Questa notte ho fatto un sogno,
ho sognato che ho camminato sulla sabbia
accompagnato dal Signore
e sullo schermo della notte erano proiettati
tutti i giorni della mia vita.
Ho guardato indietro e ho visto che
ad ogni giorno della mia vita,
apparivano due orme sulla sabbia:
una mia e una del Signore.
Così sono andato avanti, finché
tutti i miei giorni si esaurirono.
Allora mi fermai guardando indietro,
notando che in certi punti
c'era solo un'orma...
Questi posti coincidevano con i giorni
più difficili della mia vita;
i giorni di maggior angustia,
di maggiore paura e di maggior dolore.
Ho domandato, allora:
"Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me
in tutti i giorni della mia vita,
ed io ho accettato di vivere con te,
perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti
più difficili?".
Ed il Signore rispose:
"Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato
con te e che non ti avrei lasciato solo
neppure per un attimo:
i giorni in cui tu hai visto solo un'orma sulla sabbia,
sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio".
26 agosto 2014
Orme sulla sabbia
di Margaret Fishback Powers
Trucchi per ottenere mi piace su Facebook
Quanto c'è di cristiano nell'usare trucchi per aumentare vertiginosamente nello spazio di qualche ora i mi piace alla propria pagina?
E' noto che ci sono varie modalità per aumentare i mi piace alla propria pagina:
Serve a qualcosa? Si, solo ad illudere se stessi
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per chi vuole tentare...
25 agosto 2014
«Jesse, il mio figlio down ha una missione: amare le persone nel momento e nel modo in cui ne hanno bisogno»
Jim, papà di un bambino affetto da trisomia 21, ha narrato la sue esperienza: «All’inizio avevamo paura, ma ci siamo fidati e le benedizioni ricevute sono molte più delle difficoltà affrontate»
«Sicuramente all’inizio ci siamo spaventati per il fatto di avere un figlio diverso, non sapendo che LifeNews.com la sua esperienza.
cosa ci fosse che non andava». Jim padre di Jesse, affetto da trisomia 21, ha raccontato al sito americano
La notizia «può spaventare» e «noi l’abbiamo affrontata con la preghiera e la decisione: “Ok, se Dio ci ha mandato questo figlio significa che è una benedizione”. Ed è così che lo abbiamo trattato». I momenti difficili sono stati molti ma sono imparagonabili «alla quantità di benedizioni ricevute».
UN’INTUIZIONE DIVERSA. Grazie al figlio, la famiglia di Jim è entrata in contatto con altri bambini con la medesima sindrome: «c’è una certa qualità che caratterizza i bambini Down: uno dei loro tratti è la capacità di amare, la loro tenerezza e la capacità di affezione». Ecco perché se anche «abbiamo pensato spesso: “Ok sono qui per Jesse”, non possiamo spiegare quanto invece sia lui ad essere qui per noi». Del figlio, Jim ammira sopratutto l’abilità di saper ascoltare la gente. «È dotato di una capacità intuitiva speciale, capisce di che cosa le persone hanno bisogno e come si sentono, si accorge se sono tristi o felici, con una percezione maggiore rispetto a noi».
Per il padre il piccolo Jesse ha «una missione: amare le persone nel momento e nel modo in cui ne hanno bisogno». Anche per questo «lavorare con questi bambini è un’esperienza arricchente», attraverso cui «imparare chi siamo e apprendere modi nuovi e diversi per comunicare con chi non riusciamo a capire. Questo sperimentiamo grazie a Jesse e ai bambini che tramite lui sono entrati nella nostra vita».
http://www.tempi.it/jesse-figlio-down-ha-una-missione-amare-le-persone-nel-momento-e-nel-modo-in-cui-ne-hanno-bisogno#.U_uqkUtcDM0
«Sicuramente all’inizio ci siamo spaventati per il fatto di avere un figlio diverso, non sapendo che LifeNews.com la sua esperienza.cosa ci fosse che non andava». Jim padre di Jesse, affetto da trisomia 21, ha raccontato al sito americano
La notizia «può spaventare» e «noi l’abbiamo affrontata con la preghiera e la decisione: “Ok, se Dio ci ha mandato questo figlio significa che è una benedizione”. Ed è così che lo abbiamo trattato». I momenti difficili sono stati molti ma sono imparagonabili «alla quantità di benedizioni ricevute».
UN’INTUIZIONE DIVERSA. Grazie al figlio, la famiglia di Jim è entrata in contatto con altri bambini con la medesima sindrome: «c’è una certa qualità che caratterizza i bambini Down: uno dei loro tratti è la capacità di amare, la loro tenerezza e la capacità di affezione». Ecco perché se anche «abbiamo pensato spesso: “Ok sono qui per Jesse”, non possiamo spiegare quanto invece sia lui ad essere qui per noi». Del figlio, Jim ammira sopratutto l’abilità di saper ascoltare la gente. «È dotato di una capacità intuitiva speciale, capisce di che cosa le persone hanno bisogno e come si sentono, si accorge se sono tristi o felici, con una percezione maggiore rispetto a noi».
Per il padre il piccolo Jesse ha «una missione: amare le persone nel momento e nel modo in cui ne hanno bisogno». Anche per questo «lavorare con questi bambini è un’esperienza arricchente», attraverso cui «imparare chi siamo e apprendere modi nuovi e diversi per comunicare con chi non riusciamo a capire. Questo sperimentiamo grazie a Jesse e ai bambini che tramite lui sono entrati nella nostra vita».
http://www.tempi.it/jesse-figlio-down-ha-una-missione-amare-le-persone-nel-momento-e-nel-modo-in-cui-ne-hanno-bisogno#.U_uqkUtcDM0
24 agosto 2014
Ecco chi sono i terroristi del Califfato «made in Italy»
L'Isis è in Europa. I quadri intermedi del gruppo jihadista sarebbero composti proprio da europei per nascita, formazione o mentalità. Secondo fonti d’intelligence, che da mesi ormai sta monitorando e combattendo i miliziani guidati da Abu Bakr al Baghdadi che proclama la rinascita del Califfato dell'Islam tra Iraq e Siria, una parte dell’organizzazione terroristica ha una provenienza occidentale, non solo per nascita. Dopo l'uccisione del giornalista americano, James Foley, per mano di un britannico aderente all'Isis, la possibilità che il numero di europei, quindi anche italiani, impegnati a fianco dell'Isis sia una realtà importante, è diventata una certezza. Gli investigatori ritengono che al momento siano 8 gli italiani attualmente operativi negli scenari di guerra. Sarebbero circa 50, invece, i mujaheddin partiti e tornati dai fronti di guerra in Iraq e Siria acquisendo esperienze sul campo. Un centinaio, poi, secondo le stime sarebbero quelli che simpatizzano per l’ideologia jihadista. Tra questi A.B e H.S., due siriani che vivono a Milano, e che sono partiti per combattere il regime di Assad e poi sono rientrati nel nostro Paese.
Gli stessi hanno partecipato all'assalto dell'ambasciata a Roma il 10 febbraio del 2012. Un numero di fondamentalisti crescente, dunque, che non ha ancora raggiunto i livelli di altri paesi europei a causa di un flusso migratorio iniziato in ritardo. Un notevole contributo al prolificare di volontari disposti a morire in nome di Allah, secondo gli investigatori, è da attribuire ad internet, che consente uno scambio veloce di informazioni e contatti. La rete, inoltre, se utilizzata da esperti, consente anche di navigare senza possibilità di essere rintracciati. Tra le fila del gruppo jihadista, dunque, nei ruoli di potere intermedio, che contemplano anche la presenza sui campi di battaglia, oltre che l'impegno nell'organizzazione, i posti di «potere» sono occupati da persone che in qualche modo sono legate all'Europa e, quindi all'Italia. Tre gli identikit dei possibili combattenti: gli europei per formazione, cioè i musulmani che hanno studiato e lavorato nei paesi occidentali, acquisendo conoscenze informatiche elevate e padronanza delle lingue.
Tra i mujaheddin, poi, ci sono quelli nati in Italia o in altre nazioni europee, e che in seguito alla conversione all'Islam, sono partiti per i teatri di guerra Mediorientali a fianco dei miliziani di Abu Bakr al Baghdadi. Il terzo profilo, invece, apparterrebbe ai cosiddetti europei per mentalità, ossia le seconde generazioni di immigrati che ritornano nei paesi d'origine, o si affiancano alle varie sigle dell'islamismo, per esportare la jihad. Insomma, una realtà variegata, ma che trova il suo punto di contatto proprio nell'odio verso l’Occidente. Non è escluso, infatti, che molti dei combattenti partiti per la Siria o l'Iraq abbiano precedentemente studiato nelle università italiane o frequentato il nostro mondo professionale. L'età dei volontari abbraccia una forbice che va dai 18 ai 28 anni, con una preparazione scolastica spesso elevata. Quindi, intrisi di cultura e formazione europea, si recano nei vari fronti di guerra. Tra i profili dei volontari italiani, spicca anche quello dei convertititi che provengono da ambienti di estremismo di destra e di sinistra. Grazie a queste nuove leve, dunque, il fondamentalismo islamico ha per certi aspetti cambiato pelle, distaccandosi dal modello medioevale che ha caratterizzato l'era di Bin Laden e accedendo alla nuova forma di comunicazione più veloce e globale: il web. è proprio sui social network, infatti, che viaggiano il messaggio e la propaganda dei fondamentalisti che postano foto, condividono link, commentano immagini e si scambiano informazioni. È il caso della pagina Facebook #storiaislamicapersa, dedicata ad «informare i musulmani su aspetti che si collegano al Califfato islamico: aspetti sociali, economici, scientifici, culturali e curiosità». Scorrendo post e commenti alla pagina, che è collegata anche con il sito www.islamlaverareligione.it, è possibile imbattersi nei profili di italiani convertiti o immigrati che vivono nel nostro paese e che sostengono in varie forme la jihad. Curiosando poi sulle bacheche dei singoli profili non passano inosservate foto di combattenti con armi in pugno, bandiere dell'Isis, commenti a favore del Califfato e contro l'Occidente. In uno dei tanti post è persino riportato un dialogo tra Giuliano Ibrahim Del Nevo, il genovese convertito all'Islam e morto in Siria nel 2012, e un altro utente in cui, secondo l'autore del post, sarebbe rappresentato il vero pensiero di Del Nevo, ingiustamente accusato di terrorismo. La nuova era del fondamentalismo, però, non ha cancellato le «vecchie maniere di operare».
Lo sgozzamento, infatti, è ancora una pratica usata per creare il panico nelle fila nemiche e per guadagnarsi il consenso di altri fanatici, favorendone il sostegno e il reclutamento. L'innovazione, quindi, sta nella velocità e nei metodi di divulgazione della notizia. Anche il ruolo delle donne all'interno dell'organizzazione è un segnale di forte cambiamento. Tra coloro che provengono dall'Europa, infatti, non prevale l'idea che la donna sia un essere inferiore a cui è negata la partecipazione ad azioni militari o ruoli di potere. In questo modo, dunque, il mondo femminile è entrato a far parte in pieno titolo della jihad, conquistando un ruolo attivo. L'organigramma dell'Isis, dunque, ha travalicato i confini territoriali. Se dapprima si poteva ipotizzare che il network jihadista fosse essenzialmente ristretto nei territori a maggioranza musulmana, oggi assistiamo ad un rovesciamento di questa teoria in favore di una globalizzazione della rete terroristica. Le basi degli ideologi, dei reclutatori e degli addestratori non vanno più cercate nei Paesi oltre mare, ma possono essere ramificate in qualsiasi punto del mondo occidentale.
http://www.iltempo.it/esteri/2014/08/23/ecco-chi-sono-i-terroristi-del-califfato-made-in-italy-1.1299795
Iraq, non solo morte e distruzione. Storie di amicizia tra cristiani e musulmani, che rischiano la vita per aiutarsi
Articolo tratto dall’Osservatore Romano - Baghdad, 22. Musulmani che aiutano cristiani, sfidando le rappresaglie dallo Stato islamico, e cristiani che accolgono sciiti, turcomanni o shabak in fuga dalle violenze: accade anche questo nello sconvolgente scenario iracheno segnato da atrocità e persecuzioni. Oltre alla guerra, «nel nord dell’Iraq c’è anche una grande solidarietà interreligiosa», afferma monsignor Yousif Thomas Mirkis, arcivescovo di Kerkūk dei Caldei. Il presule riferisce di episodi concreti di generosità avvenuti sia nella Mosul occupata dai combattenti sunniti dello Stato islamico sia nelle altre città storicamente multietniche e multiconfessionali del nord dell’Iraq.
Ad As-Sulaymaniyah, ha dichiarato il presule all’agenzia Misna, «vivono anche cinquanta persone in una stessa casa perché tante famiglie, musulmane e cristiane, hanno aperto le porte a chi fuggiva dalla violenza». La maggior parte dei profughi ha raggiunto la regione autonoma del Kurdistan, il capoluogo Arbil o i distretti al confine con Siria e Turchia. Ma duecentocinquanta famiglie sono arrivate anche a Kerkūk e cinquecento ad As-Sulaymaniyah, verso la frontiera con l’Iran. «Sono parte — spiega ancora l’arcivescovo caldeo — delle circa 130.000 persone che a inizio mese hanno dovuto lasciare tredici cittadine e villaggi dell’area di Mosul». Nella grande maggioranza sono cristiani, ma ci sono anche esponenti di altre minoranze etniche e religiose. Come i turcomanni, residenti da secoli in centinaia di città e villaggi dell’Iraq. E come gli shabak, considerati “fratelli” degli yazidi. O come gli sciiti, maggioranza nel sud dell’Iraq ma sempre più a rischio di fronte all’avanzata dello Stato islamico. «A Kerkūk — afferma monsignor Mirkis — ne stiamo assistendo circa cinquecento, accogliendoli nelle chiese e procurando tutto quello che serve». Questi profughi sono giunti per lo più dai monti Sinjar e dalla città di Tal Afar.
Sorprendenti storie di solidarietà si registrano anche a Mosul, capoluogo del governatorato di Ninive, la città più importante tra quelle cadute nelle mani dello Stato islamico. «Alcune famiglie musulmane — racconta l’arcivescovo, che di Mosul è originario — acquistano cibo, aiutano e nascondono cristiani; lo fanno in modo clandestino, perché se fossero scoperti rischierebbero la vita».
Un rinnovato appello alla preghiera e alla solidarietà in favore delle minoranze perseguitate in Iraq è stato lanciato nelle ultime ore da Caritas italiana. Le notizie delle violenze nel Nord del Paese si susseguono senza sosta, e la stessa Caritas Iraq, per la prima volta negli ultimi anni — viene riferito in un comunicato — è stata costretta a chiudere tre suoi uffici nelle località di Qaraqosh, Bartilla e Alqosh e a trasferire il suo staff ad Arbil, capoluogo della regione del Kurdistan, e nelle località di Zakho e Duhok, vicine al confine con la Turchia e la Siria, e ad Ainkawa.
In particolare a Zakho si concentra l’assistenza di Caritas Iraq alla minoranza religiosa degli yazidi, molti dei quali sono sopravvissuti dopo essersi rifugiati sul monte Sinjar, in pieno deserto e con temperature altissime. La fuga di molte famiglie è stata così rapida che hanno portato con sé solo quello che avevano addosso; ora, come informa Caritas Iraq, «i loro sguardi sono senza speranza, frustrati dal timore che il mondo non riesca a mettere fine a queste continue tragedie umane, una violenza che vuole trasformare il mondo in una giungla». Caritas Iraq — viene ricordato — ha scelto di concentrare la maggior parte delle sue attività nei villaggi vicini a Duhok (Sarsank, Ineshky, Amadiya) e a Zahko (Fishkhabour, Persephy, Derabon). Si tratta di zone non raggiunte da altre organizzazioni umanitarie, ma ben note alla Caritas, che meglio conosce il territorio. Sono cinquemila le famiglie assistite con viveri, medicinali, rifugi provvisori, ma il loro numero è in costante crescita. «L’impegno finanziario è notevole, supera il milione di euro e — viene sottolineato — il contributo della rete Caritas continua a essere essenziale».
http://www.tempi.it/iraq-non-solo-morte-e-distruzione-storie-di-amicizia-tra-cristiani-e-musulmani-che-rischiano-la-vita-per-aiutarsi#.U_ngeUtcDM0
Fumo di satana
«Da qualche fessura sia entrato il fumo di satana nel tempio di Dio . C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto.
Non ci si fida più della chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri.
OMELIA DI PAOLO VI
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
Giovedì, 29 giugno 1972
http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629_it.html
E non c'è dubbio che attualmente ce ne sono non pochi di "intossicati dal fumo di satana" tra certi cattolici che attaccano la Chiesa in maniera niente affatto diversa rispetto a certe sette "cristiane"
Non ci si fida più della chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri.
OMELIA DI PAOLO VI
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
Giovedì, 29 giugno 1972
http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629_it.html
E non c'è dubbio che attualmente ce ne sono non pochi di "intossicati dal fumo di satana" tra certi cattolici che attaccano la Chiesa in maniera niente affatto diversa rispetto a certe sette "cristiane"
23 agosto 2014
Love bombing, l'amore che ripudia
Il "love bombing" è la tecnica di "bombardamento d'amore" impiegata in tutti i movimenti religiosi distruttivi e non, tuttora riconosciuta in ambito clinico.
Gli adepti di setta, infatti, entrano a far parte di un gruppo religioso o pseudo religioso a seguito di un "adescamento" preciso e sottile, fatto di affetto, fiducia e sostegno ricevuto dai membri che ne fanno parte nonché, ovviamente, dal guru, santone o leader carismatico a capo della setta.
Gli adepti di setta, infatti, entrano a far parte di un gruppo religioso o pseudo religioso a seguito di un "adescamento" preciso e sottile, fatto di affetto, fiducia e sostegno ricevuto dai membri che ne fanno parte nonché, ovviamente, dal guru, santone o leader carismatico a capo della setta.
22 agosto 2014
Allora pace verrà
Se tu credi,
che un sorriso è più forte di una lacrima,
se tu credi alla potenza di una mano offerta,
se tu credi che quello che unisce gli uomini
è più forte di quello che divide,
se tu credi che l'essere diversi
costituisce una ricchezza e non un pericolo,
se tu preferisci la speranza al sospetto,
se credi che devi fare il primo passo anziché gli altri,
allora la pace verrà.
Se lo sguardo di un bambino riesce ancora
a disarmare il tuo cuore,
se l'ingiustizia fatta agli altri ti suscita ribellione
come se l'avessi subita tu stesso,
se per te l'estraneo è un fratello che ti viene presentato,
se sai donare gratuitamente un po' del tuo tempo per amore,
se sai accettare che un altro ti renda un servizio,
se dividi il tuo pane e sai aggiungere un po' del tuo cuore,
se credi che il perdono va più lontano della vendetta,
allora la pace verrà.
Se puoi ascoltare gli infelici che ti fanno perdere tempo
e conservare il sorriso,
se sai accettare la critica ed approfittarne
senza respingerla e difenderti,
se sai accogliere un consiglio diverso dal tuo e adottarlo,
se ti rifiuti di versare sul petto altrui la tua colpa,
se per te la collera è una debolezza e non una prova di forza,
se tu preferisci essere abbandonato
anziché fare torto a qualcuno,
se tu rifiuti che dopo di te venga il diluvio,
se ti schieri dalla parte del povero e dell'oppresso
senza pretendere di essere un eroe,
se tu credi che l'amore è la sola forza della discussione,
se tu credi che la pace sia possibile,
allora la pace verrà.
P. Gilbert
che un sorriso è più forte di una lacrima,
se tu credi alla potenza di una mano offerta,
se tu credi che quello che unisce gli uomini
è più forte di quello che divide,
se tu credi che l'essere diversi
costituisce una ricchezza e non un pericolo,
se tu preferisci la speranza al sospetto,
se credi che devi fare il primo passo anziché gli altri,
allora la pace verrà.
Se lo sguardo di un bambino riesce ancora
a disarmare il tuo cuore,
se l'ingiustizia fatta agli altri ti suscita ribellione
come se l'avessi subita tu stesso,
se per te l'estraneo è un fratello che ti viene presentato,
se sai donare gratuitamente un po' del tuo tempo per amore,
se sai accettare che un altro ti renda un servizio,
se dividi il tuo pane e sai aggiungere un po' del tuo cuore,
se credi che il perdono va più lontano della vendetta,
allora la pace verrà.
Se puoi ascoltare gli infelici che ti fanno perdere tempo
e conservare il sorriso,
se sai accettare la critica ed approfittarne
senza respingerla e difenderti,
se sai accogliere un consiglio diverso dal tuo e adottarlo,
se ti rifiuti di versare sul petto altrui la tua colpa,
se per te la collera è una debolezza e non una prova di forza,
se tu preferisci essere abbandonato
anziché fare torto a qualcuno,
se tu rifiuti che dopo di te venga il diluvio,
se ti schieri dalla parte del povero e dell'oppresso
senza pretendere di essere un eroe,
se tu credi che l'amore è la sola forza della discussione,
se tu credi che la pace sia possibile,
allora la pace verrà.
P. Gilbert
La grande testimonianza dei profughi yazidi e cristiani:
hanno perso tutto, pur di non rinnegare la loro fede millenaria
Il cardinale Filoni, di ritorno dall’Iraq, ha raccontato il suo viaggio. «Questa gente ha preferito abbandonare tutto, perdere tutto, anziché la fede e la tradizione religiosa che custodiscono da millenni».
Ieri sull’Osservatore Romano il cardinale Fernando Filoni, inviato da papa Francesco in Iraq, ha raccontato il suo viaggio tra quelle terre martoriate dalla furia islamista. Il cardinale non ha solo ripetuto quel che va dicendo da tempo, e cioè che la popolazione yazida e cristiana è allo stremo e che la prova che essa sta sopportando è titanica, ma ha anche aggiunto un’annotazione personale interessante: «A me ha fatto molto bene questa missione». Perché, accanto alla sofferenza e alla tribolazione («soprattutto in quelle famiglie dove ci sono tanti bambini»), il cardinale non ha potuto fare a meno di registrare la grande testimonianza che, a lui in prima persona e a noi tutti, queste persone stanno dando.
«NOI SIAMO VENUTI DOPO». In primo luogo – e non è un elemento da sottovalutare – da parte delle autorità civili: «Dovunque sono andato», ha raccontato, «le autorità civili — sia quelle dell’Iraq, il presidente della Repubblica, sia quelle del Kurdistan iracheno, il presidente e il primo ministro — hanno assicurato la loro vicinanza, la loro solidarietà, il loro aiuto. Soprattutto mi hanno detto di essere totalmente impegnati nella difesa dei cristiani: vogliamo che ritornino, perché sono parte integrante del mosaico della nostra terra e hanno un diritto nativo di stare qui in mezzo a noi. E hanno riconosciuto: noi siamo venuti dopo». Queste parole hanno confortato Filoni che, pragmaticamente, si aspetta che a quelle promesse seguano i fatti.
FEDELE AL PROPRIO CREDO. In secondo luogo, Filoni ha descritto l’incontro con le comunità degli sfollati «Ho trovato delle comunità molto belle, che danno veramente una testimonianza di fede straordinaria». Perché questa gente ha perso tutto, pur di non perdere la fede. «Davanti a situazioni in cui sarebbe stato facile ingannare chi chiedeva di rinnegare la fede, pur di rimanere nella propria terra, oppure accettare piccoli compromessi e cedimenti con i jihadisti o con altri, questa gente ha scelto di rimanere fedele al proprio credo. Ha preferito abbandonare tutto, perdere tutto, anziché la fede e la tradizione religiosa che custodiscono da millenni».
SIAMO TUTTI NAZARENI. Per questo, noi, così lontani e distratti rispetto alla loro tragedia, cosa possiamo fare? Filoni ha detto che «questa gente ha bisogno di sentire la nostra solidarietà, fatta non solamente di parole, oppure di aiuto attraverso offerte di tipo economico. Una solidarietà che dev’essere prima di tutto ecclesiale: i loro problemi non sono una questione di persone lontane che alla fine non ci toccano, non ci riguardano. Il loro desiderio è che noi ci facciamo carico di un affetto, di una vicinanza, di un aiuto, di un sostegno che vada al di là delle questioni materiali e al di là delle parole stesse. Questo è un compito che come Chiesa dobbiamo assumerci. Sono fratelli e sorelle dispersi qua e là, piccole comunità, ma posso testimoniare che sono ricchissimi di fede, di tradizione, di amore straordinario al Papa e ai propri vescovi». Questi nostri fratelli ci testimoniano che siamo tutti nazareni. Ce lo dicono al prezzo della loro vita. A noi il compito di immedesimarci nel loro coraggioso sacrificio o, almeno, di esserne consapevoli.
Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi
Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.
Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.
Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati
e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono.
Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?
Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi.
Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro.
Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno.
Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo:
Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?
Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te.
Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi». Matteo 20,1-16a
CHI HA ORECCHI PER INTENDERE INTENDA
Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.
Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati
e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono.
Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?
Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi.
Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro.
Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno.
Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo:
Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?
Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te.
Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi». Matteo 20,1-16a
CHI HA ORECCHI PER INTENDERE INTENDA
nota: Specifico che il brano del Vangelo riportato non si tratta di "estrapolazione" ma la lettura del Vangelo del giorno 20 Agosto 2014, e neanche ho avuto bisogno di cercarla per applicarla a qualcuno, in quanto ero presente quando è stata letta e il pensiero è andato subito a certi "teologi cattolici" esperti di copiaincolla
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