26 dicembre 2025

Omelia del Santo Padre Leone XIV - Solennità Natale del Signore 2025

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Sorelle e fratelli carissimi!

«Prorompete insieme in canti di gioia» (Is 52,9), grida il messaggero di pace a chi si trova fra le rovine di una città interamente da ricostruire. Anche se impolverati e feriti, i suoi piedi sono belli – scrive il profeta (cfr Is 52,7) – perché, attraverso strade lunghe e dissestate, hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce. È un nuovo giorno! Anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi.

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). Così Gesù disse ai discepoli, ai quali aveva da poco lavato i piedi, messaggeri di pace che da lì in poi avrebbero dovuto correre attraverso il mondo, senza stancarsi, per rivelare a tutti il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto. Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia. Così, in tutto il mondo, il Natale è per eccellenza una festa di musiche e di canti.

Anche il prologo del quarto Vangelo è un inno e ha per protagonista il Verbo di Dio. Il “verbo” è una parola che agisce. Questa è una caratteristica della Parola di Dio: non è mai senza effetto. A ben vedere, anche molte delle nostre parole producono effetti, a volte indesiderati. Sì, le parole agiscono. Ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte: il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce. «Si fece carne» (Gv 1,14) e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza. «Carne» è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone.

«Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,11). Ecco il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione. Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza. È un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole.

Come scrisse l’amato Papa Francesco, per richiamarci alla gioia del Vangelo: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).

Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci. Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città? Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire.

Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia. Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma. «Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,3). Questo mistero ci interpella dai presepi che abbiamo costruito, ci apre gli occhi su un mondo in cui la Parola risuona ancora, «molte volte e in diversi modi» (cfr Eb 1,1), e ancora ci chiama a conversione.

Certo, il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli. Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono. Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato. Non serviamo una parola prepotente – ne risuonano già dappertutto – ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio.

Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro. In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa. È il rinnovamento che il Concilio Vaticano II ha promosso e che vedremo fiorire solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene. Mondano è il contrario: avere per centro sé stessi. Il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione. Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui. La Vergine Maria è proprio in questo la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace. In lei comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta.

22 novembre 2025

La Theotokos. Quel che s’intende per “Corredentrice”

 


«Quando videro che tu con i Padri la chiamavi Madre di Dio, Seconda Eva e Madre di tutti i viventi, Madre della vita, Stella mattutina, Nuovo Cielo mistico, Scettro dell’Ortodossia, intemerata Madre di santità e altro, avrebbero considerato il fatto che tu non concordassi nel chiamarla Corredentrice una povera compensazione a tale linguaggio…». (Ven. John Henry Cardinal Newman a Pusey)2

Con una punta d’ironia iniziamo quest’opera spiegando ciò che con l’espressione “Maria Corredentrice” non s’intende. L’intento è quello d’evitare iniziali malintesi che posson pregiudicare il termine “Corredentrice”, intendendolo diversamente da come la Chiesa, ossia i Papi, i Santi, i Dottori, i Mistici e i Martiri, l’hanno effettivamente adoperato. Un conto è asserire: «Io non accetto che la Chiesa chiami la Madre di Gesù Corredentrice », ossia rifiutare il titolo a causa di dissensi su quel che la Chiesa intende con esso. È una questione diversa ed intellettualmente ingiusta, invece, affermare che la Chiesa intende qualcosa di diverso da ciò che essa realmente intende quando chiama la Madre di Gesù “Corredentrice”.

Che cosa dunque “Corredentrice” non significa nell’insegnamento della Chiesa Cattolica? Non significa che Maria sia una dea, che sia la quarta persona della Trinità, che possegga una natura divina, che non sia, in qualche modo, una creatura completamente dipendente dal Creatore come tutte le altre creature. Citando uno dei più grandi Santi mariani nella storia della Chiesa, san Luigi Maria Grignion de Montfort, mi unisco a lui e all’intera Chiesa nell’asserire la verità cristiana dell’indiscutibile creaturalità di Maria, la sua totale dipendenza dal Signore dell’Universo e l’oggettiva autonomia di Dio che non ha alcun bisogno della Madre di Gesù per compiere la sua divina volontà:
«Io riconosco con tutta la Chiesa che Maria, non essendo che una semplice creatura uscita dalle mani dell’Altissimo, paragonata alla sua infinita Maestà, è meno di un atomo, o piuttosto è nulla del tutto, perché Egli solo è Colui che è, e quindi questo gran Signore, sempre indipendente e bastante a se stesso, non ebbe e non ha ancora assolutamente bisogno di Maria Santissima per compiere i suoi disegni e manifestare la sua gloria: non ha che da volere per far tutto».3
Tale verità nella dottrina della Chiesa riguardante la Vergine Maria si applica interamente al soggetto di Redenzione. La Chiesa sostiene che la partecipazione di Maria alla Redenzione operata da Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, non era in alcun modo necessaria in senso assoluto. A ciò si aggiunge il fatto che Maria stessa, in quanto creatura e figlia d’Adamo ed Eva nell’umana famiglia, aveva bisogno d’esser preservata dagli effetti del peccato originale e, perciò, dipendeva interamente dal Figlio Redentore per l’eminente forma di Redenzione unicamente a Lei riservata.
Pertanto, qualsiasi idea di Maria Corredentrice la quale suggerisse che la Madre di Gesù è la quarta persona della Trinità o qualche forma di divinità deve esser immediatamente e interamente rigettata come grave eresia contro la Rivelazione cristiana. Un errore così grossolano annebbierebbe le reali questioni teologiche che circondano la dottrina della Corredentrice. Tra queste menzioniamo, ad esempio, la natura e i limiti dell’umana partecipazione ad un’opera divina; il misterioso equilibrio tra la divina Provvidenza e l’umana libertà nell’opera della salvezza; il ruolo della cooperazione umana nella distribuzione individuale delle grazie della Redenzione; il desiderio divino d’aver una donna che partecipasse direttamente alla restaurazione della grazia e dei suoi effetti sulla dignità umana personale, e diverse altre importanti questioni.

Che cosa allora intende la Chiesa quando chiama la Beata Vergine Maria col titolo di “Corredentrice”? Analizziamo anzitutto il significato etimologico del titolo stesso.
Il prefisso “co-” deriva dalla preposizione latina cum, che significa “con” (e non “uguale a”). Benché alcune lingue moderne, come l’inglese, talvolta usino il prefisso “co-” per indicar una connotazione di uguaglianza, il vero significato latino rimane “con”. Anche in inglese, per esempio, il prefisso “co-” è talvolta propriamente usato per significare “con” in un contesto di subordinazione e di dipendenza, come nel caso di “pilota” e “co-pilota”, “Creatore” e “co-creatore” nella teologia del corpo e dell’amore nuziale, e così via.
Nella Parola di Dio rivelata, san Paolo definisce i primi cristiani “collaboratori” di Dio (1 Cor 3,9), dove il significato e il contesto di “co-” non possono in alcun modo denotare uguaglianza. Così anche quando afferma che noi siamo “co-eredi” con Cristo (Rom 8,17) non vuol dire che noi siamo eredi del Cielo allo stesso modo dell’Unigenito Figlio di Dio.
Il verbo latino redimere (o re[d]-emere) significa letteralmente “ricomprare”. Il suffisso latino “-trix” è femminile e denota “una persona che fa qualcosa”. Pertanto, nel suo significato etimologico, il titolo di “Coredentrice” allude alla donna col redentore o, più letteralmente, alla “donna che ricompra con”. In sintesi, dunque, il titolo “Maria Corredentrice”, così com’è usato dalla Chiesa, denota l’unica e attiva partecipazione di Maria, la Madre di Gesù, all’opera della Redenzione compiuta da Gesù Cristo Redentore, vero Dio e vero uomo.
Il titolo di Corredentrice non pone mai Maria ad un livello d’uguaglianza con Cristo, il Signore dell’universo, nell’operar l’umana salvezza. Se erroneamente si considerasse il ruolo della Vergine nella Redenzione come parallelo o uguale a quello del suo divin Figlio, il suo Cuore immacolato, creato per riflettere perfettamente le glorie di suo Figlio,4 ne sarebbe ferito più d’ogni altro.
Il titolo di Corredentrice, invece, indica la partecipazione singolare e ineguagliabile di Maria accanto a Cristo nella restaurazione della grazia per l’umana famiglia.
La Madre del Redentore partecipa, in modo del tutto secondario e subordinato, al riscatto dell’umanità con e al di sotto del suo divin Figlio. Ciò perché solo Gesù Cristo nella sua divinità, sovrano Alpha e Omega, può offrire per i peccati dell’umanità quell’adeguata soddisfazione, necessaria per riconciliare il genere umano con Dio, Padre di tutti gli uomini.
Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è il Redentore dell’Universo. Maria – insegna la Chiesa – è la donna tutta “con il Redentore” che, come nessun’altra creatura, angelo
o santo, partecipa alla di Lui opera salvifica. Ella diede a Gesù il suo corpo e il suo sangue; partecipò con Gesù a tutte le sue sofferenze sulla terra; accompagnò Gesù sulla via del Calvario; si offrì con Gesù sul Golgota in obbedienza al Padre; morì nel suo cuore con Gesù. 

Che cosa dunque intende la Chiesa quando chiama Maria “Corredentrice”? In breve: Maria è “Con Gesù”, dall’Annunciazione al Calvario. Ecco perché san Luigi Grignion de Montfort conclude le sue asserzioni sulla Vergine Madre di Dio affermando positivamente che il suo ruolo nella salvezza, benché non nell’ordine di un’assoluta necessità, sussiste nell’ordine della volontà di Dio perfetta e manifesta:
«Dico però che, supposte le cose come sono, avendo Dio, da quando formò Maria Santissima, voluto cominciare e compiere le sue più grandi opere per mezzo di lei, conviene creder che non muterà sistema nei secoli dei secoli: egli è Dio e non cambia né sentimenti né condotta».5
La questione fondamentale per il cristiano non è: “che cosa è stato così assolutamente necessario perché io possa accettarlo?”, ma piuttosto: “qual è stata la manifesta volontà di Dio perché io possa credervi?”. È stata manifesta volontà di Dio che una donna e una madre fosse direttamente e intensamente coinvolta “con il Redentore” nel riscatto dell’umana famiglia da satana e dagli effetti del peccato. Per questo suo singolare ruolo, che supera tutti gli altri ruoli umani e creaturali, solo la Madre di Gesù ha diritto al titolo di Corredentrice “con Gesù” nell’opera riparatrice dell’umana Redenzione. È un titolo datole dalla Chiesa, che è molto giustamente suo più che di ogni altra creatura, ed è al di sopra del senso con cui anche tutti gli altri cristiani sono chiamati “co-redentori”.6
E ciò perché solo l’Immacolata Madre è stata crocifissa sul Calvario in un’esperienza di sofferenza materna che è quasi al di là dell’umana immaginazione.7
È stata Maria, non la Chiesa, che per prima diede alla luce il Redentore. È il frutto della sofferenza di Maria, con e subordinatamente al Redentore, che portò alla nascita spirituale della Chiesa sul Calvario (cf. Gv 19,25-27). È proprio questa mistica nascita dalla Nuova Eva, la nuova “Madre dei viventi”8, che ci rende atti a divenir corredentori nella misteriosa e salvifica distribuzione di grazia che sgorga dal Calvario.
La persona storica di Maria, la Vergine di Nazaret, attraverso la sua costante cooperazione “con Gesù” nell’opera della Redenzione, diviene, per usar le parole di Giovanni Paolo II, la “Corredentrice dell’umanità”.9
Forse anche le parole di uno studioso anglicano di Oxford, che qui segue le orme di un’altra esimia personalità della medesima provenienza, il venerabile cardinal Newman, ci spinge verso nuovi orizzonti del titolo di Corredentrice, nonché verso una più profonda spiegazione di esso nell’ambito della rivelazione cristiana:
«La questione non può esser risolta evidenziando i pericoli che nascono dall’esagerazione e dall’abuso, o appellandosi a testi isolati della Scrittura, come 1 Tm 2,5, o sulla base delle mutevoli tendenze della teologia e della spiritualità, o col desiderio di non offender i propri interlocutori nel dialogo ecumenico. Entusiastici sbadati possono aver elevato Maria a una posizione di virtuale uguaglianza con Cristo, ma tale aberrazione non è una necessaria conseguenza del fatto che ci può esser una verità che si tenta di esprimere con parole come mediatrice e corredentrice. Tutti i ragionevoli teologi dovrebbero convenire che il ruolo corredentivo di Maria è subordinato e ausiliare al ruolo centrale di Cristo. E se Ella ha tale ruolo, più lo comprendiamo meglio è. È una questione di speculazione teologica. E, come altre dottrine riguardanti Maria, non si tratta solo di dire qualcosa di lei, ma si tratta di qualcosa a più vasto raggio, che riguarda l’intera Chiesa o anche l’intera umanità».10
 

NOTE

2 VEN. CARDINAL J. NEWMAN, Certain Difficulties Felt by Anglicans in Catholic Teaching Considered, vol. 2, In a Letter Addressed to the Rev. E. B. Pusey, D. D., On Occasion of His Eirenicon of 1864, Longman’s, Green and Co., 1891, vol. 2, p. 78.
3 SAN L. M. GRIGNION DE MONTFORT, Trattato della vera devozione a Maria, cap. I, n. 14.
4 Per esempio, Lc 1,46: «L’anima mia magnifica il Signore» e Gv 2,5: «Fate quello che egli vi dirà».
5 SAN L. M. GRIGNION DE MONTFORT, ivi, n. 15.
6 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Discorso agli ammalati dell’Ospedale Fatebenefratelli di san Giovanni di Dio, 5 aprile 1981, L’Osservatore Romano, 6-7 aprile 1981, p. 2; Udienza generale, 13 gennaio 1982, Insegnamenti V/1, 1982, 91; Allocuzione ai Vescovi dell’Uruguay, Montevideo, 8 maggio 1988, L’Osservatore Romano, 10 maggio 1988, p. 5; cf. PIO XI Allocuzione papale a Vicenza, 30 novembre 1933.
7 GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Salvifici Doloris, 11 febbraio 1984, n. 25; AAS76,1984, p. 214.
8 Cf. Gn 3,20.
Cf. PIO XI, Allocuzione papale a Vicenza; GIOVANNI PAOLO II, Udienza generale, 8 settembre 1982; Insegnamenti V/3, 1982, 404.
10 J. MACQUARRIE, “Mary Co-redemptrix and Disputes Over Justification and Grace: An Anglican View”, Mary Coredemptrix: Doctrinal Issues Today, Queenship 2002, p. 140 (la traduzione è nostra).

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Dal libro di Mark Miravalle, “CON GESÙ”. La storia di Maria Corredentrice. Prefazione del Cardinal Edouard Gagnon, PSS, Casa Mariana Editrice, Frigento 2003, pp. 11-18.

LA THEOTOKOS

27 ottobre 2025

"Gli uomini, lasciata la relazione naturale con la donna, si sono accesi nella loro libidine gli uni verso gli altri"

Dalla Lettera di San Paolo ai Romani

"Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità nelle concupiscenze dei loro cuori, sì da vituperare i loro corpi tra loro stessi. Essi che hanno cambiato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura, al posto del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami, poiché anche le loro donne hanno mutato la relazione naturale in quella che è contro natura. Nello stesso modo gli uomini, lasciata la relazione naturale con la donna, si sono accesi nella loro libidine gli uni verso gli altri, commettendo atti indecenti uomini con uomini, ricevendo in se stessi la ricompensa dovuta al loro traviamento. E siccome non ritennero opportuno conoscere Dio, Dio li ha abbandonati ad una mente perversa, da far cose sconvenienti, essendo ripieni d’ogni ingiustizia, fornicazione, malvagità, cupidigia, malizia; pieni d’invidia, omicidio, contesa, frode, malignità, ingannatori, maldicenti, nemici di Dio, ingiuriosi, superbi, vanagloriosi, ideatori di cose malvagie, disubbidienti ai genitori, senza intendimento, senza affidamento, senza affetto naturale, implacabili, spietati. Or essi, pur avendo riconosciuto il decreto di Dio secondo cui quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non solo le fanno, ma approvano anche coloro che le commettono"

(Romani 1.24-32)




Da vescovo, cosa penso del Documento di sintesi del Sinodo

Il punto di vista chiaro e deciso del vescovo mons. Antonio Suetta sul Documento finale votato dalla CEI. Testo criticato per i contenuti ambigui e il linguaggio utilizzato.

*vescovo di Ventimiglia-San Remo

Torniamo sul controverso Documento del Sinodo di cui abbiamo parlato ieri.

Lo facciamo pubblicando integralmente la dichiarazione che S.E. mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia–San Remo, ha gentilmente inviato a UCCR.

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Il documento di sintesi del Cammino Sinodale, “Lievito di Pace e di Speranza” è stato approvato dalla terza Assemblea Sinodale delle Chiese in Italia.

Pur tenendo conto dello scalpore che ha suscitato per alcune proposizioni approvate (soprattutto circa il riconoscimento e l’accoglienza di persone omoaffettive e transgender e il supporto che sarebbe da concedere a giornate e iniziative contro l”omotrasfobia), va collocato nel suo effettivo ed oggettivo contesto.

 

Il Documento non è pronunciamento della CEI

Si tratta di una consultazione di fedeli (e non) promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana con uno stile sinodale.

Non è formalmente un Sinodo, né un pronunciamento della stessa CEI, nonostante nelle Assemblee che si sono succedute fossero presenti anche numerosi Vescovi.

Va anche notato che, nonostante l’intento di aprire al maggior numero possibile di persone coinvolte nel cammino sinodale, le statistiche restituiscono che, a tutti i livelli del percorso, i partecipanti rappresentano comunque una porzione minoritaria rispetto ai fedeli che sono in Italia.

Il testo approvato che ne viene fuori registra purtroppo tendenze e visioni di Chiesa e di dottrina, che, a mio parere, sono tutte da verificare e rettificare alla luce della Dottrina Cattolica, contenuta, ad esempio nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nel Magistero costante e ininterrotto sulle tematiche oggi dibattute.

La prossima Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana riceverà questo Documento e ne farà oggetto di riflessione, dibattito ed eventualmente di orientamenti pastorali.

Anche su questo punto è bene precisare che non è competenza delle Conferenze Episcopali intervenire sulla Dottrina se non per promuoverne sviluppi e applicazioni pastorali nel segno della fedeltà al Magistero e della comunione della fede cattolica.

 

Linguaggio e contenuti lontani da morale cattolica

Nel merito della questione più specifica ritengo che, a fronte della giusta esigenza di sostenere l’accompagnamento spirituale e pastorale delle persone omosessuali e delle buone intenzioni espresse in questo documento, la terminologia adottata e le soluzioni proposte siano lontane dalla giusta prospettiva ecclesiale.

Sono convinto che in un documento ecclesiastico non si debbano introdurre termini tipicamente e ideologicamente connotati come “riconoscimento” (nell’ambito specifico delle rivendicazioni dei movimenti omosessualisti e cosiddetti arcobaleno) e transgender, vocabolo di assoluto marchio ideologico per quanto riguarda la teoria del gender, che vorrebbe promuovere diritti delle persone omosessuali in ordine al Matrimonio, alla famiglia, alla procreazione e all’adozione dei figli.

Faccio notare che, dal punto di vista della morale cattolica, non si può accettare questa parola perché la dottrina cattolica non riconosce quanto la ideologia gender sostiene, cioè la possibilità di cambiamento di genere in dipendenza di un’auto percezione o di volontà a prescindere dal dato biologico della nascita. Per casi patologici conclamati si tratta piuttosto di persone disforiche.

 

Si accolgono le persone, non le ideologie

Affermare poi che le persone omosessuali abbiano un diritto all’intimità sessuale contraddice con quanto insegnato perennemente dal Magistero e dal Catechismo della Chiesa Cattolica.

Va da sé che tale insegnamento, proposto a tutti, vincola i fedeli, e che dunque è legittimo dialogare con ambiti della società civile per quanto concerne l’impegno politico del cristiano ed il necessario dialogo e confronto culturale, ma ciò va fatto sempre senza rinunciare o sminuire il valore della morale cattolica.

A mio avviso la debolezza e la negatività di tali passaggi nel Documento stanno nel non aver debitamente e sufficientemente distinto l’accoglienza personale pastorale e l’accompagnamento spirituale delle singole persone, anche omosessuali naturalmente, e la doverosa distanza con tutte le forme organizzate di promozione della ideologia omosessualista e gender, come efficacemente Papa Francesco evidenziava: si accolgono le persone e non le organizzazioni o le ideologie.

Mi sembra utile, per concludere, citare una chiara espressione di Papa Francesco, pronunciata il 21 marzo 2025 durante un incontro con i giovani sul lungomare Caracciolo di Napoli: “La teoria del gender è uno sbaglio della mente umana che crea tanta confusione”.

Autore

S.E. mons. Antonio Suetta


24 settembre 2025

LEONE XIV - Gesù Cristo nostra speranza

 LEONE XIV

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 24 settembre 2025

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Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. III. La Pasqua di Gesù. 8. La discesa. «E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere» (1Pt 3,19)
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

anche oggi ci soffermiamo sul mistero del Sabato Santo. È il giorno del Mistero pasquale in cui tutto sembra immobile e silenzioso, mentre in realtà si compie un’invisibile azione di salvezza: Cristo scende nel regno degli inferi per portare l’annuncio della Risurrezione a tutti coloro che erano nelle tenebre e nell’ombra della morte.

Questo evento, che la liturgia e la tradizione ci hanno consegnato, rappresenta il gesto più profondo e radicale dell’amore di Dio per l’umanità. Infatti, non basta dire né credere che Gesù è morto per noi: occorre riconoscere che la fedeltà del suo amore ha voluto cercarci là dove noi stessi ci eravamo perduti, là dove si può spingere solo la forza di una luce capace di attraversare il dominio delle tenebre.

Gli inferi, nella concezione biblica, sono non tanto un luogo, quanto una condizione esistenziale: quella condizione in cui la vita è depotenziata e regnano il dolore, la solitudine, la colpa e la separazione da Dio e dagli altri. Cristo ci raggiunge anche in questo abisso, varcando le porte di questo regno di tenebra. Entra, per così dire, nella casa stessa della morte, per svuotarla, per liberarne gli abitanti, prendendoli per mano ad uno ad uno. È l’umiltà di un Dio che non si ferma davanti al nostro peccato, che non si spaventa di fronte all’estremo rifiuto dell’essere umano.

L’apostolo Pietro, nel breve passo della sua prima Lettera che abbiamo ascoltato, ci dice che Gesù, reso vivo nello Spirito Santo, andò a portare l’annuncio di salvezza «anche alle anime prigioniere» (1Pt 3,19). È una delle immagini più commoventi, che si trova sviluppata non nei Vangeli canonici, ma in un testo apocrifo chiamato Vangelo di Nicodemo. Secondo questa tradizione, il Figlio di Dio si è addentrato nelle tenebre più fitte per raggiungere anche l’ultimo dei suoi fratelli e sorelle, per portare anche laggiù la sua luce. In questo gesto ci sono tutta la forza e la tenerezza dell’annuncio pasquale: la morte non è mai l’ultima parola.

Carissimi, questa discesa di Cristo non riguarda solo il passato, ma tocca la vita di ciascuno di noi. Gli inferi non sono solo la condizione di chi è morto, ma anche di chi vive la morte a causa del male e del peccato. È anche l’inferno quotidiano della solitudine, della vergogna, dell’abbandono, della fatica di vivere. Cristo entra in tutte queste realtà oscure per testimoniarci l’amore del Padre. Non per giudicare, ma per liberare. Non per colpevolizzare, ma per salvare. Lo fa senza clamore, in punta di piedi, come chi entra in una stanza d’ospedale per offrire conforto e aiuto.

I Padri della Chiesa, in pagine di straordinaria bellezza, hanno descritto questo momento come un incontro: quello tra Cristo e Adamo. Un incontro che è simbolo di tutti gli incontri possibili tra Dio e l’uomo. Il Signore scende là dove l’uomo si è nascosto per paura, e lo chiama per nome, lo prende per mano, lo rialza, lo riporta alla luce. Lo fa con piena autorità, ma anche con infinita dolcezza, come un padre con il figlio che teme di non essere più amato.

Nelle icone orientali della Risurrezione, Cristo è raffigurato mentre sfonda le porte degli inferi e, tendendo le sue braccia, afferra i polsi di Adamo ed Eva. Non salva solo sé stesso, non torna alla vita da solo, ma trascina con sé tutta l’umanità. Questa è la vera gloria del Risorto: è potenza d’amore, è solidarietà di un Dio che non vuole salvarsi senza di noi, ma solo con noi. Un Dio che non risorge se non abbracciando le nostre miserie e rialzandoci in vista di una vita nuova.

Il Sabato Santo è, allora, il giorno in cui il cielo visita la terra più in profondità. È il tempo in cui ogni angolo della storia umana viene toccato dalla luce della Pasqua. E se Cristo ha potuto scendere fino a lì, nulla può essere escluso dalla sua redenzione. Nemmeno le nostre notti, nemmeno le nostre colpe più antiche, nemmeno i nostri legami spezzati. Non c’è passato così rovinato, non c’è storia così compromessa che non possa essere toccata dalla misericordia.

Cari fratelli e sorelle, scendere, per Dio, non è una sconfitta, ma il compimento del suo amore. Non è un fallimento, ma la via attraverso cui Egli mostra che nessun luogo è troppo lontano, nessun cuore troppo chiuso, nessuna tomba troppo sigillata per il suo amore. Questo ci consola, questo ci sostiene. E se a volte ci sembra di toccare il fondo, ricordiamo: quello è il luogo da cui Dio è capace di cominciare una nuova creazione. Una creazione fatta di persone rialzate, di cuori perdonati, di lacrime asciugate. Il Sabato Santo è l’abbraccio silenzioso con cui Cristo presenta tutta la creazione al Padre per ricollocarla nel suo disegno di salvezza.

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ANNUNCIO

Cari fratelli e sorelle, il mese di ottobre, ormai vicino, nella Chiesa è particolarmente dedicato al santo Rosario. Perciò invito tutti, ogni giorno del prossimo mese, a pregare il Rosario per la pace, personalmente, in famiglia e in comunità.

Inoltre invito quanti prestano servizio in Vaticano a vivere questa preghiera nella Basilica di San Pietro, ogni giorno, alle ore 19.

In particolare, la sera di sabato 11 ottobre, alle ore 18, lo faremo insieme in Piazza San Pietro, nella Veglia del Giubileo della Spiritualità Mariana, ricordando anche l’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II.


Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana

Tempi difficili… tempi di "cervelli putrefatti

“Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno tempi difficili, perché gli uomini saranno amanti di se stessi, avidi di denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, scellerati, senza affetto, implacabili, calunniatori, intemperanti, crudeli, senza amore per il bene, traditori, temerari, orgogliosi, amanti dei piaceri invece che amanti di Dio, aventi l'apparenza della pietà, ma avendone rinnegato la potenza; da costoro allontanati. Nel numero di questi infatti vi sono quelli che s'introducono nelle case e seducono donnicciole cariche di peccati, dominate da varie passioni, le quali imparano sempre, ma senza mai pervenire alla conoscenza della verità.”

Nota: Se ai tempi di San Paolo ci fosse stato Internet con i social, sarebbe stato un ottimo metodo per introdursi nelle case. Lo stanno facendo ora. 

E le “donnicciole” non per forza di cose sono solo donne, basta leggere tanti commenti nei social e anche di maschietti “donnicciole” che attaccano la Chiesa se ne trovano in abbondanza

Timoteo 3,1-7




L’Oxford English Dictionary ha deciso: la parola del 2024 è “brain rot”, traducibile come “cervello marcio” o “putrefatto”. Si tratta di un neologismo che descrive il “presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, visto soprattutto come risultato di un consumo eccessivo di materiale (in particolare di contenuti online) considerato banale o poco impegnativo”. Il suo significato è un segnale preoccupante che arriva – neanche a dirlo – dai social, dove l’hashtag #brainrot è stato utilizzato milioni di volte su TikTok per etichettare video insensati e privi di contenuti.

“Brain rot” rappresenta infatti uno dei maggiori pericoli percepiti della vita virtuale, un campanello d’allarme sull’impatto che i social media e i contenuti di bassa qualità possono avere sulla nostra salute mentale. La parola, sebbene già presente nel libro “Walden” del 1854 con un significato diverso, ha assunto una nuova connotazione nell’era digitale, diventando un simbolo delle preoccupazioni legate all’abuso di internet e alla perdita di capacità critiche. L’Oxford University Press ha registrato un aumento del 230% nell’utilizzo del termine tra il 2023 e il 2024, a dimostrazione di come il fenomeno del “brain rot” sia sempre più diffuso e preoccupante.

Il Fatto Quotidiano

E anche Papa Francesco in un messaggio ad inizio di questo anno ha fatto riferimento a questo "Putrefazione cerebrale da social:

"Rimettiamo il rispetto per la parte più alta e nobile della nostra umanità al centro del cuore, evitiamo di riempirlo di ciò che marcisce e lo fa marcire. Le scelte di ognuno di noi contano ad esempio per espellere quella “putrefazione cerebrale” causata dalla dipendenza dal continuo scrolling, “scorrimento”, sui social
media, definita dal Dizionario di Oxford come parola dell’anno. Dove trovare la cura per questa malattia se non nel lavorare, tutti insieme, alla formazione, soprattutto dei giovani?"

10 settembre 2025

I Giudici stanno con il demonio

Palermo. Un professore è stato condannato per aver richiamato una studentessa satanista


Un “rovesciamento culturale”: chi denuncia il male rischia oggi di essere accusato di atteggiamento discriminatorio. È l’amaro commento dell’Associazione internazionale esorcisti (Aie) in merito alla vicenda, avvenuta nel febbraio 2024 in una scuola superiore di Palermo, che ha portato alla sospensione di un docente di storia e filosofia, “colpevole” di aver richiamato una studentessa presentatasi in classe con un crocifisso capovolto. Quando l’insegnante ha chiesto alla ragazza se conoscesse il significato del crocifisso rovesciato, l’alunna gli ha fatto pubblicamente notare di essere una “satanista”, invitando il prof ad affrontare l’argomento dei seguaci del diavolo in una lezione. Il professore ha prima suggerito alla ragazza di indossare quel crocifisso rovesciato sotto il maglione, come lui stesso faceva con il proprio crocifisso, in segno di rispetto verso chi non condivide la stessa fede. Poi ha messo in guardia i suoi alunni dal seguire certe pratiche pericolose, evidenziando quanto accaduto pochi giorni prima, nella vicina Altavilla Milicia, dove il muratore 54enne Giovanni Barreca aveva ucciso la moglie e due dei suoi figli (di 5 e 16 anni), durante un “rituale”, nella loro abitazione.

La crescente attrazione dei giovani verso pratiche sataniste e occultiste, spesso veicolate attraverso simboli e linguaggi culturali, viene definita dai sacerdoti esorcisti dell’Aie come «un inganno, una tragica illusione che nasconde l’assoluto disprezzo verso la persona umana, la sua integrità e libertà, e verso la vita stessa fin dal suo concepimento». Il satanismo, si legge in una nota diffusa dall’Associazione esorcisti, «combatte apertamente il cristianesimo, oltraggiandone i simboli e profanando l’Eucaristia», oltre a diffondere principi «lesivi della dignità della persona umana». In ambito educativo, si citano episodi come la pubblicazione negli Stati Uniti di un volume per bambini dedicato all’evocazione dei demoni, che «sovverte il discernimento tra bene e male». Di fronte a questo scenario, l’Aie invita alla massima attenzione contro la retorica che dipinge Satana come figura positiva o liberatoria: «Nulla di tutto questo è vero».

Avvenire

4 settembre 2025

Gesù palestinese? Correggiamo l’ennesimo falso storico

Nonostante tanti anni di dialogo ebraico-cristiano, nelle scuole elementari italiane circolano ancora testi che contengono affermazioni sbagliate e pericolose, indice di pregiudizio e ignoranza ancora radicati

“La grande avventura”, sussidiario per la 5° elementare edito nel 2014 da La Spiga Edizioni (a cura di L. Allevi, M. Cappelletti e A. De Gianni), come ogni sussidiario tratta delle origini del cristianesimo e dei suoi rapporti con l’impero romano al tempo di Augusto.

Se venti o trenta anni fa in questi libri si poteva tranquillamente trovare l’accusa storica di deicidio nei confronti degli ebrei collettivamente ed indistintamente indicati, oggi, dopo il Concilio Vaticano secondo e dopo anni e anni di dialogo interreligioso, è molto più difficile; questo non significa tuttavia che non si nascondano altre “insidie”.

La terra di Israele al tempo della
rivolta di Bar Kokhba

 La novità negativa che si registra è infatti quella di    definire Gesù “palestinese”, in quanto nato in Palestina, omettendo qualsiasi menzione esplicita alla sua identità ebraica.


Il falso storico è evidente ed enorme, in quanto all’epoca della nascita di Gesù semplicemente la Palestina non esisteva. Come è noto, nei Vangeli quel territorio, occupato dai Romani, viene chiamato Giudea, Samaria e Galilea e non compare mai il nome Palestina.


Anche sulle monete romane, che ricordano la vittoria sui nativi, è scritto “Iudaea capta” è solo dopo la seconda guerra giudaica l’imperatore Adriano volle cancellare il nome di Jerushalaim e della Giudea con i nomi di Aelia Capitolina e Palestina. Mentre il nome di Aelia Capitolina è caduto, quello di Palestina si è imposto fino al XX secolo.

Solo al termine della seconda guerra giudaica, combattuta tra il 115 ed il 117 era volgare, l’imperatore Adriano, dopo aver domato la rivolta del condottiero ebreo Bar Kokhba contro l’impero romano e dopo aver distrutto Gerusalemme, decise di cambiare il nome alla città, nella quale era proibito, sotto pena di morte, l’ingresso ai Giudei. Vi era la volontà di cancellare anche il ricordo di quella che era stata Eretz Israel e annientare ogni traccia della presenza ebraica con la sua storia, la sua cultura e la sua religione.

monete d’argento coniate dal Regno
di Giuda nel I sec. e.v.

Solo dopo la sconfitta dei ribelli ebrei da parte dei romani, l’Impero chiamò Palestina la terra del popolo ebraico, per punirlo e per dare un segnale alle altre popolazioni sovversive. I romani cancellarono il nome ebraico “Giudea” e lo sostituirono con il nome di un antico nemico che gli ebrei disprezzavano. I Filistei, infatti, erano un popolo estinto dell’Egeo che gli ebrei avevano detestato per la barbarie e l’ignoranza.


In questo modo Palestina, nome che indicava le terre occupate dai Filistei, ha sostituito il regno di Giuda e Eretz Israel. Tale tendenza, in molti ambienti, perdura ancora oggi e si preferisce parlare di Terra Santa piuttosto che indicare le originarie denominazioni ebraiche.

Per diciannove secoli si è dunque sempre impiegato il nome Palestina, ma solo a partire dalla metà del XX secolo quella che era una designazione puramente geografica ha assunto un significato etnico.

particolare dell’arco di Tito

Proiettando all’indietro questo nuovo significato su tutta la storia precedente si ha come risultato che le vicende del regno di Giuda e del regno d’Israele, nonché tutta la storia biblica, ed in particolare ebraica, viene cancellata e sostituita da un’altra narrazione, secondo la quale quelle terre sono da sempre Palestina, e da sempre abitate da Arabi Palestinesi. In tale visione anche Gesù era Palestinese e così pure gli Apostoli e la prima Chiesa.


Coerente con tale visione è l’opinione, purtroppo oggi diffusa, che lo Stato d’Israele – “l’entità sionista” – non sia il risultato dell’autodeterminazione del popolo ebraico, ma rientri nella storia del colonialismo e del razzismo, dimenticando che la sua rinascita nel 1948 è stata frutto di una decisione dell’ONU.


A tale falso non si è sottratto neppure il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen che più volte nei suoi interventi di auguri per Natale ha definito Gesù di Nazareth “palestinese”, in un contesto che implicava l’esistenza di una persecuzione dei cristiani da parte dello Stato ebraico d’Israele.


Insomma, quando leggiamo di un “Gesù palestinese”, la nostra irritazione sale al massimo, perché ricordiamo bene le vignette satiriche in cui le sofferenze dei palestinesi sono accostate alle sofferenze di Gesù e l’accusa di deicidio, motivazione ideologica alla base di secoli e secoli di antigiudaismo cristiano, ritorna in chiave politica e discriminatoria.


Riflessi Menorah