sa se è ammalato o morto … Gesù, vedendolo giacere, e sapendo la realtà, che era da molto tempo lì, gli disse: “Vuoi guarire?”. E la risposta è interessante: non dice di sì, si lamenta. Della malattia? No. Rispose il malato: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi – sto per prendere la decisione di andare – un altro scende prima di me”. Un uomo che sempre arriva in ritardo. Gesù gli dice: “Alzati, prendi la barella e cammina”. All’istante quell’uomo guarì.
Ci fa pensare, l’atteggiamento di quest’uomo. Era malato? Sì, forse, qualche paralisi aveva, ma sembra che poteva camminare un po’. Ma era malato nel cuore, era malato nell’anima, era malato di pessimismo, era malato di tristezza, era malato di accidia. Questa è la malattia di quest’uomo: “Sì, voglio vivere, ma …”, stava lì. Ma la risposta è: “Sì, voglio essere guarito!”? No, è lamentarsi: “Sono gli altri che arrivano prima, sempre gli altri”. La risposta all’offerta di Gesù per guarire è una lamentela contro gli altri. E così, 38 anni lamentandosi degli altri. E non facendo nulla per guarire.
Era un sabato: abbiamo sentito cosa hanno fatto i dottori della Legge. Ma la chiave è l’incontro con Gesù, dopo. Lo trovò nel Tempio e gli disse: “Ecco, sei guarito. Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio”. Quell’uomo era in peccato, ma non era lì perché [ne] aveva fatta una grossa, no. Il peccato di sopravvivere e lamentarsi della vita degli altri: il peccato della tristezza che è il seme del diavolo, di quella incapacità di prendere una decisione sulla propria vita, ma sì, guardare la vita degli altri per lamentarsi. Non per criticarli: per lamentarsi. “Loro vanno prima, io sono la vittima di questa vita”: le lamentele, respirano lamentele, queste persone.
Se noi facciamo un paragone con il cieco dalla nascita che abbiamo ascoltato dome-nica scorsa, l’altra domenica: con quanta gioia, con quanta decisione aveva preso la guarigione, e anche con quanta decisione è andato a discutere con i dottori della Legge! Questo soltanto andò e informò: “Sì, è quello”. Punto. Senza compromesso con la vita … Mi fa pensare a tanti di noi, a tanti cristiani che vivono questo stato di accidia, incapaci di fare qualcosa ma lamentandosi di tutto. E l’accidia è un veleno, è una nebbia che circonda l’anima e non la fa vivere. E anche, è una droga perché se tu l’assaggi spesso, piace. E tu finisci un “triste-dipendente”, un “accidia-dipendente” … E’ come l’aria. E questo è un peccato abbastanza abituale tra noi: la tristezza, l’accidia, non dico la malinconia ma si avvicina.
Ci farà bene rileggere questo capitolo 5 di Giovanni per vedere com’è questa malattia nella quale possiamo cadere. L’acqua è per salvarci. “Ma io non posso salvarmi” – “Perché?” – “Perché la colpa è degli altri”. E rimango 38 anni lì … Gesù mi guarì: non si vede la reazione degli altri che sono guariti, che prendono la barella e ballano, cantano, rendono grazie, lo dicono a tutto il mondo? No: va avanti. Gli altri gli dicono che non si deve fare, dice: “Ma, quello che mi ha guarito m’ha detto di sì”, e va avanti. E poi, invece di andare da Gesù, ringraziarlo e tutto, informa: “E’ stato quello”. Una vita grigia, ma grigia di questo cattivo spirito che è l’accidia, la tristezza, la malinconia.
Pensiamo all’acqua, a quell’acqua che è simbolo della nostra forza, della nostra vita, l’acqua che Gesù ha usato per rigenerarci, il battesimo. E pensiamo anche a noi, se qualcuno di noi ha il pericolo di scivolare su questa accidia, su questo peccato neutrale: il peccato del neutro è questo, né bianco né nero, non si sa cosa sia. E questo è un peccato che il diavolo può usare per annientare la nostra vita spirituale e anche la nostra vita di persone. Che il Signore ci aiuti a capire quanto brutto e quanto maligno è questo peccato.
Comunione spirituale
Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io Ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che abbia mai a separarmi da Te.
23 marzo 2020
Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 23 marzo 2020
Preghiamo oggi per le persone che per la pandemia stanno incominciando a sentire problemi economici, perché non possono lavorare e tutto questo ricade sulla famiglia. Preghiamo per la gente che ha questo problema.
“Stiamo attenti nella preghiera nel cadere nell’abitudine...
Prendere sul serio la preghiera, non come i pappagalli, bla bla bla e niente più...
Fede, perseveranza e coraggio... il Signore ci fa aspettare ma non delude”
Prendere sul serio la preghiera, non come i pappagalli, bla bla bla e niente più...
Fede, perseveranza e coraggio... il Signore ci fa aspettare ma non delude”
Liturgia della Parola: Is 65,17-21; Sal 29; Gv 4,43-54.
Omelia - Dobbiamo pregare con fede, perseveranza e coraggio
Questo padre chiede la salute per il figlio. Il Signore rimprovera un po’ tutti, ma anche lui: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. Il funzionario, invece di tacere e stare zitto, va avanti e gli dice: “Signore, scendi, prima che il mio bambino muoia”. E Gesù gli rispose: “Va’, tuo figlio vive”.
Sono tre cose che, per fare una vera preghiera, ci vogliono. La prima è la fede: se non avete fede … E tante volte, la preghiera è soltanto orale, dalla bocca … ma non viene dalla fede del cuore, o una fede debole … Pensiamo a un altro papà, a quello del figlio indemoniato, quando Gesù rispose: “Tutto è possibile a colui che crede”; il papà come disse chiaramente “credo, ma accresci la mia fede”. La fede nella preghiera. Pregare con fede, sia quando preghiamo fuori, quando veniamo qui e il Signore è lì: ma ho fede o è un’abitudine? Stiamo attenti nella preghiera: non cadere nell’abitudine senza la coscienza che il Signore c’è, che sto parlando con il Signore e che Lui è capace di risolvere il problema. La prima condizione per una vera preghiera è la fede.
La seconda condizione che lo stesso Gesù ci insegna è la perseveranza. Alcuni chiedono ma la grazia non viene: non hanno questa perseveranza, perché nel fondo non ne hanno bisogno, o non hanno fede. E Gesù stesso ci insegna la parabola di quel signore che va dal vicino a chiedere pane a mezzanotte: la perseveranza di bussare alla porta … O la vedova, con il giudice iniquo: e insiste e insiste e insiste: è perseveranza. Fede e perseveranza vanno insieme, perché se tu hai fede tu sei sicuro che il Signore ti darà quello che chiedi. E se il Signore ti fa aspettare, bussa, bussa, bussa, alla fine il Signore dà la grazia. Ma non lo fa, questo, il Signore, per rendersi interessante o perché dica “meglio che attenda”: no. Lo fa per il nostro bene, perché prendiamo la cosa sul serio. Prendere sul serio la preghiera, non come i pappagalli: bla bla bla e niente di più … Lo stesso Gesù ci rimprovera: “Non siate come i pagani che credono nell’efficacia della preghiera e nelle parole, tante parole”. No. È la perseveranza, lì. È la fede.
E la terza cosa che Dio vuole nella preghiera è il coraggio. Qualcuno può pensare: ci vuole coraggio per pregare e per stare davanti al Signore? Ci vuole. Il coraggio di stare lì chiedendo e andando avanti, anzi, quasi – quasi, non voglio dire un’eresia – ma quasi come minacciando il Signore. Il coraggio di Mosè davanti a Dio quando Dio voleva distruggere il popolo e farlo capo di un altro popolo. Dice: “No. Io con il popolo”. Coraggio. Il coraggio di Abramo, quando negozia la salvezza di Sodoma: “E se fossero 30, e se fossero 25, e se fossero 20 …”: lì, il coraggio. Questa virtù del coraggio, ci vuole tanto. Non solo per le azioni apostoliche, ma anche per la preghiera.
Fede, perseveranza e coraggio. In questi giorni in cui è necessario pregare, pregare di più, pensiamo se noi preghiamo così: con fede che il Signore può intervenire, con perseveranza e con coraggio. Il Signore non delude: non delude. Ci fa aspettare, prende il suo tempo, ma non delude. Fede, perseveranza e coraggio.
Comunione spirituale.
Ai Tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e Ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla alla Tua santa presenza. Ti adoro nel sacramento del Tuo amore, l’Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che Ti offre il mio cuore; in attesa della felicità della comunione sacramentale voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io vengo da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo. Così sia.
22 marzo 2020
Signore, Gesù Cristo, guaritore di tutti, resta al nostro fianco in questo tempo di incertezza e di dolore.Sii accanto a coloro che ci hanno lasciati a causa del virus. Possano riposare con te, nella tua pace eterna.
Sii accanto alle famiglie dei malati e delle vittime. Nella loro preoccupazione e sofferenza, difendili dalla malattia e dalla disperazione. Possano fare esperienza della tua pace.
Sii accanto ai medici, agli infermieri, ai ricercatori e a tutti i professionisti della salute che, correndo rischi per sé, cercano di curare ed aiutare le persone colpite. Possano conoscere la tua protezione e la tua pace.
Amen
Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - IV Domenica di Quaresima 22 marzo 2020
In questi giorni, ascoltiamo le notizie di tanti defunti: uomini, donne che muoiono soli, senza poter congedarsi dai loro cari. Pensiamo a loro e preghiamo per loro. Ma anche per le famiglie, che non possono accompagnare i loro cari nel trapasso. La nostra preghiera speciale è per i defunti e i loro familiari.
Liturgia della Parola: 1Sam 16,1.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5,8- 14; Gv 9,1-41.
Omelia - Cosa succede quando passa Gesù
Questo passaggio del Vangelo di Giovanni parla da sé stesso. È un annuncio di Gesù Cristo e anche una catechesi. Vorrei soltanto accennare una cosa. Sant’Agostino ha una frase che a me sempre colpisce: “Ho timore di Cristo quando passa”. Timeo Domine transeunte. “Ho timore che passi Cristo” – “Ma perché hai timore del Signore?” – “Ho timore di non accorgermi che è il Cristo e lasciarlo passare”. Una cosa è chiara: alla presenza di Gesù sbocciano i veri sentimenti del cuore, i veri atteggiamenti: vengono fuori. È una grazia, e per questo Agostino aveva timore di lasciarlo passare senza accorgersi che stesse passando.
Qui è chiaro: passa, guarisce un cieco e si scatena lo scandalo. E poi esce il meglio delle persone e il peggio delle persone. Il cieco … stupisce la saggezza del cieco, come risponde. Era abituato a muoversi con le mani, aveva il fiuto del pericolo, aveva il fiuto delle cose pericolose che potevano farlo scivolare. E si muove come un cieco. Con un’argomentazione chiara, precisa, e poi usa anche l’ironia e si dà questo lusso.
I dottori della Legge sapevano tutte le leggi: tutte, tutte. Ma erano fissi lì. Non capivano quando passava Dio. Erano rigidi, attaccati alle loro abitudini: lo stesso Gesù lo dice … attaccati alle abitudini. E se per conservare queste abitudini dovevano fare un’ingiustizia, non era un problema perché le abitudini dicevano che quella non era giustizia; e quella rigidità li portava a fare delle ingiustizie. Esce davanti a Cristo quel sentimento di chiusura.
Soltanto questo: io consiglio a tutti voi di prendere oggi il Vangelo, capitolo 9 del Vangelo di Giovanni, e leggerlo, a casa, tranquilli. Una, due volte, per capire bene cosa succede quando passa Gesù: che vengono fuori i sentimenti. Capire bene quello che Agostino ci dice: ho timore del Signore quando passa, che io non me ne accorga e non lo riconosca. E non mi converta. Non dimenticatevi: leggete oggi una, due, tre volte, tutto il tempo che voi volete, il capitolo 9 di Giovanni.
VANGELO DI GIOVANNI - CAPITOLO 9
Gesù guarisce un uomo cieco dalla nascita
Passando (Gesù) vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe» - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: «Va' a Sìloe e làvati!». Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». 30Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane»
Comunione spirituale
21 marzo 2020
Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 21 marzo 2020
Oggi vorrei ricordare le famiglie che non possono uscire di casa. Forse l’unico orizzonte che hanno è il balcone. E lì dentro, la famiglia, con i bambini, i ragazzi, i genitori: perché sappiano trovare il modo di comunicare bene, di costruire rapporti di amore nella famiglia, e sappiano vincere le angosce di questo tempo insieme, in famiglia. Chiediamo la pace delle famiglie oggi, in questa crisi, e per la creatività.
Omelia - Con il “cuore nudo”
Quella Parola del Signore che abbiamo sentito ieri: “Torna. Torna a casa”. Anche nello stesso libro del profeta Osea troviamo la risposta: “Venite, ritorniamo al Signore”. È … la risposta, quando tocca il cuore, quel “torna a casa”, “ritorniamo al Signore”. “Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed Egli ci fascerà. Affrettiamoci a conoscere il Signore: la sua venuta è sicura come l’aurora”. La fiducia nel Signore è sicura: “Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra”. E con questa speranza il popolo incomincia il cammino per ritornare al Signore. E una delle maniere, dei modi di trovare il Signore è la preghiera. Preghiamo il Signore, torniamo da Lui.
Nel Vangelo Gesù ci insegna come pregare. Ci sono due uomini, uno un presuntuoso che va a pregare, ma per dire che è uno bravo, come se dicesse a Dio: “Ma guarda, sono così bravo: se hai bisogno di qualcosa, dimmi, io risolvo il Tuo problema”. Così si rivolge a Dio. Presunzione. Forse lui faceva tutte le cose che diceva la Legge, lo dice: “Digiuno due volte alla settimana, pago le decime di tutto quello che possiedo … sono bravo”. Questo ci ricorda anche altri due uomini. Ci ricorda il figlio maggiore della parabola del figliol prodigo, quando va dal padre e dice: “Ma, io che sono così bravo non ho la festa, e questo, che è un disgraziato, tu gli fai la festa …”: presuntuoso. L’altro, che abbiamo sentito in questi giorni, è la storia di quell’uomo ricco, un senza-nome, ma era ricco, incapace di farsi un nome, ma era ricco … non gli importava nulla della miseria degli altri. Sono questi che hanno sicurezza in sé stessi o nel denaro o nel potere …
Poi c’è l’altro, il pubblicano. Che non va davanti all’altare, no: resta a distanza. “Fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo. Si batteva il petto dicendo: «Dio, abbi pietà di me peccatore»”. Anche questo ci porta al ricordo del figliol prodigo: si accorse dei peccati fatti, delle cose brutte che aveva fatto; anche lui si batteva il petto: “Tornerò da mio padre e [gli dirò]: padre, ho peccato”. L’umiliazione. Ci ricorda quell’altro, il mendicante, Lazzaro, alla porta del ricco, che viveva la sua miseria davanti alla presunzione di quel signore. Sempre questo abbinamento di persone nel Vangelo.
In questo caso, il Signore ci insegna come pregare, come avvicinarci, come dobbiamo avvicinarci al Signore: con umiltà. C’è una bella immagine nell’inno liturgico della festa di San Giovanni Battista. Dice che il popolo si avvicinava al Giordano per ricevere il battesimo, “nuda l’anima e i piedi”: pregare con l’anima nuda, senza trucco, senza travestirsi delle proprie virtù. Lui, lo abbiamo letto all’inizio della Messa, perdona tutti i peccati ma ha bisogno che io gli faccia vedere i peccati, con la mia nudità. Pregare così, nudi, con il cuore nudo, senza coprire, senza avere fiducia neppure in quello che ho imparato sul modo di pregare … Pregare, tu e io, faccia a faccia, l’anima nuda. Questo è quello che il Signore ci insegna. Invece, quando andiamo dal Signore un po’ troppo sicuri di noi stessi, cadremo nella presunzione di questo o del figlio maggiore o di quel ricco al quale non mancava nulla. Avremo la nostra sicurezza in altra parte. “Io vado dal Signore per … ma ci voglio andare, per essere educato … e Gli parlo a tu per tu, praticamente …”: questa non è la strada. La strada è abbassarsi. L’abbassamento. La strada è la realtà. E l’unico uomo qui, in questa parabola, che aveva capito la realtà, era il pubblicano: “Tu sei Dio e io sono peccatore”. Questa è la realtà. Ma dico che sono peccatore, non con la bocca: col cuore. Sentirsi peccatore.
Non dimentichiamo questo che il Signore ci insegna: giustificare sé stessi è superbia, è orgoglio, è esaltare sé stessi. È travestirsi da quello che non sono. E le miserie rimangono dentro. Il fariseo giustificava sé stesso. Confessare direttamente i propri peccati, senza giustificarli, senza dire: “Ma, no, ho fatto questo ma non era colpa mia…”. L’anima nuda. L’anima nuda.
Il Signore ci insegni a capire questo, questo atteggiamento per incominciare la preghie-ra. Quando la preghiera la incominciamo con le nostre giustificazioni, con le nostre sicurezze, non sarà preghiera: sarà parlare con lo specchio. Invece, quando incominciamo la preghiera con la vera realtà – “sono peccatore, sono peccatrice” – è un buon passo avanti per lasciarsi guardare dal Signore. Che Gesù ci insegni questo, a noi.
Comunione spirituale
Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare.
Ti amo sopra ogni cosa e Ti desidero nell’anima mai. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore.
E come già venuto, Ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che abbia mai a separarmi da Te.
20 marzo 2020
Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 20 marzo 2020
Ieri ho ricevuto un messaggio di un sacerdote del bergamasco che chiede di pregare per i medici di Bergamo, Treviglio, Brescia, Cremona, che stanno al limite del lavoro; stanno dando proprio la propria vita per aiutare gli ammalati, per salvare la vita degli altri. E anche preghiamo per le autorità; per loro non è facile gestire questo momento e tante volte soffrono delle incomprensioni. [Che] siano medici, personale ospedaliero, volontari della salute o le autorità, in questo momento sono colonne che ci aiutano ad andare avanti e ci difendono in questa crisi. Preghiamo per loro.
La tenerezza di Dio... ritornare dal papà"
Liturgia della Parola: Os 14,2-10; Sal 80; Mc 12,28-34.
Omelia - Tornare a Dio è tornare all’abbraccio del Padre
Quando leggo o ascolto questo passo del Profeta Osea (Os 14,2-10) che abbiamo sentito nella Prima Lettura [che dice]: “Torna Israele, al Signore, tuo Dio, torna”, quando lo sento, mi viene alla memoria una canzone che cantava 75 anni fa Carlo Buti e che nelle famiglie italiane a Buenos Aires si ascoltava con tanto piacere: “Torna dal tuo papà. La ninna nanna ancora ti canterà”. Torna: ma è il tuo papà che ti dice di tornare. Dio è il tuo papà; non è il giudice, è il tuo papà: “Torna a casa, ascolta, vieni”. E quel ricordo – io ero ragazzino – mi porta subito al papà del capitolo 15.mo di Luca, quel papà che dice: “Vide venire il figlio da lontano”, quel figlio che se ne era andato con tutti i soldi e li aveva sprecati. Ma, se lo vide da lontano, è perché lo aspettava. Saliva sul terrazzo - quante volte al giorno! - durante il giorno e giorni, mesi, anni forse, aspettando il figlio. Lo vide da lontano. Torna dal tuo papà, torna dal tuo Padre. Lui ti aspetta. È la tenerezza di Dio che ci parla, specialmente nella Quaresima. È il tempo di entrare in noi stessi e ricordare il Padre o tornare dal papà.
“No, padre, io ho vergogna di tornare perché … Lei sa padre, io ne ho fatte tante, ne ho combinate tante …”. Cosa dice il Signore? “Torna, io ti guarirò dalla tua infedeltà, ti amerò profondamente, perché la mia ira si è allontanata. Sarò come rugiada; fiorirai come un giglio e metterai radici come un albero del Libano”. Torna da tuo padre che ti aspetta. Il Dio della tenerezza ci guarirà; ci guarirà da tante, tante ferite della vita e da tante cose brutte che abbiamo combinato. Ognuno ha le proprie!
Ma pensare questo: tornare da Dio è tornare all’abbraccio, all’abbraccio del padre. E pensare a quell’altra promessa che fa Isaia: “Se i tuoi peccati sono brutti come scarlatto, io ti farò bianco come la neve”. Lui è capace di trasformarci, Lui è capace di cambiare il cuore, ma ci vuole dare il primo passo: tornare. Non è andare da Dio, no: è tornare a casa.
E la Quaresima sempre punta su questa conversione del cuore che, nell’abitudine cristiana, prende corpo nel sacramento della Confessione. È il momento per – non so se [per] “aggiustare i conti”, non mi piace quello – lasciare che Dio ci imbianchi, che Dio ci purifichi, che Dio ci abbracci.
Io so che tanti di voi, per Pasqua, andate a fare la confessione per ritrovarvi con Dio. Ma tanti mi diranno oggi: “Ma padre, dove posso trovare un sacerdote, un confessore, perché non si può uscire da casa? E io voglio fare la pace con il Signore, io voglio che Lui mi abbracci, che il mio papà mi abbracci … Come posso fare se non trovo sacerdoti?”. Tu fai quello che dice il Catechismo. È molto chiaro: se tu non trovi un sacerdote per confessarti, parla con Dio, è tuo padre, e digli la verità: “Signore ho combinato questo, questo, questo … Scusami”, e chiedigli perdono con tutto il cuore, con l’Atto di dolore e promettigli: “Dopo mi confesserò, ma perdonami adesso”. E subito tornerai alla grazia di Dio. Tu stesso puoi avvicinarti, come ci insegna il Catechismo, al perdono di Dio senza avere alla mano un sacerdote. Pensate voi: è il momento! E questo è il momento giusto, il momento opportuno. Un Atto di dolore ben fatto, e così la nostra anima diventerà bianca come la neve.
Sarebbe bello che oggi nei nostri orecchi risuonasse questo “torna”, “torna dal tuo papà, torna da tuo padre”. Ti aspetta e ti farà festa.
Comunione spirituale come da Papa Francesco nella S.Messa
Ai tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e ti offro il pentimento del mio cuore che si abissa nel suo nulla e nella Tua santa presenza. Ti adoro nel Sacramento del Tuo amore, desidero riceverti nella povera dimora che ti offre il mio cuore. In attesa della felicità della comunione sacramentale, voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io venga da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere, per la vita e per la morte. Gesù, credo in Te, spero in Te, Ti amo.
19 marzo 2020
Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - festività di San Giuseppe, 19 marzo 2020
Preghiamo oggi per i fratelli e le sorelle che sono in carcere: loro soffrono tanto, per l’incertezza di quello che accadrà dentro il carcere, e anche pensando alle loro famiglie, come stanno, se qualcuno è malato, se manca qualcosa. Siamo vicini ai carcerati, oggi, che soffrono tanto in questo momento di incertezza e di dolore.
“La nostra Chiesa oggi...
I nostri fedeli, i nostri vescovi, i nostri sacerdoti, i nostri consacrati e consacrate, i papi, sono capaci di entrare nel mistero?
Quando la chiesa perde la capacita di entrare nel mistero, perde la capacità di adorare...
Entrare nel mistero non è sognare, entrare nel mistero è precisamente questo: adorare. Entrare nel mistero è fare oggi quello che faremo nel futuro”
I nostri fedeli, i nostri vescovi, i nostri sacerdoti, i nostri consacrati e consacrate, i papi, sono capaci di entrare nel mistero?
Quando la chiesa perde la capacita di entrare nel mistero, perde la capacità di adorare...
Entrare nel mistero non è sognare, entrare nel mistero è precisamente questo: adorare. Entrare nel mistero è fare oggi quello che faremo nel futuro”
Liturgia della Parola: 2Sam 7,4-5.12-14.16; Sal 88; Rm 4,13.16- 18.22; Mt 1,16.18-21.24
Omelia - Vivere nella concretezza del quotidiano e del mistero
Il Vangelo ci dice che Giuseppe era “giusto”, cioè un uomo di fede, che viveva la fede. Un uomo che può essere elencato nella lista di tutta quella gente di fede che abbiamo ricordato oggi nell’Ufficio delle letture. Quella gente che ha vissuto la fede come fondamento di ciò che si spera, come garanzia di ciò che non si vede, e la prova non si vede. Giuseppe è uomo di fede: per questo era “giusto”. Non solo perché credeva ma anche viveva questa fede. Uomo “giusto”. È stato eletto per educare un uomo che era uomo vero ma che anche era Dio: ci voleva un uomo-Dio per educare un uomo così, ma non c’era. Il Signore ha scelto un “giusto”, un uomo di fede. Un uomo capace di essere uomo e anche capace di parlare con Dio, di entrare nel mistero di Dio. E questa è stata la vita di Giuseppe. Vivere la sua professione, la sua vita di uomo ed entrare nel mistero. Un uomo capace di parlare con il mistero, di interloquire con il mistero di Dio. Non era un sognatore. Entrava nel mistero. Con la stessa naturalità con la quale portava avanti il suo mestiere, con questa precisione del suo mestiere: lui era capace di aggiustare un angolo millimetricamente sul legno, sapeva come farlo; era capace di ribassare, di fare meno un millimetro del legno, della superficie di un legno. Giusto, era preciso. Ma anche era capace di entrare nel mistero che lui non poteva controllare.
Questa è la santità di Giuseppe: portare avanti la sua vita, il suo mestiere con giu-stezza, con professionalità; e al momento, entrare nel mistero. Quando il Vangelo ci parla dei sogni di Giuseppe, ci fa capire questo: entra nel mistero.
Io penso alla Chiesa, oggi, in questa solennità di San Giuseppe. I nostri fedeli, i nostri vescovi, i nostri sacerdoti, i nostri consacrati e consacrate, i Papi: sono capaci di entrare nel mistero? O hanno bisogno del regolarsi secondo le prescrizioni che li difendono da quello che non possono controllare? Quando la Chiesa perde la possibilità di entrare nel mistero, perde la capacità di adorare. La preghiera di adorazione, soltanto può darsi quando si entra nel mistero di Dio.
Chiediamo al Signore la grazia che la Chiesa possa vivere nella concretezza della vita quotidiana e anche nella concretezza – tra virgolette – del mistero. Se non può farlo, sarà una Chiesa a metà, sarà un’associazione pia, portata avanti da prescrizioni ma senza il senso della adorazione. Entrare nel mistero non è sognare; entrar nel mistero è precisamente questo: adorare. Entrare nel mistero è fare oggi quello che faremo nel futuro, quando arriveremo alla presenza di Dio: adorare.
Il Signore dia alla Chiesa questa grazia.
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Il Papa esorta Comunione spirituale in questo tempo difficile per la pandemia del coronavirus, che ha causato la sospensione in Italia delle Messe con la partecipazione dei fedeli per evitare ogni contagio:
Tutti coloro che sono lontani e seguono la Messa per televisioni, invito a fare la comunione spirituale.
Ai tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla e nella Tua santa presenza.
Ti adoro nel Sacramento del Tuo amore, desidero riceverti nella povera dimora che ti offre il mio cuore. In attesa della felicità della comunione sacramentale, voglio possederti in Spirito.
Vieni a me, o mio Gesù, che io venga da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere, per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo. Così sia.”
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