18 marzo 2020

Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 18 marzo 2020

    Preghiamo oggi per i defunti, coloro che a causa del virus hanno perso la vita; in modo speciale, vorrei che pregassimo per gli operatori sanitari che sono morti in questi giorni. Hanno donato la vita nel servizio agli ammalati.


Liturgia della Parola: Dt 4,1.5-9; Sal 147; Mt 5,17-19.

Omelia - Il nostro Dio è vicino e ci chiede di essere vicini l’uno all’altro

    Il tema di ambedue le Letture di oggi è la Legge. La Legge che Dio dà al suo popolo. La Legge che il Signore ha voluto darci e che Gesù ha voluto portarla fino alla massima perfezione. Ma c’è una cosa che attira l’attenzione: il modo in cui Dio dà la Legge. Dice Mosè: “Infatti, quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che Lo invochiamo?”. Il Signore dà la Legge al suo popolo con un atteggiamento di vicinanza. Non sono prescrizioni di un governante, che può essere lontano, o di un dittatore … No: è la vicinanza; e noi sappiamo per la rivelazione che è una vicinanza paterna, di padre, che accompagna il suo popolo dandogli il dono della Legge. Il Dio vicino. “Infatti, quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi, ogni volta che Lo invochiamo?”.
    Il nostro Dio è il Dio della vicinanza, è un Dio vicino, che cammina con il suo popolo. Quell’immagine nel deserto, nell’Esodo, la nube, la colonna di fuoco per proteggere il popolo: cammina con il suo popolo. Non è un Dio che lascia le prescrizioni scritte, “e vai avanti”. Fa le prescrizioni, le scrisse con le proprie mani sulla pietra, le dà a Mosè, le consegna a Mosè, ma non lascia le prescrizioni e se ne va: cammina, è vicino. “Quale nazione ha un Dio così vicino?”. È la vicinanza. Il nostro è un Dio della vicinanza.
    E la prima risposta dell’uomo, nelle prime pagine della Bibbia, sono due atteggiamenti di non vicinanza. La risposta nostra sempre è di allontanarsi, ci allontaniamo da Dio. Lui si fa vicino e noi ci allontaniamo. Quelle due prime pagine, il primo atteggiamento di Adamo con la moglie, è nascondersi: si nascondono dalla vicinanza di Dio, hanno vergogna, perché hanno peccato, e il peccato ci porta a nasconderci, a non volere la vicinanza. E tante volte, a fare una teologia soltanto pensata “nel giudice”, e per questo mi nascondo: ho paura. Il secondo atteggiamento, umano, alla proposta di questa vicinanza di Dio è uccidere. Uccidere il fratello. “Io non sono il custode di mio fratello”. 
    Due atteggiamenti che cancellano ogni vicinanza. L’uomo rifiuta la vicinanza di Dio, lui vuole essere padrone dei rapporti e la vicinanza sempre porta con sé qualche debolezza. Il “Dio vicino” si fa debole, e quanto più vicino si fa, più debole sembra. Quando viene da noi, ad abitare con noi, si fa uomo, uno di noi: si fa debole e porta la debolezza fino alla morte e la morte più crudele, la morte degli assassini, la morte dei peccatori più grandi. La vicinanza umilia Dio. Lui si umilia per essere con noi, per camminare con noi, per aiutare noi.
    Il “Dio vicino” ci parla di umiltà. Non è un “grande Dio”, lì … No. È vicino. È di casa. E questo lo vediamo in Gesù, Dio fatto uomo, vicino fino alla morte, con i suoi discepoli: li accompagna, insegna loro, li corregge con amore … Pensiamo, per esempio, alla vicinanza di Gesù ai discepoli angosciati di Emmaus: erano angosciati, erano sconfitti e Lui si avvicina lentamente, per far loro capire il messaggio di vita, di resurrezione. Il nostro Dio è vicino e chiede a noi di essere vicini, l’uno all’altro, di non allontanarci tra noi. E in questo momento di crisi per la pandemia che stiamo vivendo, questa vicinanza ci chiede di manifestarla di più, di farla vedere di più. Noi non possiamo, forse, avvicinarci fisicamente per la paura del contagio, ma sì, risvegliare in noi un atteggiamento di vicinanza tra noi: con la preghiera, con l’aiuto, tanti modi di vicinanza. E perché noi dobbiamo essere vicini l’uno all’altro? Perché il nostro Dio è vicino, ha voluto accompagnarci nella vita. È il Dio della prossimità. Per questo, noi non siamo persone isolate: siamo prossimi, perché l’eredità che abbiamo ricevuto dal Signore è la prossimità, cioè il gesto della vicinanza.
    Chiediamo al Signore la grazia di essere vicini, l’uno all’altro; non nascondersi l’uno dall’altro; non lavarsene le mani, come ha fatto Caino, del problema altrui: no. Vicini. Prossimità. Vicinanza. “Infatti, quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi, ogni volta che Lo invochiamo?”.

Udienza Generale 

Biblioteca del Palazzo Apostolico 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ci soffermiamo oggi sulla quinta beatitudine, che dice: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). In questa beatitudine c’è una particolarità: è l’unica in cui la causa e il frutto della felicità coincidono, la misericordia. Coloro che esercitano la misericordia troveranno misericordia, saranno “misericordiati”.

Questo tema della reciprocità del perdono non è presente solo in questa beatitudine, ma è ricorrente nel Vangelo. E come potrebbe essere altrimenti? La misericordia è il cuore stesso di Dio! Gesù dice: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6,37). Sempre la stessa reciprocità. E la Lettera di Giacomo afferma che «la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (2,13).

Ma è soprattutto nel Padre Nostro che noi preghiamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12); e questa domanda è l’unica ripresa alla fine: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2838).

Ci sono due cose che non si possono separare: il perdono dato e il perdono ricevuto. Ma tante persone sono in difficoltà, non riescono a perdonare. Tante volte il male ricevuto è così grande che riuscire a perdonare sembra come scalare una montagna altissima: uno sforzo enorme; e uno pensa: non si può, questo non si può. Questo fatto della reciprocità della misericordia indica che abbiamo bisogno di rovesciare la prospettiva. Da soli non possiamo, ci vuole la grazia di Dio, dobbiamo chiederla. Infatti, se la quinta beatitudine promette di trovare misericordia e nel Padre Nostro chiediamo la remissione dei debiti, vuol dire che noi siamo essenzialmente dei debitori e abbiamo necessità di trovare misericordia!

Tutti siamo debitori. Tutti. Verso Dio, che è tanto generoso, e verso i fratelli. Ogni persona sa di non essere il padre o la madre che dovrebbe essere, lo sposo o la sposa, il fratello o la sorella che dovrebbe essere. Tutti siamo “in deficit”, nella vita. E abbiamo bisogno di misericordia. Sappiamo che anche noi abbiamo fatto il male, manca sempre qualcosa al bene che avremmo dovuto fare.

Ma proprio questa nostra povertà diventa la forza per perdonare! Siamo debitori e se, come abbiamo ascoltato all’inizio, saremo misurati con la misura con cui misuriamo gli altri (cfr Lc 6,38), allora ci conviene allargare la misura e rimettere i debiti, perdonare. Ognuno deve ricordare di avere bisogno di perdonare, di avere bisogno del perdono, di avere bisogno della pazienza; questo è il segreto della misericordia: perdonando si è perdonati. Perciò Dio ci precede e ci perdona Lui per primo (cf Rm 5,8). Ricevendo il suo perdono, diventiamo capaci a nostra volta di perdonare. Così la propria miseria e la propria carenza di giustizia diventano occasione per aprirsi al regno dei cieli, a una misura più grande, la misura di Dio, che è misericordia.

Da dove nasce la nostra misericordia? Gesù ci ha detto: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Quanto più si accoglie l’amore del Padre, tanto più si ama (cfr CCC, 2842). La misericordia non è una dimensione fra le altre, ma è il centro della vita cristiana: non c’è cristianesimo senza misericordia.[1] Se tutto il nostro cristianesimo non ci porta alla misericordia, abbiamo sbagliato strada, perché la misericordia è l’unica vera meta di ogni cammino spirituale. Essa è uno dei frutti più belli della carità (cf. CCC, 1829).

Ricordo che questo tema è stato scelto fin dal primo Angelus che ho dovuto dire come Papa: la misericordia. E questo è rimasto molto impresso in me, come un messaggio che come Papa io avrei dovuto dare sempre, un messaggio che dev’essere di tutti i giorni: la misericordia. Ricordo che quel giorno ho avuto anche l’atteggiamento un po’ “spudorato” di fare pubblicità a un libro sulla misericordia, appena pubblicato dal cardinale Kasper. E quel giorno ho sentito tanto forte che questo è il messaggio che devo dare, come Vescovo di Roma: misericordia, misericordia, per favore, perdono.

La misericordia di Dio è la nostra liberazione e la nostra felicità. Noi viviamo di misericordia e non ci possiamo permettere di stare senza misericordia: è l’aria da respirare. Siamo troppo poveri per porre le condizioni, abbiamo bisogno di perdonare, perché abbiamo bisogno di essere perdonati. Grazie!

[1] Cfr S. Giovanni Paolo II, Enc. Dives in misericordia (30 novembre 1980); Bolla Misericordae Vultus (11 aprile 2015); Lett. ap. Misericordia et misera (20 novembre 2016). 

* * * 

Saluto cordialmente i fedeli di lingua italiana, con un pensiero speciale per i giovani, gli anziani, i malati e gli sposi novelli. 

Domani festeggeremo la solennità di San Giuseppe. Nella vita, nel lavoro, nella famiglia, nella gioia e nel dolore egli ha sempre cercato e amato il Signore, meritando l’elogio della Scrittura come uomo giusto e saggio. Invocatelo sempre con fiducia, specialmente nei momenti difficili e affidate a questo grande Santo la vostra esistenza.

Faccio mio l’appello dei Vescovi italiani che in questa emergenza sanitaria hanno promosso un momento di preghiera per tutto il Paese. Ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa: tutti uniti spiritualmente domani alle ore 21 nella recita del Rosario, con i Misteri della luce. Io vi accompagnerò da qui. Al volto luminoso e trasfigurato di Gesù Cristo e al suo Cuore ci conduce Maria, Madre di Dio, salute degli infermi, alla quale ci rivolgiamo con la preghiera del Rosario, sotto lo sguardo amorevole di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia e delle nostre famiglie. E gli chiediamo che custodisca in modo speciale la nostra famiglia, le nostre famiglie, in particolare gli ammalati e le persone che stanno prendendosi cura degli ammalati: i medici, gli infermieri, le infermiere, i volontari, che rischiano la vita in questo servizio.

17 marzo 2020

Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 17 marzo 2020

    Il Signore sia vicino e dia forza alle nostre nonne e ai nostri nonni. Io vorrei che oggi pregassimo per gli anziani che soffrono questo momento in modo speciale, con una solitudine interna [interiore] molto grande e alle volte con tanta paura. Preghiamo il Signore perché sia vicino ai nostri nonni, alle nostre nonne, a tutti gli anziani e dia loro forza. Loro ci hanno dato la saggezza, la vita, la storia. Anche noi siamo vicini a loro con la preghiera.


“Sembra sia più forte attaccarsi all’odio che all’amore...
“Me la pagherai” questa parola non è ne umana e ne cristiana
Il perdono è la condizione per entrare in cielo...
Prima di confessarci chiediamoci: io perdono?”


Liturgia della Parola: Dn 3,25.34-43; Sal 24; Mt 18,21-35.

Omelia - Chiedere perdono implica perdonare

    Gesù viene dal fare una catechesi sull’unità dei fratelli e la finì con una bella parola: “Vi assicuro che se due di voi, due o tre, si metteranno d’accordo e chiedono una grazia, sarà loro concessa”. L’unità, l’amicizia, la pace tra i fratelli attira la benevolenza di Dio. E Pietro fa la domanda: “Sì, ma alle persone che ci offendono, cosa dobbiamo fare? Se mio fratello commette colpe contro di me, mi offende, quante volte dovrò perdonargli? Sette volte?”. E Gesù rispose con quella parola che vuol dire, nel loro idioma, “sempre”: “Settanta volte sette”. Sempre si deve perdonare. 
    E non è facile, perdonare. Perché il nostro cuore egoista è sempre attaccato all’odio, alle vendette, ai rancori. Tutti abbiamo visto famiglie distrutte dagli odi familiari che si rimandano da una all’altra generazione. Fratelli che, davanti alla bara di uno dei genitori, non si salutano perché portano avanti rancori vecchi. Sembra che sia più forte l’attaccarsi all’odio che all’amore e questo è proprio il tesoro – diciamo così – del diavolo. Lui si accovaccia sempre tra i nostri rancori, tra i nostri odi e li fa crescere, li mantiene lì per distruggere. Distruggere tutto. E tante volte, per cose piccole, distrugge. E anche si distrugge questo Dio che non è venuto per condannare, ma per perdonare. Questo Dio che è capace di fare festa per un peccatore che si avvicina e dimentica tutto. Quando Dio ci perdona, dimentica tutto il male che abbiamo fatto. Qualcuno diceva: “È la malattia di Dio”. Non ha memoria, è capace di perdere la memoria, in questi casi. Dio perde la memoria delle storie brutte di tanti peccatori, dei nostri peccati. Ci perdona e va avanti. Ci chiede soltanto: “Fa lo stesso: impara a perdonare”, non portare avanti questa croce non feconda dell’odio, del rancore, del “me la pagherai”. Questa parola non è né cristiana né umana. La generosità di Gesù che ci insegna che per entrare in cielo dobbiamo perdonare. Anzi, ci dice: “Tu, vai a Messa?” – “Sì” – “Ma se quando vai a Messa ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, riconciliati, prima; non venire da me con l’amore verso di me in una mano e l’odio con il fratello nell’altra”. Coerenza di amore. Perdonare. Perdonare di cuore.
    C’è gente che vive condannando gente, parlando male della gente, sporcando continuamente i suoi compagni di lavoro, sporcando i vicini, i parenti, perché non perdonano una cosa che gli hanno fatto, o non perdonano una cosa che non gli è piaciuta. Sembra che la ricchezza propria del diavolo sia questa: seminare l’amore al non-perdonare, vivere attaccati al non-perdonare. E il perdono è condizione per entrare in cielo.
    La parabola che Gesù ci racconta è molto chiara: perdonare. Che il Signore ci insegni questa saggezza del perdono che non è facile. E facciamo una cosa: quando noi andremo a confessarci, a ricevere il sacramento della riconciliazione, prima chiediamoci: “Io perdono?”. Se io sento che non perdono, non fare finta di chiedere perdono, perché non sarò perdonato. Chiedere perdono significa perdonare. Sono insieme, ambedue. Non possono separarsi. E coloro che chiedono perdono per sé stessi come questo signore, che il padrone perdona tutto, ma non danno perdono agli altri, finiranno come questo signore. “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello”.
    Che il Signore ci aiuti a capire questo e ad abbassare la testa, a non essere superbi, a essere magnanimi nel perdono. Almeno a perdonare “per interesse”. Come mai? Sì: perdonare, perché se io non perdono, non sarò perdonato. Almeno questo. Ma sempre il perdono.

16 marzo 2020

Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 16 marzo 2020

    Continuiamo a pregare per gli ammalati. Penso alle famiglie, chiuse, i bambini non vanno a scuola, forse i genitori non possono uscire; alcuni saranno in quarantena. Che il Signore li aiuti a scoprire nuovi modi, nuove espressioni di amore, di convivenza in questa situazione nuova. È un’occasione bella per ritrovare i veri affetti con una creatività nella famiglia. Preghiamo per la famiglia, perché i rapporti nella famiglia in questo momento fioriscano sempre per il bene.


“Dio agisce sempre nella semplicità
.......
Lo spirito mondano ci porta alla vanità, alle apparenze...
Lo sdegno è una tentazione brutta e porta alla violenza
Lo sdegno è l’atteggiamento dei superbi....
Tante volte la gente ha bisogno di indignarsi per sentirsi persona, anche a noi succede questo...”


Liturgia della Parola: 2Re 5,1-15; Sal 41-42; Lc 4,24-30.

Omelia - Dio agisce sempre nella semplicità

    In ambedue i testi che oggi la Liturgia ci fa meditare (Secondo Libro dei Re (2 Re 5, 1-15) e dal Vangelo di Luca (Lc 4, 24-30), c’è un atteggiamento che attira l’attenzione, un atteggiamento umano, ma non di buono spirito: lo sdegno. Questa gente di Nazareth cominciò a sentire Gesù, gli piaceva come parlava, ma poi qualcuno ha detto: “Ma questo in quale università ha studiato? Questo è figlio di Maria e Giuseppe, questo ha fatto il falegname! Cosa viene a dirci?”. E il popolo si sdegnò. Entrano in questa indignazione. E questo sdegno li porta alla violenza. E quel Gesù che ammiravano all’inizio della predica è cacciato fuori, per buttarlo giù dal monte.
    Anche Naamàn, uomo buono era questo Naamàn, anche aperto alla fede, ma quando il profeta gli manda a dire di bagnarsi sette volte nel Giordano si sdegna. Ma come mai? “Ecco, io pensavo, certo verrà fuori stando in piedi, invocherà il nome del Signore suo Dio, agiterà la sua man verso la parte malata e mi toglierà la lebbra. Forse l'Abanà e il Parpar, fiumi di Damàsco, non sono migliori di tutte le acque d'Israele? Non potrei bagnarmi là e purificarmi? Si voltò e se ne partì adirato”. Con sdegno.
    Anche a Nazareth c’era gente buona; ma cosa c’è dietro questa gente buona che li porta a questo atteggiamento di sdegno? E a Nazareth peggio: la violenza. Sia la gente della sinagoga di Nazareth che Naamàn pensavano che Dio si manifestasse soltanto nello straordinario, nelle cose fuori dal comune; che Dio non poteva agire nelle cose comuni della vita, nella semplicità. Sdegnavano il semplice. Loro si sdegnavano, disprezzavano le cose semplici. E il nostro Dio ci fa capire che Lui agisce sempre nella semplicità: nella semplicità, nella casa di Nazareth, nella semplicità del lavoro di tutti i giorni, nella semplicità della preghiera … Le cose semplici. Invece, lo spirito mondano ci porta verso la vanità, verso le apparenze...
    E ambedue finiscono nella volenza: Naamàn era molto educato, ma sbatte la porta in faccia al profeta e se ne va. La violenza, un gesto di violenza. La gente della sinagoga incomincia a riscaldarsi, a riscaldarsi, e prende la decisione di uccidere Gesù, ma incoscientemente, e lo cacciano via per buttarlo giù. Lo sdegno è una tentazione brutta che porta alla violenza.
    Mi hanno fatto vedere, alcuni giorni fa, su un telefonino, un filmato della porta di un palazzo che era in quarantena. C’era una persona, un signore giovane, che voleva uscire. E la guardia gli ha detto che non poteva. E lui lo ha preso a pugni, con uno sdegno, con un disprezzo: “Ma chi sei tu, ‘negro’, per impedire che io me ne vada?”. Lo sdegno è l’atteggiamento dei superbi, ma dei superbi poveri, dei superbi con una povertà di spirito brutta, dei superbi che vivono soltanto con l’illusione di essere più di quello che sono. É un ceto spirituale, la gente che si sdegna: anzi, tante volte questa gente ha bisogno di sdegnarsi, di indignarsi per sentirsi persona.
    Anche a noi può succedere questo: “lo scandalo farisaico”, lo chiamano i teologi, scandalizzarmi di cose che sono la semplicità di Dio, la semplicità dei poveri, la semplicità dei cristiani come, per dire: “Ma questo non è Dio. No, no. Il dio nostro è più colto, è più saggio, è più importante. Dio non può agire in questa semplicità”. E sempre lo sdegno ti porta alla violenza; sia alla violenza fisica sia alla violenza delle chiacchiere, che uccide come quella fisica.
    Pensiamo a questi due passaggi, a questi due passi: lo sdegno della gente nella sinagoga di Nazareth e lo sdegno di Naamàn, perché non capivano la semplicità del nostro Dio.

15 marzo 2020

Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 15 marzo 2020 III - Domenica di Quaresima

    Questa domenica di Quaresima tutti insieme preghiamo per gli ammalati, per le persone che soffrono. E oggi vor- rei fare con tutti voi una preghiera speciale per le persone che con il loro lavoro garantiscono il funzionamento della società: i lavoratori delle farmacie, dei supermercati, dei tra- sporti, i poliziotti... Preghiamo per tutti coloro che stanno lavorando perché in questo momento la vita sociale, la vita della città, possa andare avanti.


"Gesù rivela la sua identità ad una peccatrice"
“Non si può essere discepoli di Gesù soltanto con le argomentazioni, su questo monte o su quell’altro”
“Così parlo con il Signore, così come sono”
“Il Signore ci dia la Grazia di pregare sempre con la verità, il rivolgersi al Signore con la mia verità, non con la verità degli altri... è vero, (facendo riferimento al Vangelo) ho avuto sette mariti, questa è la mia verità"

Liturgia della Parola: Es 17,3-7; Sal 94; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42.

Omelia - Rivolgersi al Signore con la nostra verità

    Il Vangelo (cfr Gv 4,5-42) ci fa conoscere un dialogo, un dialogo storico - non è una parabola, questo è successo - di un incontro di Gesù con una donna, con una peccatrice.
    È la prima volta nel Vangelo che Gesù dichiara la sua identità. E la dichiara a una peccatrice che ha avuto il coraggio di dirgli la verità: “Questi che ho avuto non sono stati i miei mariti” (cfr vv. 16-18). E poi con lo stesso argomento è andata ad annunciare Gesù: “Venite, forse sarà il Messia perché mi ha detto tutto quello che ho fatto” (cfr v. 29). Non va con argomenti teologici - come voleva forse nel dialogo con Gesù: “Su questo monte, sull’altro monte…” (cfr v. 20) - va con la sua verità. E la sua verità è ciò che la santifica, la giustifica, è ciò che il Signore usa, la sua verità, per annunciare il Vangelo: non si può essere discepoli di Gesù senza la propria verità, quello che siamo. Non si può essere discepoli di Gesù soltanto con le argomentazioni: “Su questo monte, su quell’altro…”. Questa donna ha avuto il coraggio di dialogare con Gesù – perché questi due popoli non dialogavano fra loro (cfr v. 9) –; ha avuto il coraggio di interessarsi della proposta di Gesù, di quell’acqua, perché sapeva che aveva sete. Ha avuto il coraggio di confessare le sue debolezze, i suoi peccati; anzi, il coraggio di usare la propria storia come garanzia che quello era un profeta. «Mi ha detto tutto quello che ho fatto» (v. 29).
    Il Signore sempre vuole il dialogo con trasparenza, senza nascondere le cose, senza doppie intenzioni: “Sono così”. E così parlo con il Signore, come sono, con la mia verità. E così, dalla mia verità, per la forza dello Spirito Santo, trovo la verità: che il Signore è il Salvatore, Colui che è venuto per salvarmi e per salvarci.
    Questo dialogo così trasparente tra Gesù e la donna finisce con quella confessione della realtà messianica di Gesù, e con la conversione di quella gente [di Samaria], con quel “campo” che il Signore vide “biondeggiare”, che veniva da lui perché era il tempo del raccolto (cfr v. 35).
    Che il Signore ci dia la grazia di pregare sempre con la verità, di rivolgersi al Signore con la mia verità, non con la verità degli altri, non con delle verità distillate in argomentazioni: “È vero, ho avuto 5 mariti, questa è la mia verità”(cfr vv. 17-18).


PAPA FRANCESCO ALL'ANGELUS 
“Lombardia.... Sacerdoti che hanno capito che in tempo di pandemia non devono fare i Don Abbondio”



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    In questo momento sta finendo a Milano la Messa che il Signor Arcivescovo celebra nel Policlinico per gli ammalati, i medici, gli infermieri, i volontari. Il Signor Arcivescovo è vicino al suo popolo e anche vicino a Dio nella preghiera. Mi viene in mente la fotografia della settimana scorsa: lui da solo sul tetto del Duomo a pregare la Madonna. Vorrei ringraziare anche tutti i sacerdoti, la creatività dei sacerdoti. Tante notizie mi arrivano dalla Lombardia su questa creatività. È vero, la Lombardia è stata molto colpita. Sacerdoti che pensano mille modi di essere vicino al popolo, perché il popolo non si senta abbandonato; sacerdoti con lo zelo apostolico, che hanno capito bene che in tempi di pandemia non si deve fare il “don Abbondio”. Grazie tante a voi sacerdoti.
    Il brano evangelico di questa domenica, terza di Quaresima, presenta l’incontro di Gesù con una donna samaritana (cfr Gv 4,5-42). Egli è in cammino con i suoi discepoli e fanno sosta presso un pozzo, in Samaria. I samaritani erano considerati eretici dai Giudei, e molto disprezzati, come cittadini di seconda classe. Gesù è stanco, ha sete. Arriva una donna a prendere acqua e lui le chiede: «Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio. Infatti, alla reazione di sorpresa della donna, Gesù risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (v. 10).
    Al centro di questo dialogo c’è l’acqua. Da una parte, l’acqua come elemento essenziale per vivere, che appaga la sete del corpo e sostiene la vita. Dall’altra, l’acqua come simbolo della grazia divina, che dà la vita eterna. Nella tradizione biblica Dio è la fonte dell’acqua viva – così si dice nei salmi, nei profeti –: allontanarsi da Dio, fonte di acqua viva, e dalla sua Legge comporta la peggiore siccità. È l’esperienza del popolo d’Israele nel deserto. Nel lungo cammino verso la libertà, esso, arso dalla sete, protesta contro Mosè e contro Dio perché non c’è acqua. Allora, per volere di Dio, Mosè fa scaturire l’acqua da una roccia, come segno della provvidenza di Dio che accompagna il suo popolo e gli dà la vita (cfr Es 17,1-7).
    E l’apostolo Paolo interpreta quella roccia come simbolo di Cristo. Dirà così: “E la roccia è Cristo” (cfr 1 Cor 10,4). È la misteriosa figura della sua presenza in mezzo al popolo di Dio che cammina. Cristo infatti è il Tempio dal quale, secondo la visione dei profeti, sgorga lo Spirito Santo, cioè l’acqua viva che purifica e dà vita. Chi ha sete di salvezza può attingere gratuitamente da Gesù, e lo Spirito Santo diventerà in lui o in lei una sorgente di vita piena ed eterna. La promessa dell’acqua viva che Gesù ha fatto alla Samaritana è divenuta realtà nella sua Pasqua: dal suo costato trafitto sono usciti «sangue ed acqua» (Gv 19,34). Cristo, Agnello immolato e risorto, è la sorgente da cui scaturisce lo Spirito Santo, che rimette i peccati e rigenera a vita nuova.
    Questo dono è anche la fonte della testimonianza. Come la Samaritana, chiunque incontra Gesù vivo sente il bisogno di raccontarlo agli altri, così che tutti arrivino a confessare che Gesù «è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42), come dissero poi i compaesani di quella donna. Anche noi, generati a vita nuova mediante il Battesimo, siamo chiamati a testimoniare la vita e la speranza che sono in noi. Se la nostra ricerca e la nostra sete trovano in Cristo pieno appagamento, manifesteremo che la salvezza non sta nelle “cose” di questo mondo, che alla fine producono siccità, ma in Colui che ci ha amati e sempre ci ama: Gesù nostro Salvatore, nell’acqua viva che Lui ci offre.
    Maria Santissima ci aiuti a coltivare il desiderio del Cristo, fonte di acqua viva, l’unico che può saziare la sete di vita e di amore che portiamo nel cuore.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

    in questi giorni Piazza San Pietro è chiusa, perciò il mio saluto si rivolge direttamente a voi che siete collegati attraverso i mezzi di comunicazione.
    In questa situazione di pandemia, nella quale ci troviamo a vivere più o meno isolati, siamo invitati a riscoprire e approfondire il valore della comunione che unisce tutti i membri della Chiesa. Uniti a Cristo non siamo mai soli, ma formiamo un unico Corpo, di cui Lui è il Capo. È un’unione che si alimenta con la preghiera, e anche con la comunione spirituale all’Eucaristia, una pratica molto raccomandata quando non è possibile ricevere il Sacramento. Questo lo dico per tutti, specialmente per le persone che vivono sole.
    Rinnovo la mia vicinanza a tutti i malati e a coloro che li curano. Come pure ai tanti operatori e volontari che aiutano le persone che non possono uscire di casa, e a quanti vanno incontro ai bisogni dei più poveri e dei senza dimora.
    Grazie tante per tutto lo sforzo che ognuno di voi fa per aiutare in questo momento tanto duro. Che il Signore vi benedica, la Madonna vi custodisca; e per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buona domenica e buon pranzo! Grazie.

14 marzo 2020

Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 14 marzo 2020

    Continuiamo a pregare per le persone ammalate in questa pandemia. Oggi vorrei chiedere una speciale preghiera per le famiglie, famiglie che da un giorno all’al- tro si trovano con i bambini a casa perché le scuole sono chiuse per sicurezza e devono gestire una situazione dif- ficile e gestirla bene, con pace e anche con gioia. In modo speciale penso alle famiglie con qualche persona con di- sabilità. I centri di accoglienza diurni per le persone con disabilità sono chiusi e la persona rimane in famiglia. Preghiamo per le famiglie perché non perdano la pace in questo momento e riescano a portare avanti tutta la fami- glia con fortezza e gioia.


“La gente ha bisogno di una guida in pastore...”
“Tanti alberghieri nella casa della Chiesa che si sentono i padroni”
“Tanti oggi criticano, gente di chiesa, che criticano a coloro che si avvicinano alle persone bisognose, alle persone umili, alle persone che lavora, che lavorano per noi.
Il Signore ci dia la grazia per capire quale è il problema.... il problema è stare in casa (la Chiesa) ma non sentirsi in casa”

Liturgia della Parola: Mi 7,14-15.18-20; Sal 102; Lc 15,1-3.11-32.

Omelia - Vivere in casa, ma non sentirsi a casa

    Tante volte abbiamo sentito questo passo del Vangelo. Questa parabola Gesù la dice in un contesto speciale: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo”. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. E Gesù gli rispose con questa parabola. 
    Cosa dicono? La gente, i peccatori si avvicinano in silenzio, non sanno dire, ma la loro presenza dice tante cose, volevano ascoltare. I dottori della legge cosa dicono? Criticano. “Mormoravano”, dice il Vangelo, cercando di cancellare l’autorità che Gesù aveva con la gente. Questa la grande accusa: “Mangia con i peccatori, è uno impuro”. Poi la parabola è un po’ la spiegazione di questo dramma, di questo problema. Cosa sentono questi? La gente sente il bisogno di salvezza. La gente non sa distinguere bene, intellettualmente: “Io ho bisogno di trovare il mio Signore, che mi riempia”, ha bisogno di una guida, di un pastore. E la gente si avvicina a Gesù perché vede in Lui un pastore, ha bisogno di essere aiutata a camminare nella vita. Sente questo bisogno. Gli altri, i dottori sentono sufficienza: “Noi siamo andati all’università, ho fatto un dottorato, no, due dottorati. So bene, bene, bene, cosa dice la legge; anzi conosco tutte, tutte, tutte le spiegazioni, tutti i casi, tutti gli atteggiamenti casistici”. E si sentono sufficienti e disprezzano la gente, disprezzano i peccatori: il disprezzo verso i peccatori. 
    Nella parabola, lo stesso, cosa dicono? Il figlio dice al Padre: “Dammi i soldi e me ne vado”. Il padre dà, ma non dice nulla perché è padre, forse avrà avuto il ricordo di qualche ragazzata che aveva fatto da giovane, ma non dice nulla. Un padre sa soffrire in silenzio. Un padre guarda il tempo. Lascia passare dei momenti brutti. Tante volte l’atteggiamento di un padre è “fare lo scemo” davanti alle mancanze dei figli. L’altro figlio rimprovera il padre: “Sei stato ingiusto”, dice un rimprovero. 
    Cosa sentono questi della parabola? Il ragazzo sente voglia di mangiarsi il mondo, di andare oltre, di uscire dalla casa, e forse la vive come una prigione e ha anche quella sufficienza di dire al padre: “Dammi quello che tocca a me”. Sente coraggio, forza. Cosa sente il padre? Il padre sente dolore, tenerezza e molto amore. Poi quando il figlio dice quell’altra parola: “Mi alzerò - quando rientra in sé stesso - mi alzerò e andrò da mio padre”, trova il padre che lo aspetta, lo vede da lontano. Un padre che sa aspettare i tempi dei figli. Cosa sente il figlio maggiore? Dice il Vangelo: “Egli si indignò”, sente quel disprezzo. E tante volte indignarsi, tante volte, è l’unico modo di sentirsi degno per quella gente. 
    Queste sono le cose che si dicono in questo passo del Vangelo, le cose che si sentono. 
    Ma qual è il problema? Il problema - cominciamo dal figlio maggiore - il problema è che lui era a casa, ma non si era mai accorto cosa significasse vivere a casa: faceva i suoi doveri, faceva il suo lavoro, ma non capiva cosa fosse un rapporto di amore con il padre. “Il figlio si indignò e non voleva entrare”. “Ma questa già non è la mia casa?” … aveva pensato. Lo stesso dei dottori della legge. “Non c’è ordine, è venuto questo peccatore qui e gli hanno fatto la festa, e io?”. Il padre dice la parola chiara: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. E di questo, il figlio non se n’era accorto, viveva a casa come fosse un albergo, senza sentire quella paternità … Tanti “alberghieri” nella casa della Chiesa che si credono i padroni. È interessante, il padre non dice alcuna parola al figlio che torna dal peccato, soltanto lo bacia, lo abbraccia e gli fa festa; a questo deve spiegargli, per entrare nel cuore: aveva il cuore blindato per le sue concezioni della paternità, della figliolanza, del modo di vivere. 
    Io ricordo una volta un saggio sacerdote anziano, un grande confessore, è stato missionario, un uomo che amava tanto la Chiesa, e parlando di un sacerdote giovane molto sicuro di sé stesso, molto credente … che lui era un valore, che lui aveva dei diritti nella Chiesa, diceva: “Ma io prego per questo, perché il Signore gli metta una buccia di banana e lo faccia scivolare, quello gli farà bene”. Come se dicesse, sembra una bestemmia: “Gli farà bene peccare perché avrà bisogno di chiedere perdono e troverà il Padre”.
    Tante cose ci dice questa parabola del Signore che è la risposta a coloro che lo criticavano perché andava con i peccatori. Ma anche tanti oggi criticano, gente di Chiesa, coloro che si avvicinano alle persone bisognose, alle persone umili, alle persone che lavorano, anche che lavorano per noi. Che il Signore ci dia la grazia di capire qual è il problema. Il problema è vivere in casa ma non sentirsi a casa, perché non c’è rapporto di paternità, di fratellanza, soltanto c’è il rapporto di compagni di lavoro.

13 marzo 2020

Via Crucis in Metropolitana

di don Paolo Ricciardi, vescovo ausiliario di Roma

Meditazioni sulla passione dell’Uomo lungo alcune stazioni della Metro A di Roma e della Ferrovia FR3 (Roma-Viterbo)

Dedicato a tutti i viaggiatori, perché si riscoprano viandanti, affiancati da Colui che è la Via.

Da Madeleine Delbrel, Noi delle strade


Dall’alto di una grande scalinata della Metro, missionari in abito a giacca o in impermeabile, vediamo di gradino in gradino, nell’ora in cui c’è più folla,
una distesa di teste...
Cappelli, baschi, berretti, capelli di tutte le tinte.
Centinaia di teste : centinaia di anime.
Noi, lì in alto. E più in alto, e dappertutto,
Dio. Dio dappertutto.
E quante anime lo sanno.
Subito, saliremo nella Metro.
Vedremo volti, fronti, occhi, bocche.
Bocche di gente sola, al naturale :
alcune avare, altre impure, altre cattive,
bocche avide o sazie di tutti i nutrimenti terrestri.
Poche, tanto poche
quelle che hanno la forma del Vangelo.
E saremo arrivati.
Nel buio sbucheremo all’aria aperta,
e c’incammineremo per la via
che condurrà a casa.

Prologo

Una scala che scende da sola.
In alto vedo tante persone.
La sera è già pronta a donarci riposo,
ma prima c’è un viaggio da fare.
Per uomini e donne - una folla -
ogni giorno è lo stesso cammino.
Al mattino la fretta ci prende,
c’è il sonno,
l’odore del giorno spuntato
e il lavoro che attende.
Al mattino è negato pensare.
La sera è diverso.
C’è un cuore in sollievo.
C’è, per qualcuno, il gusto di essere atteso.
Oppure il ritorno all’angoscia
e la solita solitudine in agguato.
Tra le vie sotterranee di un treno
son tante le vite che vedi passare.

Signore, ti affido il ritorno
di tutta la gente che incontro.
Ti affido quell’ansia di Cielo,
lì dove c’è buio,
lì dove è più facile andare.
Ti affido il cammino di tante persone,
così diverso e così simile
al Tuo, asceso sul colle,
per dare la Vita per noi,
innalzato sul Legno.
E spero per loro lo stesso traguardo :
risorti con Te nella Luce del Padre

PRIMA STAZIONE

Gesù è condannato a morte

Fermata San Giovanni

Le strade di San Giovanni attraversano ignare i segni di Roma cristiana.
Penso alla Madre di tutte le Chiese, luogo d’incontro dei credenti romani;
e al Battistero, antica memoria della Grazia più bella ;
infine alla scala, che tante ginocchia e preghiere rendono ancora più santa.
Per tanti che passano qui, tutti i giorni,
San Giovanni è solo Stazione di Metro.
Io pure, disceso per prendere il treno,
aspetto il convoglio ed inizio a guardare.
Nella folla che entra e che esce mi immergo da solo.
Sto fermo e curioso in storie diverse di volti mai visti.
Che tipo di folla fu quella accanita contro il Signore?
Erano forse uomini e donne presi da tanti pensieri,
da non rendersi conto di Lui? Non posso saperlo.
Immagino allora, mentre il treno si ferma,
che Lui stia passando attraverso la gente. Ignara di tanta Presenza.
Ancora condannato, ancora non accettato.
Ad uno dei tanti crocevia dell’uomo - come è questa stazione –
l’Uomo, unico tra tanti, riprende la via della Croce.
Quando si è sotto la Metro non si sa che tempo fa fuori.
Lo si immagina solo. Inizia un percorso in cui il cielo è negato.
Come accade spesso nel cuore dell’uomo.
E mentre rifletto, cercandomi uno spazio e un appoggio,
il treno parte di nuovo.
E Ponzio Pilato si lava le mani, condannando il Signore.

SECONDA STAZIONE

Gesù è caricato della Croce

Fermata Manzoni

Il convoglio fa presto ad arrivare a Manzoni.
E già il mio vagone risulta diverso.
Qualcuno è arrivato, qualcuno entra ora. Incrocio uno sguardo in un lampo. Non lo ricorderò, né forse mai più lo vedrò.
Strana sorte accomuna i passeggeri della Metropolitana.
È più facile vedere uno sguardo pensoso che uno sereno.
Difficilmente si parla, facilmente si pensa.
Nel cuore di alcuni vedo la gioia del ritorno a casa, della famiglia che attende.
In qualcun altro, dal volto diverso, di paesi lontani,
vedo la casa irraggiungibile. La Metro purtroppo non ci arriva.
Il ritorno a casa di Cristo è segnato da una strada speciale : la via della Croce. Il Legno pesante lo curva per terra, bagnata da gocce di sangue.
Quando si prende la croce non possiamo fermarci. Inizia un cammino. Affrontare la vita può esser fatica, dolore,
ma io amo pensare alla croce come a un segno di gioia.
La meta non è solo il Calvario. La meta è un giardino.
La meta è un abbaglio di Luce infinita che riempie la vita per sempre.
I volti che vedo vicini non sembrano avvolti di Eterno.
Li noto piuttosto segnati da gioie e speranze, tristezze ed angosce di oggi.
E credo che se tutti imparassimo a fissare lo Sguardo sul Cielo,
avremmo un sorriso diverso, due occhi che sanno che niente è per l’oggi,
ma tutto è per sempre.
E dietro un dolore improvviso, si apre una porta di gioia più grande ;
e lo stesso Legno che ora ci pesa, domani ci innalza.

TERZA STAZIONE

Gesù cade la prima volta

Fermata V. Emanuele

Piazza Vittorio a Roma voleva dire un tempo una gran confusione di gente:
Tante borse ripiene di spesa, venditori urlanti e odori di cibo
.
Ora è diverso. Il famoso mercato è stato spostato
ma è difficile abituarsi al nuovo volto del luogo.
Ma sottoterra nessuno si accorge di quello che cambia.
Per molti questa rimane soltanto una tappa del viaggio.
Nessuno ci pensa che lì sopra di notte son tante le vite strappate,
per cui Roma, da bambini, era solo un paese lontano.
C’è gente che dorme per terra, gente che spaccia, che ruba.
C’è gente ad un passo dai treni che vuole partire, ma non può,
perché manca il biglietto.
Sotto terra corre la Metro
e si ferma.
Quando Gesù cadde la prima volta urtò alla terra polverosa.
Non ebbe tempo di pensare, eppure sapeva quanto valeva cadere,
in quell’ora.
Valeva le nostre cadute.
Quante sono ogni giorno le cadute dell’uomo ?
Quante volte dovrà sbattere a terra la faccia,
per capir che la meta è nel Cielo ?
La folla che riempie il vagone è abituata a cadere. E forse a rialzarsi.
Ogni giorno che volge al tramonto ci fa segnare di nuovo le nostre sconfitte,
debolezze e fatiche.
Eppure, tra tanto cadere, io scorgo una Mano che m’alza e mi porta alla Luce.
E quella mano è legata ad un legno ed è intrisa di un sangue,
tanto simile al mio.

QUARTA STAZIONE

Gesù incontra sua Madre

Fermata Termini

In ogni città la stazione è un concentrato di mondo.
La gente che parte e che arriva, salendo e scendendo da un treno,
non porta soltanto un bagaglio.
Porta l’odore del paese natale, porta la gioia di un amore nascente,
porta il ricordo del giorno di ieri insieme a quello degli anni passati.
Quando a Termini la Metro si ferma, si sosta un pochino di più.
Il ricambio di folla è evidente e, a secondo dell’ora,
il vagone si vuota o si riempie.
E tra i passeggeri ammassati, mi piace osservare una mamma e un bambino.
Stranamente le cedono il posto e il sedile del treno
dà spazio ad un gesto d’amore.
Il piccolo sta sulla mamma, che con le sue braccia lo avvolge a mo’ di cintura.
Sulla via della Croce il Figlio ha incontrato la Madre,
ma non poteva abbracciarla. Doveva aspettare la sera,
doveva aspettare la morte per essere preso da Lei, e formare così la Pietà.
Eppure lo Sguardo fu intenso, fu un grido d’amore.
Fu il segno di tutti gli incontri del mondo, del tempo,
quando una mamma straziata vede il figlio che muore.
A volte succede, in Stazione, che il figlio saluti la madre.
Poco importa se starà via qualche giorno o forse per mesi.
Il volto materno esprime lo stesso un distacco, un rinnovato travaglio.
Ma spesso non è la stazione a segnare il distacco.
Spesso pur stando vicini, seduti alla mensa di casa,
il cuore di due familiari è lontano, provocando ferite.
Allora si pensa alla Madre, si affidano i figli,
si è certi che Lei li accompagna e si spera.

QUINTA STAZIONE

Gesù è aiutato da Simone di Cirene

Fermata Repubblica

Il treno riparte e per poco cammina. Repubblica è a un tiro di sasso.
Nel tratto di viaggio percorso, il cuore ha soltanto uno spazio.
Di neanche un minuto.
Forse neanche un minuto servì a quel soldato a prender Simone
e a affidargli la Croce.
Non ebbe il tempo di dire, di fare problemi, di chiedere come.
Costretto a portare quel Legno fu forse commosso da tanto dolore.
Si dice che ognuno di croce ha la sua, bagaglio obbligato nel viaggio terreno.
A me piace pensare che Essa è una sola.
Ognuno ha la Sua, cioè quella di Cristo. Diverso è il portarla.
Chi crede di essere solo, fatica.
Chi sa che quel peso è diviso, lo scopre leggero.
Gli studi recenti insegnano che solo il braccio orizzontale del legno
fu portato da Cristo. Per sostenerlo in due è necessario stare molto vicini, l’uno dietro a quell’Altro.
La metropolitana è un luogo dove ritrovi corpi sconosciuti,
con cui sei costretto a stare attaccato, appoggiato allo stesso sostegno.
Che strano.
Pensando alla Croce non la vedo più come un peso. La scopro sostegno.
E noi, chiamati a stare vicini, ci aiutiamo a vicenda a capire il Suo dono.
Il treno riparte. Tra tanti passeggeri attaccati comincio a vedere Qualcuno così simile a noi, eppure diverso.
E cerco di stringermi a Lui, Cireneo della gioia.

SESTA STAZIONE

Gesù è asciugato dalla Veronica

Fermata Barberini

Via Veneto sale, fino a Villa Borghese, mostrandosi bella e apparente.
Il turista straniero è attirato da tempi che adesso qui a Roma son solo lontani.
La “dolce vita” di allora, ora non è che un ricordo passato.
Sotto la metro neanche a questo si pensa. Sarebbe anormale.
Si pensa a che cosa mangiare per cena, il film da guardare la sera,
alla telefonata da fare.
Si pensa al parente malato o al figlio con problemi di scuola.
A Cristo che sale né apparente né bello nessuno ci pensa. Nessuno lo guarda. Per farlo occorreva ed occorre sollevargli la testa pesante, fermarlo un istante, incrociare il suo Sguardo.
Eppure una donna lo fece.
Tra la folla urlante e opprimente ella ebbe il coraggio di uscire.
Di prendere un velo e toccargli le guance.
Veronica era il suo nome.
Nessuno poteva fermarla, tanto fu grande la sua ansia di amarLo.
Quel panno diventa un sospiro dell’uomo che vuole vedere il Suo volto,
negato agli antichi.
Quel Volto s’imprime nel velo, si ferma… nel suo cuore di donna.
Quei volti che scorgo stasera son forse un richiamo di quello di allora.
Il velo, quel panno bagnato, è ora raccolta di storie diverse,
di vite in ricerca, di ansie perdute.
Egli si imprime di nuovo negli occhi degli uomini che viaggiano ora.
E io Lo ricerco e Lo trovo, in questo vagone di un treno comune.
La “dolce vita” di un tempo non potrà mai superare il dolce Volto che vedo.

SETTIMA STAZIONE

Gesù cade la seconda volta

Fermata Spagna

La fermata di Spagna è tutta diversa dalle altre stazioni.
Per uscire si sale in un tunnel più basso e poi a piedi
il cammino è ancor lungo, per giungere fuori.
Ma poi, quando esci, c’è il clima romano di strade famose
dove pare che è sempre Natale;
la bassa fontana e poi l’ampia scala, e la Madonna di Piazza di Spagna.
In metro è entrato da poco un gruppetto di giovani uguali.
Parlan lo stesso linguaggio, usano frasi volgari.
Credono di esser da soli, in mezzo al vagone affollato in cammino.
Li guardo, li osservo, li ascolto. Ed il cuore si stringe.
In mezzo a schiamazzi e ad insulti il Signore è caduto di nuovo.
Lo penso per terra, col naso schiacciato, le spalle sfinite dal peso.
Chissà se pensava ai ragazzi del mondo svuotati del loro Creatore,
lontani dal sogno d’Amore,
quel sogno che aveva il discepolo amato.
Ma sento nel cuore un affetto, uno strano trasporto per quei giovani strani.
E penso che cadono senza saperlo, o per gioco.
Forse dovranno incontrare qualcuno che li prenda per mano
e li porti alla Luce, facendoli uscire dal tunnel.
Ma se questo è in salita, col basso soffitto,
se lungo è il cammino per uscire all’aperto? Poco ci importa.
L’importante è provarci, perché fuori di qui c’è la scala col nome invitante :
mi ricorda l’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
È giunto il momento di salire la scala dei Monti,
lasciandoci dietro sfilate di moda mondane che svuotano l’uomo dell’anima, a favore di un corpo, destinato a cadere.

OTTAVA STAZIONE

Gesù incontra le donne di Gerusalemme

Fermata Flaminio

La Metro continua il suo viaggio sotto il centro di Roma,
ricolmo di tante persone.
Via del Corso di sera è un fiume parlante che va verso due foci.
La Piazza del Popolo, con tre chiese e col Pincio
è un lago che si apre ogni giorno.
Il vagone a quest’ora si riempie di donne diverse.
Son mamme ripiene di impegni ma vuote di figli.
Son giovani in cerca di un posto e di un facile amore.
Son zingare che fanno proclami per sentir tintinnare qualcosa
in un bicchiere di carta.
Anche Cristo incontrò delle donne sulla via della Croce.
Fu loro il sostegno finale al dolore del Figlio di Dio.
Il pianto e il lamento di quelle fu frenato da Cristo morente.
Il pianto è per quelli che sbagliano, per rami seccati dal fuoco del male.
Sappiam di sbagliare ogni giorno,
di perdere il tempo donato perché costa donarci nel tempo.
In questo trambusto di gente che viene, mi piace pensare a Gesù.
Pur sofferente consola. Come assetato disseta.
E dava alle donne uno sguardo d’amore infinito, di intensa purezza.
La donna del pozzo con cinque mariti,
la mamma del bimbo perduto da poco, la povera vedova ricca di cuore.
Tra tante è però Maddalena che seppe rapirgli lo Sguardo.
Seppe strappargli il perdono col pianto e l’amore.
E seppe vederlo Risorto, voltandosi in fretta al richiamo del nome.
Nel treno che parte di nuovo mi fermo a osservare
una donna seduta nel fondo.
E gli occhi son gonfi di pianto. Chissà se si chiama Maria.

NONA STAZIONE

Gesù cade la terza volta

Fermata Lepanto

Il tratto di viaggio per l’altra fermata è segnato dal passaggio del fiume.
Per poco si vede l’aperto, il cielo e poi l’acqua del Tevere biondo.
Ma poi si ritorna nel tunnel, piombando di nuovo nel buio di sotto.
A volte è così nella vita. ti sembri rinato, ritrovi speranza.
E a un tratto si cade di nuovo, oppressi dal peso dei nostri malanni.
La terza caduta di Cristo la penso più forte di tutte le altre.
Lo vedo sfinito, ferito, a un passo soltanto dal luogo del Cranio.
E penso alle voci di tanti che infliggono al Cuore uno strazio interiore.
Lo fanno cadere per forza : la croce è il dolore dell’uomo di sempre.
La croce sfinisce, ti atterra, ti schiaccia.
Eppure Gesù si rialza, deciso si reca alla cima del colle.
È il seme caduto per terra, destinato alla morte,
che dopo risorge nel grano, portando i suoi frutti.
Un vecchio è seduto davanti, appoggiato al suo forte bastone.
In testa c’è un vecchio cappello e sul dito due fedi nuziali.
Il fatto che venga anche in metro vuol dire che ancora si sente capace,
nonostante il trambusto del treno e le scale da fare.
Che c’è dietro il volto dei suoi forse ottant’anni ? C’è un pozzo di tanti ricordi, un cuore sapiente e arricchito, di prove e di gioie.
C’è forse il pensiero del fine, la meta segnata per tutti i mortali.
Lo vedo che s’alza, a fatica. Nessuno gli porge una mano.
Prima che il treno riparta lui è pronto già a uscire alla prossima sosta.
Il posto del vecchio lo prende un ragazzo. Che strano.
Lo vedo più stanco e svuotato rispetto al signore attempato.
E prego per l’uno e per l’altro perché il loro bastone sia un giorno la Croce.

DECIMA STAZIONE

Gesù è spogliato delle sue vesti

Fermata Ottaviano – S. Pietro

Per anni Ottaviano segnava la fine del viaggio.
Col nuovo millennio è anche questa una tappa.
La Metro, per fortuna, arriva un po’ più lontana.
Uscire di qua vuol dire per me arrivare a San Pietro.
Gustare l’abbraccio maestoso di un luogo che è santo,
memoria dei primi cristiani.
Spogliati di vesti e di onore andavano al circo per esser mangiati.
O per essere in croce.
Osservare la gente che passa vuol dire talvolta osservarne i vestiti.
Vedere colori diversi, cappelli, borsette, camicie e calzoni.
Ciascuno si sente speciale, eppure di fondo c’è un modo comune.
La tunica tutta d’un pezzo e il mantello son tolti dal corpo di Cristo.
Son dati ai soldati. E Cristo nel mezzo riappare spogliato,
deriso, spettacolo infame.
Eppure così si è donato.
Da ricco che era povero è reso dal Padre per esser tesoro di ognuno di noi.
Spogliato di tutta la Luce riveste i mortali del lume divino.
Anche Pietro, portato al supplizio fu tolto di tutti gli onori.
Vicario di Cristo gli fu consegnato lo stesso martirio : la croce.
Spogliarsi per lui non bastò.
Voleva morire coi piedi per aria e la testa per terra.
Spogliato non solo di vesti, capovolto del tutto, per amore di Dio.
Mi fermo a guardare un’anziana suorina con gli occhi ripieni di vita.
il capo è coperto dal velo, è normale.
Vestita dell’abito scuro, eppure lucente d’amore donato.
Le vedo spuntare le mani e capisco con gioia che sgrana un rosario.

UNDICESIMA STAZIONE

Gesù è inchiodato sulla Croce

Fermata Cipro – Musei Vaticani

Il treno riprende il cammino nel nuovo percorso ultimato.
Ci mette un minuto per correre all’altra fermata.
Riprendo a osservare la gente e vedo due giovani mano per mano.
Si amano forse da poco : si nota dal tono di voce, dal limpido sguardo di lei. Avran forse vent’anni.
Quanto durerà quest’unione? Sarà vera, profonda, arricchente?
O sarà solamente una prova tra tante, destinata a finire?
Non fu prova da poco quella che portò il Signore
ad esser trafitto dai chiodi.
Penso a quelle tre grida, al dolore,
quando i tre ferri segnaron per sempre le sue mani e i suoi piedi.
Ma non furono i chiodi a tenere Gesù sulla croce.
Non fu neanche la terra, non furon le pietre, nemmeno i soldati.
A tenerLo fermo, fisso e inchiodato, innalzato da terra, fu solo l’Amore.
Amore vero, profondo e arricchente.
Sento il martello che batte. Immagino il sangue che scorre.
I due innamorati non sanno l’amore sgorgato dal Corpo trafitto.
Non sanno che è innamorato di noi, Qualcuno che pure ci attira.
Non sanno che uomini e donne hanno trovato in quei segni la risposta vitale, la gioia più bella di ogni gioia terrena, perfino di quella nuziale.
Forse un giorno vedranno che la vera passione d’amore
è l’amore di un Dio appassionato per noi.
E sapranno insieme tender le mani alla Mano divina che crea,
che chiama e che manda.
È una mano trafitta da un ferro che luccica ancora di gocce vermiglie.

Intermezzo

Fermata Valle Aurelia

Il mio primo traguardo è arrivato
e anch’io scendo dal treno.
Ritrovo la luce serale,
e salgo le scale - e son tante -
per l’altra fermata.
La nuova stazione è bella, su un ponte,
sembra sospesa :
qui è alto
e mi metto a osservare di sotto
i palazzi, le strade e la gente che corre.
E intanto… aspetto.
Attendo ciò che in linguaggio stradale
si dice in linguaggio divino :
la coincidenza.

Per me coincidenza
è scoprire un Cammino
che s’incrocia in un altro.
Vedere che tutto è pensato,
che sono voluto,
che sono cercato.
Che il dito sapiente di Dio
mi spinge a guardare dall’alto
al di là dell’esterno.
Per entrare nei cuori...

DODICESIMA STAZIONE

Gesù muore sulla Croce

Fermata Appiano

Il treno che prendo procede veloce
e neanche c’è il tempo di fermarsi a pensare.
Il tragitto è già quasi finito e ripenso alle tante persone incontrate
e a quelle che ora mi stanno qui intorno.
E penso a Cristo che muore per loro.
Sì, per questi viandanti comuni, per queste storie diverse,
per questi sguardi che a malapena conosco.
La croce ha segnato l’incrocio di strade tra l’uomo e il suo Dio.
La morte di Cristo è un’offerta totale.
Abbandono del Padre. Abbandono nel Padre.
La morte di Cristo è il totale incarnarsi nell’uomo.
È il totale distacco da Dio perché il cuore dell’uomo risalga più unito che mai al Cuore che tutti ci attira.
La sera di oggi è ricolma di tanto morire.
Pure il sole, ad un’ora precisa, inizia a celarsi. E a quest’ora è già morto.
Ho visto più volte la morte negli occhi.
Ho visto il peccato di tanti, il vuoto dei cuori, la perdita umana di un senso.
Gesù muore in croce per tutti.
Gesù muore in croce per tutti i morenti di oggi, nel corpo e nel cuore.
E a tutti dà luce e speranza, dà il sogno stupendo del Giorno finale,
che è senza tramonto.
Nel treno che corre ritrovo persone segnate da un vuoto mortale.
Ora il tragitto è all’aperto, rivedo il mio cielo,
risento i profumi dell’aria serale.
Ma intanto si senton dei tuoni
e sul treno battono gocce di una pioggia improvvisa.

TREDICESIMA STAZIONE

Gesù è deposto dalla Croce

Fermata Balduina

Mi piace viaggiare su questo vagone.
A differenza delle gallerie della metro qui sembra davvero una cosa diversa...
Il treno, che odora di nuovo, è addirittura a due piani e io sono al secondo.
Anche la gente, la maggior parte seduta, voglio ora pensarla serena.
C’è un telefonino che squilla
e un uomo che dice alla moglie che sta quasi rientrando,
mentre un ragazzo vicino sente musica in cuffia.
La pioggia, che batte di fuori, ora sembra più rara.
In questo strano preludio alla notte
penso al buio serale del venerdì di passione.
E allo sguardo di coloro che eran lì, sotto la croce,
atterriti dal grido del Signore.
Quale fu il dolore di quelli, della Madre, di Giovanni, delle donne ?
Chi prese quel corpo morto da porre per terra,
per poi trasportarlo al sepolcro ?
Al termine di questa giornata tanti sono i corpi e le anime
deposti sulla fredda terra.
I palazzi che sono di fuori nascondono vite e morti che non posso sapere.
Eppure, tra tanti a me sconosciuti, mi piace vedere Maria.
Madre di fiducia, Madre di fede robusta, Madre dolorosa e forte.
Lei prese Gesù tra le braccia, per presentarlo al mondo.
È Lei a dirci oggi che non c’è deposizione
che non aspetti una nuova esaltazione.
Guardandomi intorno vedo una mamma e un bambino.
È appoggiato alla donna e legge un fumetto appena comprato.
Il mondo lo chiama handicappato.
Lei lo bacia e lo chiama Giovanni.

QUATTORDICESIMA STAZIONE

Gesù è sepolto

Fermata Gemelli

Arrivato al Gemelli, il viaggio è quasi alla fine
ed io mi preparo per l’ultima tappa. La pioggia ormai
se n’è andata e vedo già meglio le luci ed i muri serali.
Per molti questa fermata vuol dire
andare a trovare ammalati, sperare momenti migliori.
Vuol dire andare a vedere un amico che in casa non ci aspetterà più.
Vuol dire scoprire la vita, la mia e di tutti,
nelle Mani di Qualcuno più grande di noi, avvolto in un forte mistero.
Fu un grande mistero il sepolcro riempito dal corpo di Cristo,
bendato e fasciato dal lino.
Com’è grande oggi il mistero di una cassa di legno
richiusa sul corpo di un uomo.
È un colpo nel cuore.
Sì, la pietra che chiuse la stanza fu un colpo a Giovanni.
A Nicodemo, a Giuseppe e alle donne.
Nel cuore della Madre fu un colpo diverso. Sapeva, L’avrebbe rivisto.
Il dolore dell’uomo è attraversato in pienezza dal dolore del Figlio di Dio.
Si è chiusa la porta un momento, si è entrati nel vuoto assoluto,
lo spazio tremendo della non esistenza. Ma è solo un momento.
L’amico l’amico vedrà, lo sposo la sposa, il figlio la madre.
Il treno corre troppo veloce e mi accorgo che il viaggio che sto ora compiendo è segno ed icona del dolce ritorno alla casa del Padre.
Scopro nei volti umani un’attesa segreta, a tratti segnata da drammi.
Non temo più il buio e, mentre la sera si riempie di stelle, intravedo la luce.
Di un Sole che sorge.

Epilogo

Fermata Monte Mario

Il mio piccolo viaggio è finito.
Esco di nuovo - nel punto più alto di Roma -
e intraprendo a piedi la strada di casa.
Sono ancora dieci i minuti da fare.
Mi sento allora di pregare per tutti i passeggeri incontrati,
centinaia di storie e di volti sconosciuti.
Vorrei a tutti dire una parola che giungesse nel fondo dei cuori.
E non trovo altro che pensare ad un altro cammino serale,
raccontato da Luca.
Vedo due uomini giunti a una locanda,
mentre il buio della domenica scende.
E la loro insistenza rivolta al terzo Viandante.
Resta con noi perché si fa sera
e il giorno già volge al declino
” (Lc 24,29)
Li vedo seduti alla mensa,
- non mangiavano forse da giorni -.
E Lui spezza il Pane.
Vorrei aprire anch’io gli occhi
a tutti i viandanti del mondo.
Vorrei dire : è risorto !
Egli è qui. È vivo. È presente.
È nostro Amico.
Resta con noi, Signore.

Don Paolo
Resta con noi, Signore,
perché anche nel tunnel buio,
possiamo trovare la tua Luce

Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 13 marzo 2020

    Vorrei oggi pregare anche per i pastori che devono accompagnare il popolo di Dio in questa crisi, che il Signore gli dia la forza e la capacità di scegliere i migliori mezzi per aiutare, le misure drastiche non sempre sono buone, per questo preghiamo lo Spirito Santo dia ai pastori la capacità del discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino il santo popolo fedele di Dio. Il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori con il conforto della Parola, dei sacramenti e della preghiera ❤️


“Si sono appropriati del dono di Dio, questo è il grande peccato”

Liturgia della Parola: Gen 37,3-4.12-13.17-28; Sal 104; Mt 21,33- 43.45. 

Omelia - Non dimentichiamo la gratuità della rivelazione

    Ambedue le letture sono una profezia della Passione del Signore. Giuseppe venduto come schiavo per 20 sicli d’argento, consegnato ai pagani. E la parabola di Gesù, che chiaramente parla simbolicamente dell’uccisione del Figlio. Questa storia di “un uomo che possedeva un terreno, vi piantò una vigna - la cura con cui l’aveva fatto -, la circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre - l’aveva fatto bene -. Poi la diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano”.
Questo è il popolo di Dio. Il Signore scelse quel popolo, c’è una elezione di quella gente. È il popolo dell’elezione. Anche c’è una promessa: “Andate avanti. Tu sei il mio popolo”, una promessa fatta ad Abramo. E anche c’è un’alleanza fatta con il popolo nel Sinai. Il popolo deve sempre custodire nella memoria l’elezione che è un popolo eletto, la promessa per guardare avanti con speranza e l’alleanza per vivere ogni giorno la fedeltà. 
    Ma in questa parabola succede che quando arrivò il tempo per raccogliere i frutti questa gente si era dimenticata che non erano i padroni: “I contadini presero i servi, uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Poi mandò altri servi, più numerosi ma lo trattarono allo stesso modo”. Certamente Gesù fa vedere qui - sta parlando ai dottori della legge - come i dottori della legge hanno trattato i profeti. “Da ultimo mandò loro il proprio figlio”, pensando che avrebbero avuto rispetto per il proprio figlio. “Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: ‘Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!’”.
Hanno rubato l’eredità, che era un’altra. Una storia di infedeltà, di infedeltà alla elezione, di infedeltà alla promessa, di infedeltà all’alleanza, che è un dono. L’elezione, la promessa e l’alleanza sono un dono di Dio. Infedeltà al dono di Dio. Non capire che era un dono e prenderlo come proprietà. Questa gente si è appropriata del dono e hanno tolto questo essere dono per trasformarlo in proprietà “mia”. E il dono che è ricchezza, è apertura, è benedizione, è stato chiuso, ingabbiato in una dottrina di leggi, tante. È stato ideologizzato. E così il dono ha perso la sua natura di dono, è finito in una ideologia. Soprattutto in un’ideologia moralistica piena di precetti, anche ridicola perché scende alla casistica per ogni cosa. Si sono appropriati del dono.
    Questo è il grande peccato. È il peccato di dimenticare che Dio si è fatto dono lui stesso per noi, che Dio ci ha dato questo come dono e, dimenticando questo, diventare padroni. E la promessa non è già promessa, l’elezione non è già elezione: ”L’alleanza va interpretata secondo il mio parere, ideologizzata”
    Qui, in questo atteggiamento, io vedo forse l’inizio, nel Vangelo, del clericalismo, che è una perversione, che rinnega sempre l’elezione gratuita di Dio, l’alleanza gratuita di Dio, la promessa gratuita di Dio. Dimentica la gratuità della rivelazione, dimentica che Dio si è manifestato come dono, si è fatto dono per noi e noi dobbiamo darlo, farlo vedere agli altri come dono, non come possesso nostro. Il clericalismo non è una cosa solo di questi giorni, la rigidità non è una cosa di questi giorni, già al tempo di Gesù c’era. E poi Gesù andrà avanti nella spiegazione delle parabole - questo è il capitolo 21 -, andrà avanti fino ad arrivare al capitolo 23 con la condanna, dove si vede l’ira di Dio contro coloro che prendono il dono come proprietà e riducono la sua ricchezza ai capricci ideologici della loro mente.
    Chiediamo oggi al Signore la grazia di ricevere il dono come dono e trasmettere il dono come dono non come proprietà, non di un modo settario, di un modo rigido, di un modo “clericalista”.

***********
A Roma c’è chi ha deciso di sbarrare del tutto le chiese. Non si può neanche più entrare per pregare... 😥

12 marzo 2020

Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 12 marzo 2020

    Continuiamo a pregare insieme, in questo momento di pandemia, per gli ammalati, per i familiari, per i genitori con i bambini a casa … ma soprattutto io vorrei chiedervi di pregare per le autorità: loro devono decidere e tante volte decidere su misure che non piacciono al popolo. Ma è per il nostro bene. E tante volte, l’autorità si sente sola, non capita. Preghiamo per i nostri governanti che devono prendere la decisione su queste misure: che si sentano accompagnati dalla preghiera del popolo.


“C’è l’abisso dell’indifferenza, la globalizzazione dell’indifferenza...”
“Sappiamo dei bambini che muoiono di fame... l’abisso dell’indifferenza”
“Chiediamo al Signore la Grazia di non cadere nell’indifferenza”

Liturgia della Parola: Ger 17,5-10; Sal 1; Lc 16,19-31

Omelia - Per non cadere nell’indifferenza

    Questo racconto di Gesù è molto chiaro; anche, può sembrare un racconto per i bambini: è molto semplice. Gesù vuole indicare con questo non solo una storia, ma la possibilità che tutta l’umanità viva così, anche che noi tutti viviamo così. 
    Due uomini, uno soddisfatto, che sapeva vestirsi bene, forse cercava i più grandi stilisti del tempo per vestirsi; indossava vestiti di porpora e lino finissimo. E poi, che se la passava bene, perché ogni giorno si dava a lauti banchetti. Lui era felice così. Non aveva preoccupazioni, prendeva qualche precauzione, forse qualche pillola contro il colesterolo per i banchetti, ma così la vita andava bene. Era tranquillo.
    Alla sua porta stava un povero: Lazzaro si chiamava. Lui sapeva che c’era il povero, lì: lui lo sapeva. Ma gli sembrava naturale: “Io me la passo bene e questo … ma, così è la vita, che si arrangi”. Al massimo, forse – non lo dice, il Vangelo – alle volte inviava qualche cosa, qualche briciola. E così passò la vita di questi due. Ambedue sono passati per la Legge di noi tutti: morire. Morì il ricco e morì Lazzaro. Il Vangelo dice che Lazzaro è stato portato in Cielo, accanto ad Abramo … Del ricco soltanto dice: “È stato sepolto”. Punto. E finisce.
    Ci sono due cose che colpiscono: il fatto che il ricco sapesse che c’era questo povero e che sapesse il nome, Lazzaro. Ma non importava, gli sembrava naturale. Il ricco forse faceva anche i suoi affari che alla fine andavano contro i poveri. Conosceva ben chiaramente, era informato di questa realtà. E la seconda cosa che a me tocca tanto è la parola “grande abisso” che Abramo dice al ricco. “Fra noi c’è un grande abisso, non possiamo comunicare; non possiamo passare da una parte all’altra”. È lo stesso abisso che nella vita c’era fra il ricco e Lazzaro: l’abisso non è incominciato là, l’abisso è incominciato qua.
    Ho pensato a quale fosse il dramma di quest’uomo: il dramma di essere molto, molto informato, ma con il cuore chiuso. Le informazioni di quest’uomo ricco non arrivavano al cuore, non sapeva commuoversi, non si poteva commuovere di fronte al dramma degli altri. Neppure chiamare uno dei ragazzi che servivano a mensa e dire “ma, portagli questo, quell’altro…” … Il dramma dell’informazione che non scende al cuore. Anche, questo succede a noi. Tutti noi sappiamo, perché lo abbiamo sentito al telegiornale o lo abbiamo visto sui giornali, quanti bambini patiscono la fame oggi nel mondo; quanti bambini non hanno le medicine necessarie; quanti bambini non possono andare a scuola. Continenti, con questo dramma: lo sappiamo. Eh, poveretti … e continuiamo. Questa informazione non scende al cuore, e tanti di noi, tanti gruppi di uomini e donne vivono in questo distacco tra quello che pensano, quello che sanno e quello che sentono: è staccato il cuore dalla mente. Sono indifferenti. Come il ricco era indifferente al dolore di Lazzaro. C’è l’abisso dell’indifferenza.
    A Lampedusa, quando sono andato la prima volta, mi è venuta questa parola: la globalizzazione dell’indifferenza. Forse noi oggi, qui, a Roma, siamo preoccupati perché “sembra che i negozi siano chiusi, io devo andare a comprare quello, e sembra che non posso fare la passeggiata tutti i giorni, e sembra questo … “: preoccupati per le mie cose. E dimentichiamo i bambini affamati, dimentichiamo quella povera gente che ai confini dei Paesi, cercando la libertà, questi migranti forzati che fuggono dalla fame e dalla guerra e soltanto trovano un muro, un muro fatto di ferro, un muro di filo spinato, ma un muro che non li lascia passare. Sappiamo che esiste questo, ma al cuore non va ... Noi viviamo nell’indifferenza: l’indifferenza è questo dramma di essere bene informato ma non sentire la realtà altrui. Questo è l’abisso: l’abisso dell’indifferenza.
Poi c’è un’altra cosa che colpisce. Qui sappiamo il nome del povero: lo sappiamo. Lazzaro. Anche il ricco lo sapeva, perché quando era negli inferi chiede ad Abramo di inviare Lazzaro: lì lo ha riconosciuto. “Ma, mandami questo”. Ma non sappiamo il nome del ricco. Il Vangelo non ci dice come si chiamava questo signore. Non aveva nome. Aveva perso il nome: soltanto, aveva gli aggettivi della sua vita. Ricco, potente … tanti aggettivi. Questo è quello che fa l’egoismo in noi: fa perdere la nostra identità reale, il nostro nome, e soltanto ci porta a valutare gli aggettivi. La mondanità ci aiuta, in questo. Siamo caduti nella cultura degli aggettivi dove il tuo valore è quello che tu hai, quello che tu puoi … Ma non “come ti chiami?”: hai perso il nome. L’indifferenza porta a questo. Perdere il nome. Soltanto siamo i ricchi, siamo questo, siamo l’altro. Siamo gli aggettivi.
    Chiediamo oggi al Signore la grazia di non cadere nell’indifferenza, la grazia che tutte le informazioni dei dolori umani che abbiamo, scendano al cuore e ci muovano a fare qualcosa per gli altri.

11 marzo 2020

Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 11 marzo 2020

    Continuiamo a pregare per gli ammalati di questa epidemia. E oggi, in modo speciale vorrei pregare per i carcerati, per i nostri fratelli e le nostre sorelle rinchiusi in carcere. Loro soffrono e dobbiamo essere vicini a loro con la preghiera, perché il Signore li aiuti, li consoli in questo momento difficile.


“Il diavolo si accanisce per distruggere"

Liturgia della Parola: Ger 18,18-20; Sal 30; Mt 20,17-28.

Omelia - La vanità ci allontana dalla Croce di Cristo

    La prima Lettura, un passo del Profeta Geremia, è davvero una profezia sulla Passione del Signore. Cosa dicono i nemici? "Venite, ostacoliamolo quando parla; non badiamo a tutte le sue parole". Mettiamogli degli ostacoli. Non dice: “Vinciamolo, facciamolo fuori”: no. Fare difficile la vita, tormentarlo. È la sofferenza del profeta ma lì c’è una profezia su Gesù. Lo stesso Gesù nel Vangelo ci parla di questo: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’Uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi. Lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani perché venga deriso, flagellato, crocifisso”. Non è soltanto una sentenza di morte: c’è di più. C’è l’umi-liazione, c’è l’accanimento. E quando c’è accanimento nella persecuzione di un cristiano, di una persona, c’è il demonio. Il demonio ha due stili: la seduzione, con le promesse del mondo, come ha voluto fare con Gesù nel deserto, sedurlo e con la seduzione fargli cambiare il piano della redenzione, e se questo non va, l’accanimento. Non ha mezzi termini, il demonio. La sua superbia è così grande che cerca di distruggere, e distruggere godendo della distruzione con l’accanimento. Pensiamo alle persecuzioni di tanti santi, di tanti cristiani che non (solo) li uccidono, ma anche li fanno soffrire e cercano per tutte le vie di umiliarli, fino alla fine. Non confondere una semplice persecuzione sociale, politica, religiosa con l’accanimento del diavolo. Il diavolo si accanisce, per distruggere. Pensiamo all’Apocalisse: vuole divorare quel figlio della donna, che sta per nascere.
    I due ladri che erano crocifissi con Gesù, sono stati condannati, crocifissi e li hanno lasciati morire in pace. Nessuno li insultava: non interessava. L’insulto era soltanto per Gesù, contro Gesù. Gesù dice agli apostoli che sarà condannato a morte, ma sarà deriso, flagellato, crocifisso … Si fanno beffa di Lui. 
    E la strada per uscire dall’accanimento del diavolo, da questa distruzione, è lo spirito mondano, quello che la mamma chiede per i figli, i figli di Zebedeo. Gesù parla di umiliazione, che è il proprio destino, e lì gli chiedono apparenza, potere. La vanità, lo spirito mondano è proprio la strada che il diavolo offre per allontanarsi dalla Croce di Cristo. La propria realizzazione, il carrierismo, il successo mondano: sono tutte strade non cristiane, sono tutte strade per coprire la Croce di Gesù.
    Che il Signore ci dia la grazia di saper discernere quando c’è lo spirito che vuole distruggerci con l’accanimento, e quando lo stesso spirito vuole consolarci con le apparenze del mondo, con la vanità. Ma non dimentichiamo: quando c’è accanimento, c’è l’odio, la vendetta del diavolo sconfitto. È così fino a oggi, nella Chiesa. Pensiamo a tanti cristiani, come sono crudelmente perseguitati. In questi giorni, i giornali parlavano di Asia Bibi: nove anni in carcere, soffrendo. È l’accanimento del diavolo.
Che il Signore ci dia la grazia di discernere il cammino del Signore, che è Croce, dal cammino del mondo, che è vanità, apparire, maquillage.

10 marzo 2020

Papa Francesco - S.Messa in Santa Marta - 10 marzo 2020

    Preghiamo il Signore anche per i nostri sacerdoti, perché abbiano il coraggio di uscire e andare dagli ammalati, portando la forza della Parola di Dio e l’Eucarestia e accompagnare gli operatori sanitari, i volontari, in questo lavoro che stanno facendo.


“Invece di andare a parlare con il Signore fare finta di non essere peccatore”
“Avere il coraggio con le nostre miserie di andare a parlare con il Signore”

Liturgia della Parola: Is 1,10.16-20; Sal 49; Mt 23,1-12.

Omelia - Peccatori, ma in dialogo con Dio

    Ieri la Parola di Dio ci insegnava riconoscere i nostri peccati e a confessarli, ma non solo con la mente, anche con il cuore, con uno spirito di vergogna; la vergogna come un atteggiamento più nobile davanti a Dio per i nostri peccati. E oggi il Signore chiama tutti noi peccatori a dialogare con Lui, perché il peccato ci rinchiude in noi stessi, ci fa nascondere o nascondere la verità nostra, dentro. È quello che è successo ad Adamo, a Eva: dopo il peccato si sono nascosti, perché avevano vergogna; erano nudi. E il peccatore, quando sente la vergogna, poi ha la tentazione di nascondersi. E il Signore chiama: “Su, venite, discutiamo - dice il Signore - parliamo del tuo peccato, parliamo della tua situazione. Non abbiate paura. No …”. E continua: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”. “Venite, perché io sono capace di cambiare tutto - ci dice il Signore - non abbiate paura di venire a parlare, siate coraggiosi anche con le vostre miserie”.
    Mi viene in mente quel santo che era così penitente, pregava tanto. E cercava sempre di dare al Signore tutto quello che il Signore gli chiedeva. Ma il Signore non era contento. E un giorno lui un po’ si era come arrabbiato con il Signore, perché aveva un caratteraccio quel santo. E dice al Signore: “Ma, Signore, io non ti capisco. Io ti do tutto, tutto e tu sempre sei come insoddisfatto, come se mancasse qualcosa. Cosa manca?”. [E il Signore risponde]: “Dammi i tuoi peccati: è questo che manca”. Avere il coraggio di andare con le nostre miserie a parlare con il Signore: “Su, venite! Discutiamo! Non abbiate paura. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”.
    Questo è l’invito del Signore. Ma sempre c’è un inganno: invece di andare a parlare con il Signore, fare finta di non essere peccatori. È quello che il Signore rimprovera ai dottori della legge. Queste persone fanno le opere "per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati rabbì dalla gente”. L’apparenza, la vanità. Coprire la verità del nostro cuore con la vanità. La vanità non guarisce mai! La vanità non guarisce mai. Anche, è velenosa, va avanti portandoti la malattia al cuore, portandoti quella durezza di cuore che ti dice: “No, non andare dal Signore, non andare. Rimani tu”.
    La vanità è proprio il posto per chiudersi alla chiamata del Signore. Invece, l’invito del Signore è quello di un padre, di un fratello: “Venite! Parliamo, parliamo. Alla fine Io sono capace di cambiare la tua vita dal rosso al bianco”.
    Che questa Parola del Signore ci incoraggi; che la nostra preghiera sia una preghiera reale. Della nostra realtà, dei nostri peccati, delle nostre miserie. Parlare con il Signore. Lui sa, Lui sa cosa siamo noi. Noi lo sappiamo, ma la vanità ci invita sempre a coprire. Che il Signore ci aiuti.