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29 maggio 2026

“Pregare è meglio che dormire”. È la formula del fajr, la preghiera islamica dell’alba che d’estate in Italia cade prima delle quattro di mattina

A Genova la sveglia la punta il muezzin



La resa all’occupazione dei spazio sonoro di un culto senza accordo con lo Stato

Nel quartiere Cornigliano l’adhān risuona cinque volte al giorno. Telenord lo ha filmato. I residenti lo subiscono. La politica finge di non sentire.

“Pregare è meglio che dormire”. È la formula del fajr, la preghiera islamica dell’alba che d’estate in Italia cade prima delle quattro di mattina.

Non viene sussurrata a porte chiuse. Attraversa i muri, entra nelle camere di chi non l’ha scelta, sveglia chi l’indomani lavora.

E non proviene da moschee riconosciute, in tutta Italia se ne contano dieci, ma da garage, capannoni, ex supermercati, appartamenti, che i Comuni chiamano “centri culturali” per non doverli chiudere.

Genova non è un’eccezione. È la regola. Gli esempi si moltiplicano più velocemente della capacità di raccontarli.

A Civitella di Romagna un appartamento si è trasformato in minareto: nessun luogo di culto autorizzato nella zona, il sindaco costretto ad andare in televisione nazionale per ricordare che le regole valgono per tutti.

A Padova, via Turazza, i canti vanno avanti giorno e notte, centinaia di fedeli pregano sui marciapiedi, chi protesta viene minacciato di morte.

A Udine il muezzin ha cantato dalle tre alle quattro e mezza di notte durante il Ramadan.

A Carnate, in Brianza, la moschea funzionava in un ex supermercato sotto i portici di un condominio.

A Milano, lungo via Padova, tre centri di preghiera in poche centinaia di metri e un quarto in allestimento senza neppure il cartello lavori.

E questi sono solo i casi che hanno fatto notizia di recente.

Non è multiculturalismo. Non è libertà di culto. Non è convivenza. È islamizzazione strisciante dello spazio pubblico italiano, condotta nel disinteresse o nella complicità attiva di chi amministra.

Perché il vero scandalo non è il muezzin, anche se ci sarebbe da discuterne. È il sindaco che non lo ferma.

A Genova quel centro islamico non è nato ieri. La comunità comprò l’immobile nel 2001. Nel 2013 il sindaco Doria annunciò un “centro di cultura islamico con luogo di preghiera annesso” e si impegnò a trovare una sede migliore, più grande, più degna.

Vent’anni di radicamento con la benedizione istituzionale, in un quartiere che ha il reddito più basso della città – 19.000 euro l’anno – e che la polizia presidia con operazioni straordinarie per il degrado.

La stessa benedizione che a Venezia ha prodotto sette candidati bengalesi del PD distribuiti su tutta la terraferma come pedine su una scacchiera. Che ad Agrigento ha messo la professione di fede islamica in arabo su un manifesto elettorale.

Che a Monfalcone ha partorito una lista islamica al tre per cento con la promessa pubblica: “È solo l’inizio”.

Il muezzin all’alba è il versante acustico dello stesso progetto. Non è rumore. È rivendicazione territoriale.

Chi obietta tirando in ballo le campane mente sapendo di mentire. Le campane sono un suono senza contenuto verbale, regolato da decreti diocesani conformi alla legge sull’inquinamento acustico: dalle 7 alle 22 nei feriali, dalle 8 nei festivi, durata massima tre minuti.

Un parroco di Pramaggiore è stato multato di 1.400 euro nel 2025 per volume eccessivo. La Chiesa cattolica, protetta dal Concordato, accetta limiti, si autoregola, paga le sanzioni.

L’Islam in Italia non ha firmato mezza riga con lo Stato. Il Senato lo certifica: dodici confessioni acattoliche hanno sottoscritto l’intesa prevista dall’articolo 8 della Costituzione. Dai valdesi ai buddisti.

L’Islam no. Eppure pretende che il proprio credo attraversi i muri delle case altrui. Prima dell’alba.

L’adhān non è un rintocco. È una professione di fede: “Allah è il più grande” ripetuto quattro volte, la shahāda e all’alba quella formula chirurgica – “pregare è meglio che dormire” – che non è un invito. È un programma.

Ahmad Mansour, il maggiore esperto europeo di integrazione, smontò la favola della convivenza acustica commentando il caso di Colonia: non si tratta di diversità, si tratta di potere. La moschea vuole visibilità. Il muezzin è una dimostrazione di potere.

Perfino l’Arabia Saudita l’ha capito prima dell’Italia. Nel 2021 Riad ha imposto il limite di un terzo del volume massimo agli altoparlanti delle moschee. Le preghiere non possono più essere diffuse integralmente dagli amplificatori esterni.

La Fondazione Oasis ha spiegato il meccanismo: un volume alto è stato storicamente strumento di islamizzazione dello spazio pubblico.

Il Paese che custodisce La Mecca riduce il volume nelle proprie moschee. L’Italia lo subisce nei propri garage abusivi.

E lo subisce sempre negli stessi posti. Nelle periferie, non nei quartieri con il portiere. Dove il reddito medio è 19.000 euro, non dove ne dichiarano 50.000. Il muezzin all’alba non sveglia chi ha l’avvocato e i doppi vetri.

Sveglia chi ha le tapparelle rotte, il turno alle sei e nessun assessore a cui telefonare.

L’occupazione dello spazio pubblico – elettorale, urbanistico, acustico – sceglie sempre i quartieri che non sanno difendersi. I quartieri dove tra qualche anno la lista islamica non prenderà il tre per cento ma il quindici, perché nel frattempo gli italiani che potevano permetterselo se ne sono andati.

Non servono leggi nuove. Basta applicare la 447 del 1995, l’articolo 844 del codice civile, il 659 del codice penale. Le leggi ci sono. Mancano i sindaci disposti a farle valere, senza guardare a chi prega dentro il capannone trasformato in sala di preghiera.

Manca il coraggio di dire ciò che ogni residente sa e non può dire senza essere chiamato razzista.

Un Paese in cui il muezzin sveglia i quartieri prima dell’alba da minareti, che in Italia non sono mai stati autorizzati, e lo fa nel colpevole silenzio delle istituzioni, non è un Paese tollerante.

È un Paese che si sta arrendendo.

A Mazara del Vallo l’ex sindaco disse che il muezzin “fa parte della nostra cultura”. Là la kasbah ha mille anni e i musulmani sono il venti per cento della popolazione.

A Cornigliano il centro islamico ha vent’anni e la cultura del quartiere è fatta di portuale, di acciaio, di operai liguri che alle cinque di mattina vanno a lavorare, non a pregare. Nessuna kasbah. Nessuna tradizione condivisa. Solo l’adhān prima dell’alba e un Comune che guarda altrove.

Quando un culto senza accordo con lo Stato occupa lo spazio sonoro di un quartiere da strutture abusive e le autorità non intervengono, quando chi protesta viene zittito e chi denuncia viene chiamato intollerante, non siamo di fronte a un problema di decibel.

Siamo di fronte a una resa. Non solo genovese. E le rese non sono mai finite bene per chi le ha firmate.

Roberto Riccardi - Nuovo Giornale Nazionale